“Potrebbe trattarsi di ali” (L’Iguana editrice) è la nuova raccolta di racconti di Emilia Bersabea Cirillo, scrittrice e architetto irpina. Di Emilia Bersabea Cirillo ricordiamo l’ultimo romanzo “Non smetto di avere freddo”, della stessa casa editrice, opera narrativa molto intensa, che tante soddisfazioni di pubblico e critica le ha dato, ultima, in ordine di tempo, l’avere vinto l’importante premio nazionale di narrativa “Mariateresa Di Lascia 2017”, intitolato alla scomparsa scrittrice Di Lascia, che vinse il Premio Strega nel 1995 con il romanzo “Passaggio in ombra” (Feltrinelli).
Ora questa nuova uscita, con una raccolta di racconti, genere molto caro alla Cirillo. Si può dire, a ragion veduta, che il suo percorso letterario spesso ha prediletto i racconti, questa infatti è la terza raccolta che pubblica dopo “Fuori Misura” (Diabasis), “Gli Incendi del tempo” (et al. edizioni).
“Potrebbe trattarsi di ali” è il titolo evocativo che dà il nome alla raccolta e introduce il primo dei sette racconti, tutti dedicati alle donne.  Per ogni titolo c’è un piccolo sottotitolo con il nome della donna protagonista della storia, o di quella di necessario riferimento nell’economia della storia stessa.
Così: Colomba per “Potrebbe trattarsi di ali”, Rebecca per “Soul Doll”, Agnese per “Fuori Misura”, Natalina per “Come si fa a dire se”, Maria Fatima per“Così ti passa la paura”, Francesca per “Se stasera sono qui”, Anna per “Sangue mio”.

Potrebbe trattarsi di ali| ilmondodisuk.com
Qui sopra due copertine dei suoi libri. In alto, Emilia Bersabea Cirillo (a destra)

Sette storie di disperazione, di riscatto o consolatorie, scritte con una prosa sferzante che nulla concede al sentimentalismo ma di grande impatto e fascinazione. Una scrittura dalla parte delle donne, che scava a fondo e con grande maestria nelle psicologie, nei dolori, nelle profonde alienazioni. Ma soprattutto una scrittura che dà voce a voci diverse, unendole come un coro polifonico, scolpite nelle loro stesse storie come in un quadro, e a cui Emilia Bersabea Cirillo concede tutto, anche l’infinita piétas.
Sette storie che si leggono d’un fiato e si vorrebbe rileggerle, tanto la narrazione e i personaggi  femminili rimangono subito impressi nella memoria e talvolta è difficile abbandonarli.
Non vi è alcun dubbio che Emilia Bersabea Cirillo è maestra nel genere del racconto, le sue storie si dispiegano in un realismo quotidiano che appartiene agli umani e che, appunto per questo, diventa universale.
Storie che ci parlano, dunque, che potrebbero accadere a noi, narrate con maestria, si diceva, poiché la Cirillo è capace di restituircele con una chiarezza fulminante, senza mai eccedere, con uno stile alto che, nonostante la maggiore sintesi a cui il genere del racconto invoglia, non disdegna la descrizione dei luoghi, degli abbigliamenti così come delle psicologie degli stati d’animo, in modo così completo e compatto che sembra di vederli questi personaggi che animano le sue storie. Particolarità questa che rende queste sette racconti come quei carillon dal meccanismo perfetto, come quei congegni meccanici che affascinano appunto per la loro magica completezza e, a latere di tutto ciò, trasfusi di grande umanità, del senso del dolore come del senso della vita e di quello che ci appartiene e potrebbe appartenerci.
Infine i corpi di queste donne, quelli veri e quelli finti (Soul Doll) occupano una spazio verticale, si dispiegano non solo in larghezza (Fuori Misura), ma tendono all’alto, si allungano, a nostro avviso, verso un metaforico cielo dove possono finalmente sfiorare l’eternità delle loro storie. Da leggere.