Quando si assiste a una delle ultime repliche di un’opera, una recensione diventa un’impresa ardua. L’allestimento di Rigoletto in scena al San Carlo è ormai alla fine; le sostituzioni dei cantanti rendono improbabile ogni discorso sulle voci. Qualche considerazione, tuttavia, vale la pena fare ugualmente.
Il classico pienone da trilogia popolare fa gongolare i vertici del Massimo, in una stagione in cui vengono curiosamente – o provvidenzialmente?- proposti tutti e tre i titoli. L’allestimento in scena, proposto da Giancarlo Cobelli nel 2005 e ripreso adesso da Ivo Guerra, ha resistito bene all’usura del tempo, è ancora attuale, nella sua sobrietà composta, senza orpelli e senza trovate estrose e fantasiose, che spesso deformano anche capolavori come questo.
La compostezza in alcuni casi diventa, tuttavia, un limite: per esempio, nell’orgia iniziale, assai poco credibile, priva com’era di ogni sensualità. L’obiettivo di Guerra si sofferma, come indicato da Giancarlo Cobelli, sulle parti oscure della vicenda, ben sottolineate da un sapiente impiego del chiaroscuro.
Paolo Tommasi ha formato le scene, che apparivano perfettamente in linea con le linee della regia. Di sicuro pregio i costumi curati da Giusi Giustino, attinti al repertorio del teatro.
Nel ruolo del titolo, Enkhbat Amartuvshin ha reso alla meglio la parte, nel pallido tentativo – non riuscito, in verità- di costruire un personaggio coerente: buoni i mezzi vocali, discutibile la presenza scenica. Jessica Nuccio sostituiva Rosa Feola nel ruolo di Gilda. Fin dal primo atto, nel duetto con il padre, ha saputo svelare i tratti di una ragazza sconvolta dall’amore, ma nello stesso tempo padrona di sé, dei suoi gesti, delle sue parole e dei suoi silenzi. Stefan Pop è dotato di una discreta voce, che ha dato il meglio di sé nei brani più popolari: Questa o quella e La donna è mobile. Accettabile la performance di Annunziata Vestri, nei panni di una Maddalena sfrontata, ma non sempre col timbro giusto.
Puntuale il coro, diretto da Marco Faella, ma eccessivamente sacrificato dalla regia e relegato in posizione marginale. L’orchestra non ha dato i consueti buoni risultati, forse anche per effetto di una direzione scialba: tanti attacchi sbagliati, continui disallineamenti tra buca e palco, talvolta veramente irritanti.
Faranno testo gli appalusi del pubblico? Sicuramente sì, ma prendiamoli come un omaggio a Verdi e al suo capolavoro.
Queste note si riferiscono alla rappresentazione del 29 gennaio 2017

Marta Argerich
Qui sopra, una leggenda del pianoforte: Marta Argerich. In alto, una scena di Rigoletto al San Carlo fino a primo febbraio

IL PROSSIMO APPUNTAMENTO
con Martha Argerich, pianista leggendaria
Giovedì 2 febbraio, alle 20.30 al San Carlo un concerto fuori abbonamento che ha il sapore di un evento. Protagonisti d’eccezione due mostri sacri del panorama della musica classica internazionale, che ritornano al San Carlo: una leggenda vivente del pianoforte, Martha Argerich e Yuri Temirkanov, il ‘direttore senza bacchetta’, alla guida dell’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo, compagine che dirige stabilmente da quasi trent’anni.
Il programma ripercorre tre capisaldi del Novecento russo, tre grandi autori pressoché contemporanei che, con un’identità ben definita, arrivarono ad esiti musicali diversi: Aram Il’ič Chačaturjan (1903 – 1978), di cui verranno eseguiti tre brani in prima assoluta: Adagio di Spartaco e Frigia” dalla Suite n. 2 del balletto Spartacus,  “Danza delle Gaditanee” e “Vittoria di Spartacus” dalla Suite n. 1 dello stesso balletto; a seguire il Concerto n. 3 in do maggiore per pianoforte e orchestra, op.26 di Sergej Prokof’ev (1891 – 1953) e infine la  Sinfonia n. 5 in re minore, op. 47 di Dmitrij Šostakovič (1906 – 1975).
Per saperne di più
www.teatrosancarlo.it