Per qualchefanatico meridionalista leggere l’ultimo libro di Vittorio Sgarbi e vedervi l’amatissimo critico innamorarsi dell’arte centro-settentrionale è stato come per una donna vedere il suo amato fare l’amore con un’altra. Infatti, in questo libro, Gli anni delle meraviglie (Bompiani, euro 16.50), Sgarbi, dovendo trattare dell’arte rinascimentale italiana, scrive soprattutto di quella centrosettentrionale. Ma non fa nessun tradimento. Perch, fuor di metafora, non si può dire che in questo suo libro trascuri gli artisti del Meridione, anzi ne parla più ampiamente di quanto facciano, generalmente, gli stessi manuali scolastici dei licei, nei quali appare, tra i protagonisti del Rinascimento, un solo meridionale, Antonello da Messina, che per di più viene considerato un minore e forse viene citato soltanto perch alcuni critici lo hanno definito seguace del toscano Piero della Francesca.
Ma che pretendono i meridionalisti dal professore Sgarbi? Non dovremmo essere noi meridionali a studiare e capire la nostra storia e la nostra arte? Non siamo noi responsabili se, di conseguenza, nei manuali l’arte nostra viene trattata poco e male? Ancora negli anni Novanta del 1900 Napoli, come Lecce, non figurava nemmeno tra le mete delle gite culturali scolastiche. Poi il centro storico della nostra citt , nel 1995, è stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanit . Ma se ne cade a pezzi. Vi sono registrate duecento chiese chiuse perch dicono- sono inagibili o perch- dicono- non ci sono preti a sufficienza. Come se le pietre delle chiese e le loro pitture non parlassero del divino e della religione molto meglio di tanti preti. Una guardiania di quattro persone per ciascuna di queste duecento chiese allevierebbero la disoccupazione cittadina. Oltre il fatto che queste, pur tenute chiuse, sono gi  state quasi del tutto spogliate dei loro tesori.
Si deve pur dire che sono stati spesi ingenti somme di denaro pubblico per restaurare un paio di chiese, che poi sono state subito chiuse di nuovo perch pericolanti non si era pensato di ristrutturarle.
A Napoli vi sono magnifici palazzi che stanno andando in rovina e altri da quaranta anni in ristrutturazione. Vi sono ampi edifici storici abbandonati , mentre tante opere d’arte giacciono negli scantinati e nelle soffitte dei musei, non essendo stato trovato un luogo dove mostrarle. Perch tutto ciò? Da parte delle Istituzioni il ritornello è sempre quello non ci sono fondi.
Eppure si vedono sprecare i soldi pubblici per iniziative inutili o addirittura controproducenti. E non ci si riferisce solo allo spreco di somme importanti, di cui ha gi  parlato la Stampa ma di quelle somme minori di cui la Stampa ha taciuto. Si potrebbe citarne qualcuna. Per esempio si potrebbe parlare dei fondi stanziati per la celebrazione istituzionale del grande Enrico Caruso, che sarebbe stata certamente encomiabile se non avesse definito il grande cantante “un emigrante con in mano la valigia piena di canzoni napoletane” per i successi ottenuti dall’artista al Metropolitan di New York, dove si era recato dopo essere stato applaudito al San Carlo, alla Scala e a Parigi.
E si potrebbero citare le sovvenzioni per il Festival internazionale del design (2014/2015),organizzato dal Plart, il museo napoletano della plastica. Si è inaugurato, nel luglio scorso, con Il futuro della plastica, una mostra delle opere di un trentaquattrenne di Cesena che aveva disegnato forme elementari per alcuni oggetti di un materiale idrorepellente, grigio, repellente anche alla vista, ricavato dai rifiuti trattati con certi funghi. Il giovane studioso li aveva realizzati in Olanda, sostenuto da sovvenzioni pubbliche che ora gli erano state negate. Si attribuiva l’invenzione di questo materiale “fungaceo”, che però sembra fosse gi  stato scoperto dalla Bayer.

Nel frattempo, a Napoli, il museo Filangieri rischia la chiusura e, tra migliaia di saracinesche abbassate, storiche librerie chiudono. E che fanno gli intellettuali istituzionali napoletani? Protestano. Ma forse troppo debolmente.

