«Un paese senza cultura e arte, senza i mezzi per fare cultura e arte è un paese che non si rinnova, che si ferma e non ha accesso a ciò che succede in paesi più importanti, negandosi cos ad un futuro vero, autentico e soprattutto libero». Ecco cosa disse un giorno Carla Fracci e come darle torto?
Ma purtroppo, si sa, viviamo in un Paese che nonostante abbia dato, da sempre, i natali alle più grandi menti artistiche, ha dimenticato il valore, la forza, e forse anche il significato della parola cultura. Ma, se è cos, allora tocca alle realt  territoriali e locali riscattarsi.
Il teatro è una fucina di cultura, ma anch’esso è stato troppe volte martoriato e utilizzato per fini tutt’altro che dignitosi. In questo “gioco al massacro” ha avuto un ruolo dominante la politica, tant’è vero che spesso, oggi, chi cerca di battersi per una rivoluzione culturale ritiene che il teatro e la politica debbano essere due mondi separati. Ebbene, non mi trova d’accordo.
Il teatro è Politica, ma la politica con la “P” maiuscola, quella che veniva definita la “forma più alta di carit “.
Ma, d’altronde, il problema è a monte. Ci si dovrebbe chiedere cosa sia la politica. La politica, quella vera, è scelta. La politica la facciamo tutti i giorni quando al supermercato scegliamo di comprare un prodotto piuttosto che un altro. E’ politica la scelta di come impiegare il proprio tempo. Si fa politica quando si sceglie quale programma televisivo vedere la sera. E allora spegniamola la televisione, o accendiamola quando serve a far pensare. E’ vero. Pensare stanca, ma se non alleniamo la nostra mente, se ci arrendiamo, se preferiamo non farci domande, se non pensiamo, cosa ci distingue dagli animali? La coscienza va alimentata, va annaffiata. E non mi chiamate presuntuoso, ma è quello che provo a fare ogniqualvolta penso a una mia rappresentazione teatrale che, più di una volta, ho avuto l’onore di mettere in scena al Centro Teatro Spazio.

Annaffio le coscienze. Annaffio la critica quando metto in scena un legal thriller; annaffio la conoscenza storica quando rappresento uno spettacolo di denuncia;
annaffio il rifiuto dell’omologazione quando scrivo un testo comico; annaffio la rabbia verso gli affaristi se immagino un musical. Annaffio, annaffio, annaffio. Ed è questo che fanno Vincenzo Borrelli; Cristina Ammendola; Marina Billwiller; Simone Somma, e tutti coloro che collaborano con il Centro Teatro Spazio. Annaffiano la coscienza, propria e altrui.

Ma perch si è arrivati a questo tracollo? Dove ha fallito questo Stato?
Dove ha sbagliato questo sistema capitalista che mette da parte l’uomo? E’ un caso? Sar . Io so solo che qualcuno un giorno disse «Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola», e questo qualcuno si chiamava Joseph Goebbels.

*pr, collaboratore, drammaturgo

In foto, un momento di “Cari stramaledetti amici”,
in scena nel dicembre 2015 lo spettacolo è firmato da Emanuele Alcidi e Edoardo Nappa