«Questo museo archeologico diventa sempre più bello», mi dice una signora mia conoscente entrando con me nel Museo archeologico nazionale napoletano. Ci soffermiamo nell’ampia galleria d’ingresso, dove, lungo i lati, campeggiano grandi statue di imperatori e di uomini e donne illustri. Gi  qui, in questa galleria, si comprende come il Mann voglia essere sempre meno arcaico nello spirito e desideri evidenziare il legame tra l’oggi e il mondo antico, affinch questo, attualizzato, diventi più facilmente comprensibile per coloro che non lo conoscono. Infatti, qui, accanto alle statue romane, vi è la mostra di altre statue, grandi come quelle, ma che solo molto distrattamente possono essere scambiate per opere di quei tempi lontani.
L’autore di questa mostra, intitolata “Pontifex Maximus”, è l’artista russo Alexey Morosov. Le sue figure di donne, vestite alla romana e impostate secondo la romana gravitas, poi svicolano in uno stile otto-novecentesco. E si ornano di elementi di questa più recente epoca e di uno strano copricapo, che dona alla figura una molto diversa caratterizzazione figurativa. Ci sono anche altre statue, di diversa grandezza, rappresentanti uomini e donne in varie circostanze e al lavoro. Scorgo, in queste statue, anche una volont  di smitizzazione di quell’antico mondo e di quella grave statuaria. E non escludo che in esse vi sia, oltre l’esaltazione del lavoro secondo l’ideologia russa del socialismo, anche un suggerimento umoristico, come nella divertente, per me, figura di donna con la tunica romana che sbircia il cellulare che ha in mano. La mostra si chiuder  il 31 agosto.

Ma al Mann c’è anche, dal 30 giugno all’11 settembre, un’altra mostra “Fatiche ferite”, di Luigi Pagano, curata da Marco de Gemmis, responsabile del Servizio educativo del Museo. Il soggetto è Ercole e le sue fatiche. Anzi è l’enorme (è alta 3 metri e 17) statua del semidivino figlio di Alcmena e di Zeus. Opera di Glicon, che la aveva copiata da un originale del greco Lisippo, fu portata alla luce, nel 1545, durante gli scavi presso le terme di Caracalla, promossi dal papa Paolo III Farnese. Fu poi ereditata dalla famiglia reale dei Borbone di Napoli e, nel 1787, portata nel Museo Archeologico napoletano, dove tuttora si trova. Al momento del rinvenimento, essa era in pezzi priva della testa, dell’avambraccio sinistro e di entrambe le gambe. La testa però era gi  stata trovata prima del corpo, in Trastevere, scavando in un pozzo, ma solo in un secondo momento fu individuata come la testa dell’Ercole Farnese. Essendo la statua senza gambe, Guglielmo Della Porta, allievo di Michelangelo Buonarroti, dovette scolpirle le gambe per farla stare in piedi. Sennonch, in un secondo tempo, le gambe originali furono ritrovate e sostituirono quelle del Della Porta.
Questo racconto vale a mettere in evidenza quanto faticosa sia stata la ricostruzione della famosa statua. Le fatiche di Ercole sono generalmente immaginate come realizzate dal semidio con la sua “forza erculea”, senza affaticarsi Nella realt , non dovette essere stato cos. «Ogni opera, umana o semidivina che sia, vien fatta con fatica; racconta l’autore, Luigi Pagano- anche io ho faticato parecchio per realizzare le opere che vedete in mostra. E non solo. Bisogna, vivendo, sopportare anche dolori e fatiche». Talvolta da eroi. In effetti siamo un po’ tutti dei piccoli eroi. Tre grandi pannelli, opere di Luigi Pagano, ora in mostra, realizzate con una tecnica mista su lamiera di alluminio e su tela, in uno stile tra un confuso figurativo e il simbolico, sono intitolate Leone, Idra e Cinto. Inoltre vi sono altre dodici opere di piccolo formato sono disegni con inchiostro di china su carta, che accennano ciascuno a una delle dodici fatiche di Ercole. E c’è un’altra serie di opere sono su lamiera di alluminio, sempre in numero di dodici, e si intitolano “Lacerti”.

Si può osservare, a proposito di questa serie, che di un oggetto o di un corpo o di una statua si può avere una visione complessiva, al primo sguardo, oppure una visione ravvicinata, guardandone i singoli pezzi.
Marco de Gemmis scrive che il corpo di marmo dell’Ercole Farnese si fa osservare nel suo imponente insieme; ma presto, cos grande com’è, invita afarsi scomporre e ricomporre allontanandosene e avvicinandosi. «Molti visitatori del Museo lo fanno più volte- precisa- anzitutto per scoprirne il volto, dopo essersi lasciati meravigliare dalla possente muscolatura; e poi gli girano intorno quanto nessuna altra statua del Museo spinge a fare» E si può anche generalmente affermare che guardare da vicino ogni pezzetto della realt  significa approfondirne il senso, per meglio comprenderla.

Nelle foto, in alto, e la rpima in basso da sinistra, opere di Morosov. Le altre due sono firmate da Luigi Pagano