Luigi Bartalini (sociologo) firma il romanzo “Sono nato nel mese dei morti”,pagg. 157, Kairòs edizioni, euro 14,00.
Il protagonista è un bambino senza infanzia, catapultato in collegio dalla madre. Enormi stanzoni, alti in cielo, dall’aria austera, rigida, fredda, acqua gelida, carezze mai e niente buonanotte.
In quel luogo si diventa più grandi in fretta, si perde un intero ciclo di vita; la meglio gioventù viene negata da quelle regole che ti serviranno da grande. Una suora che non ride, un maestro doverosamente severo, tutti vestiti alla stessa maniera, minestra, formaggio sgradevole, poca luce. E fuori c’è la guerra, bisogna dirsi anche fortunati allora.

Ne parliamo con l’autore.

Il protagonista deve crescere in fretta, contesto familiare difficile, anche se dignitoso. Fuori la guerra. Tra le altre dediche questo lavoro volge lo sguardo ai “bambini senza infanzia”. cos?
Non è necessario andare eccessivamente indietro nel tempo per ricercare storie di infanzia perduta, pescare nei romanzi di Dickens o nelle storie ambientate agli inizi del Novecento come “Le ceneri di Angela” di Franck McCourt, oppure la tragedia dei “figli del mare” i bambini dei migranti o i ROM costretti a mendicare; esistono altre forme di solitudine inespressa anche in contesti familiari cosiddetti normali dove ai bambini si chiede di crescere in fretta, con desideri, obiettivi e pulsioni adulte, una proiezione più che un individuo da sostenere e seguire nella crescita.
Una donna e madre coraggiosa, un padre “picchiatore”, un bimbo costretto a rinunciare a parte della sua libert . Niente giocattoli, carezze, smorfie di approvazione. Periodo storico non facile.
Come tutti quelli nei quali la societ  civile, la tolleranza, lasciano spazio al populismo ed alla prevaricazione. Ma una sottile, impalpabile carezza accompagna comunque l’inconsapevole bambino.
Il ritorno a casa si doveva immaginare felice, di recupero di un “quadretto familiare” compromesso. E’ invece durezza interna ed esterna a causa della guerra, con continui spari e bombe. Prigionieri in casa piuttosto che liberi.
Prigionieri dell’incapacit  di comunicare, di trasmettere i sentimenti che comunque pervadono i protagonisti, presenti in misura differente; irrisolti fino ad essere personaggi isolati in una scena corale.
I segni della durezza del protagonista sempre addosso, anche quando diventa pap . Non gli scivoleranno più, non recuperer  mai più il buio e la mancanza di quel pezzo di vita persa.
Non può recuperarlo, lo ha segnato, ma riuscir  infine ad accettarlo, a conviverci, in un processo quasi catartico fino a comprendere che non è più utile e ammissibile parlare o giustificare il suo modo d’essere con l’infanzia e l’adolescenza trascorsi, ma sintetizzando ed affidando al mese della sua nascita quella sua particolare inclinazione malinconica.

Andare a guardare dall’esterno il collegio poco distante da casa ogni Natale fa scattare nella mente del protagonista quella infanzia. Un segno indelebile che lo caratterizzer  per sempre, anche quando vede la scena di un ragazzo tra le mani di una suora e la mamma che si allontana. L riavvolge il nastro della sua vita.
la dimostrazione che tornare indietro non è sempre felice?

Piuttosto che comprendere le emozioni di chi volge le spalle può risolvere, far accettare e pacificare col passato.

Esiste qualche riferimento reale?
reale la storia che ha attraversato questo Paese e la Napoli degli anni della guerra, cos come le testimonianze di chi ha vissuto quel periodo sulla propria pelle. I luoghi sono scontornati con una certa precisione e riconoscibili.
L’esperienza del collegio vissuta di riflesso attraverso gli occhi, le espressioni ed il modo d’essere di bambini e ragazzi conosciuti in adolescenza, ma anche frasi, spunti, in sostanza il corredo di chi scrive.

In foto, la copertina e l’autore

luned 6 gennaio 2014