Franco Scaldati (1943-2013), il sarto siciliano autodidatta, poeta attore autore, figura contemporanea tra le più rappresentative, eppure appartata e solitaria. Un valore cui è toccato un riconoscimento tardivo. Una concezione sociale e impegnata del teatro come recupero delle periferie di ogni sorta e « forma d’arte che implica immediatamente l’uomo, che obbliga a vivere, a incontrarsi e scontrarsi».
Totò e Vic, (1993) declina l’incontro nella sua articolazione basica di dialogo a due, “gioco” linguistico che rimanda ai temi esistenziali del teatro dell’assurdo, ma con esiti più aerei, leggeri, apparentemente distratti, per effetto del ricorso insistito al nonsense, quell’ apparente assenza di significato che suscita ilarit  e invita al riso, ma anche a riflettere sul linguaggio come struttura dell’inconscio e sul testo teatrale qui proiezione fantasmatica a due voci; e sulla recitazione come forma perfetta di sublimazione, modo benefico di raccontarsi in forma artistica.
Enzo Vetrano e Stefano Randisi, anch’essi siciliani, due attori-amici in stretta simbiosi, registi di se stessi, in un sodalizio artistico più che trentennale che li ha gi  visti in diversi spettacoli con due personaggi in scena. Gli interpreti ideali per le figure Totò e Vic, due figure marginali e emarginate, impegnate in uno scambio di battute dai toni distratti, sognanti, quasi surreali che attenuano ma non annullano la fatica provocata della continua ricerca di senso alla propria esistenza.
I due uomini sono una realt  duale che tende a ricomporsi in una fittizia unit  attraverso l’atto del rispecchiarsi dell’uno nell’altro l’immagine dell’altro si fa condizione del costituirsi della propria identit , ma anche coscienza della fragilit  del progetto unitario. Cos le due figure si dematerializzano gradatamente, divengono prima pensiero, poi trasparenze, infine dileguano. I pensieri espressi dal dialogo trascolorano nella forma concentrata della poesia detta in siciliano da una voce fuori campo. Se l’italiano è la lingua della comunicazione, il dialetto è la lingua del sentimento.

Nel buio privo di scene, appena rischiarato da fievoli lumi distribuiti sul proscenio
la citazione rimanda alle luci della ribalta degli antichi teatri di commedia – si scorge una panchina, l’approdo rituale per due clochard che sopraggiungono, tutti gli averi racchiusi in valigie di cartone. Concorrono ad avvolgere il dialogo in una atmosfera dolce e malinconica e note di due violini che cantano alla terza e le quelle di Reginella un omaggio alla canzone napoletana? Estremamente appropriato il tono minimale del disegno luci di Maurizio Viani, dei costumi di Mela Dell’Erba, delle luci di Alessia Massai e del suono di Sara Buonaccorso.
Tutto è ridotto all’essenziale perch predomini incontrastata la parola teatrale nella ricchezza delle sue suggestioni. Le luci al minimo a che risalti la luce interiore che sorregge l’amore tra due personaggi. Interpretazione strepitosa.
Pubblico non particolarmente numeroso ma entusiasta. Applausi convinti, calorosi.

Si replica fino a domenica 15 dicembre al teatro Nuovo di Napoli

www.teatronuovonapoli.it

Nella foto, Enzo Vetrano e Stefano Randisi in scena