Parlare di Bagnoli nel secolo scorso ha significato parlare dell’Italsider, vale a dire industrializzazione e opportunit  di lavoro ma anche inquinamento di un territorio bellissimo. Oggi Bagnoli è sinonimo di dismissione e riqualificazione, bonifica ambientale e una nuova sfida per il futuro.

Il quartiere situato alla estremit  occidentale di Napoli, in una posizione intermedia tra la collina di Posillipo e il mare del golfo di Pozzuoli, era stato destinato allo sviluppo industriale da una legge del 1904; il 19 giugno 1910 fu avviata ufficialmente l’Italsider, che in pochi anni divenne uno dei più importanti poli siderurgici italiani. Una lunga storia di crescita e sviluppo, fino alla crisi nel settore incominciata negli anni ’70 e culminata con la chiusura dell’attivit  industriale e degli altoforni nei primi anni ’90.

E poi la fase dello smantellamento, delle scelte politiche per individuare la destinazione migliore da offrire a un’area enorme e con tante potenzialit  turistiche.

Di tutto questo parla il documentario “Il cuore e l’acciaio”, realizzato dal regista Aldo Zappal  e prodotto da Rai Educational e dalla Village Doc & Films in collaborazione con l’universit  Suor Orsola Benincasa e Bagnoli Futura, che sar  presentato in anteprima nazionale venerd 13 marzo alle ore 16.30 presso l’aula magna dell’universit  Suor Orsola Benincasa di Napoli (via Suor Orsola n. 10).

Interverranno il sociologo Domenico De Masi, il parlamentare europeo Gianni De Michelis, il vicesindaco di Napoli Sabatino Santangelo, il ministro per l’attuazione del programma di Governo Gianfranco Rotondi, Piero Corsini di Rai Educational; modera il caporedattore del TGR Campania Massimo Milone.

Il documentario è inserito nella serie “La storia siamo noi” di Rai Educational e sar  trasmesso su Rai tre mercoled 18 marzo alle ore 8.05 e in replica gioved 19 marzo alle 0.40.

” un altro dei miei lavori per Rai Educational dedicato a Napoli, dopo quelli sulle Quattro giornate e sul periodo dal 1943 al 1946″ spiega Aldo Zappal , che oltre all’attivit  di documentarista ha lavorato come autore e regista di numerosi programmi di grande successo per la Rai, ideando e realizzando “Cari amici vicini e lontani” con Renzo Arbore, “V  pensiero” con Andrea Barbato e Oliviero Beha, “Di che vizio sei?” con Gigi Proietti.
Cosa succede con “Il cuore e l’acciaio”…
“Racconto la grande dismissione dell’Italsider di Bagnoli, il più grande polo siderurgico in Italia e uno dei più importanti al mondo. Su Bagnoli si discute tanto e c’è una situazione scandalosa che si trascina da un lunghissimo periodo dal 1992 questo enorme oggetto inquinante è sul territorio ma le scelte vengono sempre rinviate”.
Quanto dura il documentario e cosa viene raccontato?
“Dura cinquantasei minuti. Volevo raccontare cosa è successo prima della chiusura, fare il punto della situazione partendo dall’inizio della storia dell’Italsider, dai primi anni del novecento. un racconto dal punto di vista degli operai dello stabilimento, non una cosa didascalica ma una narrazione centrata sulle persone che hanno vissuto in prima persona questa storia. Tutto viene mostrato con ritmo, musica e una forte empatia per i protagonisti. Gli operai dell’Italsider hanno regalato a Napoli un’enorme area in piena citt , che è stata sottratta alla speculazione edilizia grazie alle loro lotte”.
Nel documentario ci sono anche molte testimonianze…
“Sono circa venti persone, molti di questi sono operai. C’è anche Gianni De Michelis, all’epoca della decisione di chiudere lo stabilimento era ministro socialista delle partecipazioni statali. Nel documentario ci sono le immagini della sua visita all’Italsider per spiegare perch il governo aveva preso quella decisione; in quella occasione dimostrò un certo coraggio nell’affrontare la folla, incurante dei fischi e delle contestazioni”.
L’Italsider è il simbolo di una citt  che cercava nella industrializzazione la strada per uscire dal sottosviluppo. Un sogno non realizzato…
“Sono stati buttati tanti miliardi pubblici, semplicemente a un certo punto la produzione di acciaio non era più competitiva e si è dovuto chiudere tutto, lasciando questo enorme oggetto inquinante in mezzo alla citt . Un’ enorme fabbrica sul mare da smantellare, due milioni di metri quadrati di area da destinare ad uso diverso. E una classe politica che non è riuscita a fare niente, non ha preso decisioni in tempi rapidi, non ha imposto delle scelte”.
In particolare colpisce il breve lasso di tempo tra la ristrutturazione con la nascita della nuova Italsider nei primi anni ’80 e la decisione di chiusura definitiva pochi anni dopo…
“Lo stesso De Michelis ammette nel documentario che sono stati commessi errori gravi, d’altra parte lo si percepisce quando lo vediamo fare il tour per dire che bisognava chiudere tutto. E poi gli sprechi pazzeschi per esempio 500 miliardi spesi per acquistare un laminatoio, che poi è stato rivenduto ai cinesi per solo 30 miliardi”.
Eppure qualcosa di            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7eEèHlèNO» OJe
tnRpeK bello nel frattempo è nato, con la Citt  della scienza sorta in alcuni dei vecchi capannoni dello stabilimento…

“Quello che ha realizzato la fondazione Idis è un autentico miracolo. Creare in quel luogo un polo scientifico e tecnologico di livello mondiale è qualcosa di incredibile”.
Tra i tanti episodi della storia dell’Italsider, quello che l’ha colpita di più?
“Il giorno in cui gli operai decisero di partire in massa per Bruxelles e andare a protestare davanti alle istituzioni comunitarie. Si organizzarono male per il viaggio partendo con dei vecchi aerei ad elica di una compagnia romena, per cui impiegarono tantissime ore per arrivare. Ma una volta giunti sul posto, si resero conto di aver scelto il giorno sbagliato. Infatti era il giorno della festa nazionale del Belgio, la citt  era deserta e quei pochi passanti per strada li guardavano sbigottiti. Arrivati davanti alla sede della Comunit  Europea, naturalmente trovarono tutto chiuso”.

Nella foto in alto (di Maria Volpe Prignano), l’Ilva oggi. In basso, da sinistra, l’Ilva all’inizio del ‘900 e al momento della chiusura all’inizio degli anni ’90