Questi argomenti sono simili a quelli tante volte trattati da Vittorio Sgarbi. Che li ha ribaditi anche durante la presentazione del suo Gli anni delle meraviglie, nel dicembre scorso, all’Istituto di Cultura Meridionale di via Chiatamone. Qualche sera fa, ne ho scoperto, su internet, la registrazione. E ho riscoperto, di Sgarbi, lo spirito arguto, il senso dell’umorismo, l’ironia e l’autoironia. Il critico iniziava il suo discorso accennando all’attuale degrado della citt , e, appunto, alle sovvenzioni pubbliche che vengono destinate a casaccio. E poi allargava le sue considerazioni alla politica con qualche battutina o battutaccia contro questi e queg            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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 B   B îî B îè B îèî  w Bli e qualche considerazione benevola su Silvio Berlusconi. Tra l’imbarazzo prudente e un certo torpido pavore degli astanti.

Ma questo preambolo non era fuori luogo, perch introduceva, applicandolo all’attualit , a un modo di vedere le cose e le persone senza schemi e pregiudizi, che è anche il modo giusto di guardare l’arte.
Infatti Sgarbi conservava questo metodo parlando del suo libro e mostrandone le magnifiche illustrazioni. Tra il pubblico rapito. Lo si vedeva dalle facce dei presenti zummate dall’operatore.

Il libro è fornito di molte bellissime immagini di opere d’arte. Sgarbi le commenta a una a una
le guarda con lo sguardo incantato di un ragazzo al primo amore e poi le maneggia con le arti di un esperto amatore, suggerendo, cos, al lettore, il modo giusto per comprendere l’arte figurativa guardare l’opera d’arte senza schemi precostituiti e osservarla a lungo, con amorevole attenzione. Anche in questo suo ultimo libro Sgarbi rivela intelligenza e sensibilit  artistica, il desiderio generoso di cercare di elevare gli altri verso il suo livello e una grande capacit  di entusiasmare il suo pubblico all’arte.

Per cui ecco una pazza idea, che non è quella di Patty Pravo e forse non è nemmeno troppo pazza. Quella di Vittorio Sgarbi professore alla Federico II.
Entusiasmerebbe i suoi allievi, li sguinzaglierebbe per i borghi e le citt . Li spingerebbe a scoprire la peculiare bellezza dell’arte napoletana. A indagare sui suoi misteri, a scoprire Melofioccolo, a dare un nome, o meglio i nomi, a quel grande pittore che firma con un “Ignoto; Napoletano” le opere del museo diocesano nella chiesa di Donna Regina Nuova (nuova si fa per dire, è del Seicento, ma Donna Regina Vecchia ha trecento anni in più). Li manderebbe a spiare che cosa c’è in quel vicolo, a definire la strana forma di quelle scale a chiocciola dietro un portone, a scoprire la logica di quegli archi che Renato delle Carte chiamerebbe “inesatti e irregolari” e che mantengono in piedi interi palazzi, come quell’arco “irregolarissimo” che si trova nei sotterranei della Fondazione Morra Greco.
Questi suoi studenti andrebbero a svelare gli antichi affreschi nascosti sotto la tinteggiatura della parete imbiancata di fresco nelle stanze di antichi palazzi. O anche a censire le poche superstiti edicole votive, che nel Settecento padre Rocco accendeva di lumini per illuminare le strade e che ora, a volte, sono state sostituite dalle immagini del Volto Santo o della Madonna di Pompei; altre volte del Crocifisso è rimasta solo la croce in legno, il Cristo se ne è andato via. Vi sono anche delle edicole votive recentissime di un kitsch talmente esagerato da risultare divertente sono quelle con l’immagine di un Padre Pio simile a un fantoccio, che potrebbe trovarsi a Las Vegas.
E gli studenti studierebbero la storia dell’arte disciplinatamente, per non essere investiti da un tipico e giusto “BESTIA, bestia, bestia” strillato dal critico all’esaminando ignorante.
Comunque Il professore Sgarbi riuscirebbe a promuovere a Napoli la consapevolezza dell’importanza della sua arte. La citt  conoscerebbe se stessa. E cos questa Napoli invasa, devastata, depredata e denigrata potrebbe ritrovare le sua dignit  e forse anche un rinnovato splendore.

Nelle foto, la copertina del libro