Un testo appassionante. Una serie di racconti coinvolgenti dove maligne figure fanno capolino, bambini incontrano il demonio, presenze oscure si annidano nelle ombre. Possessioni diaboliche ed esorcismi.

Con i nove racconti che compongono “A Mon Dragone c’è il diavolo” (Gruppo Perdisa Editore, pagine 204, euro 14), Giona Nazzaro ci conduce in un’affascinante realt  “maledetta”. Ambientato in un sud Italia immaginario, l’autore gioca con le figure tipiche di quelle realt , calandole in contesti oltre la loro immaginazione. Mescolando leggenda, folklore e superstizione, Nazzaro di allontana da queste componenti, infondendo nei suoi racconti l’amore per una scrittura di tipo verista. Evidenti venature horrorrifiche si fondono con la realt  quotidiana.

Scritti con mano felice, i racconti scorrono sotto gli occhi del lettore con un ritmo dal gusto cinematografico. E non è un caso. L’autore è infatti critico di cinema, collaboratore di numerose testate e gi  autore di saggi dedicati alla settima arte. Tra i suoi scritti, studi su John Woo e il cinema di Hong Kong; Abel Ferrara e Spike Lee.

Abbiamo raggiunto Giona Nazzaro telefonicamente.

Nazzaro tra demoni, Zagor e il verismo

Per scrivere i racconti si è ispirato a qualche leggenda popolare?
“No. Tutte le storie sono frutto di fantasia. Cos come i riti religiosi da me descritti e, inventati, sono anche i nomi dei paesi in cui ambiento le vicende”.

Perch Mon Dragone?
“Non è il centro che si trova in provincia di Caserta, lo spazio tra Mon e Dragone indica che si tratta di un altro luogo. In questo caso, mi sono concesso la libert  di alludere”.

Lei è svizzero, come conosce la realt  del sud Italia?
“I miei genitori sono beneventani trasferiti a Zurigo, ma ho sempre trascorso le vacanze della mia adolescenza a Benevento. Poi nel 1979 mio padre tornò in Italia, proprio a Mondragone. E io ho frequentato l’universit  a Napoli”.

Nel primo racconto fa capolino Zagor, il dio con la scure creato da Bonelli. Ha la passione per i fumetti?
“E stata una debolezza, una piccola concessione autobiografica per un personaggio che ho straordinariamente amato”.

Nei suoi scritti ho respirato una piacevole aria da cinema di genere italiano. Il personaggio di Lisetta è un omaggio al film di Bava “La casa dell’esorcismo”?
“Amo molto il film di Bava, ma non c’entra. un nome che evoca una persona diafana e vulnerabile rispetto alla durezza del contesto in cui è calata”.

Lei è anche critico cinematografico. che tipo di regista immaginerebbe per una trasposizione su grande schermo dei suoi racconti?
“Non cercherei nel cinema di genere, piuttosto, anche se mi sembra presuntuoso, immagino il De Sanctis di “Non c’è pace tra gli ulivi” o il Rosi di “Cristo si è fermato a Eboli”. Insomma, registi i cui film hanno mostrato uno stretto rapporto con la terra. Questo perch nei miei racconti la matrice realista è predominante, affonda nel verismo e nella lezione neorealista. Un neorealismo inteso come creazione fantastica secondo la riflessione di Cocteau. Pensando però, a un regista di genere, mi viene in mente il Pupi Avati de “L’arcano incantatore””.

Come vede il cinema italiano di oggi?
“Purtroppo è messo male. Fortunatamente ci sono bei documentari, realizzati da registi, come Gianni Cioni, che pur lavorando con budget risicatissimi, difendono il nostro cinema”.

Invasione 3D. Il segnale di un cinema che non ha più storie da raccontare?
“Contestare oggi il 3D è come contestare il sonoro ai tempi del muto o il colore ai tempi del bianco e nero. semplicemente l’evoluzione di un’industria, quella americana, viva e produttrice di idee e talenti”.

Progetti futuri?
"Vari, ma non di narrativa. Con il di gay project di Roma, sto organizzando una rassegna pilota di documentari sui trans gender. E copro il ruolo di selezionatore per il “Festival dei popoli”".

In foto, un’immagine del demonio