PRIMA PARTE

Si pensa poco al 1914, o non abbastanza, a cent’anni di distanza. Eppure, in quel fatidico anno, l’Europa era sull’orlo del socialismo, ma anche della Grande Guerra. I suoi esiti furono dirompenti, travalicarono i confini nazionali, invasero l’orizzonte molto più vasto della coscienza contemporanea. Il mega conflitto innescò mutamenti radicali che ancor oggi fanno sentire il loro effetto. Alcuni storici, infatti, ascrivono la genesi dei totalitarismi a quegli sciagurati, sanguinosi cinquantatr mesi.
Di quella che fu detta non a torto «catastrofe della modernit » resta la testimonianza muta ed eloquente di un vasto corredo fotografico. Impressionante. Dieci milioni di morti, venti di feriti, senza contare mutilati e invalidi. Il lutto vissuto in chiave globale, su scala planetaria. Niente di simile, prima di allora. Un lutto che, travalicando i confini del personale e del collettivo, si configurò come una crisi epocale, la fine di un mondo, il tramonto della primazia dell’Europa, il tracollo di un continente, una volta faro di civilt  e cultura e poi, inopinatamente, generatore di orrori e crudelt  senza pari nella memoria storica.
Eppure nulla faceva presagire questa tragica e rapida metamorfosi. Come in un incubo kafkiano, «l’epoca bella della modernit  trionfante si è tramutata nell’epoca tragica della modernit  massacrante», osserva lo storico Emilio Gentile, riflettendo oggi su quanto segu a quei due fatidici colpi di pistola che a Sarajevo posero fine alla vita dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono di Austria-Ungheria e a quella della moglie Sofia. Ma gi , quasi contemporaneamente, nel 1915, Freud professava apertamente la sua delusione «per una civilt  che non aveva saputo tener fede alle sue promesse di progresso pacifico» e per di più si avviava verso un ineluttabile crollo, tra violenze, ingiustizie sociali di ogni sorta e distruzioni.
Era davvero Il tramonto dell’Occidente, preconizzato da Oswald Spengler, subito dopo la fine del conflitto? Il naufragio dell’uomo europeo annunciato da Hermann Hesse? E La valse, il poema sinfonico di Ravel, poteva essere considerato, nonostante le smentite dell’autore, una meditata quanto inconsapevole testimonianza sui postumi distruttivi della Grande Guerra; una tragica allusione alla fine del Secondo Impero, al Finis Austriae? Il grande musicista, che guidò con Debussy l’innovazione musicale dei primi del Novecento, ripercorreva attraverso la metafora musicale del valzer la parabola di un’epoca, dai volteggi armoniosi degli iniziall’epilogo da danza macabra, segnata da note distopiche e dissonanti, preannuncio di apocalissi prossimo-venture? O, più semplicemente, si accingeva a una inattesa quanto raffinata rivelazione delle possibilit  espressive del Romanticismo, attraverso una successione di progressioni ascendenti, capaci di evocare potenza, vigore ed estasi?

Il ventesimo secolo si sarebbe caratterizzato come “secolo breve”,
felice neologismo, dovuto allo storico inglese Eric J. Hobsbawm che lo racchiude infatti tra il 1914 e il 1991, l’anno che segna il crollo del comunismo. E, come se non bastasse, in questo arco di tempo, si colloca la” Guerra dei Trent’Anni del XX secolo”, comprensiva dei due conflitti mondiali. La cronologia esclude il primo quindicennio che, legato agli ultimi quattro lustri del XIX secolo, ha dato vita a quel periodo magico, unico, irripetibile di leggera follia e sconsiderata spensieratezza, di corsa ardita e irresponsabile verso il baratro la “Belle poque”, il canto del cigno della borghesia in ascesa e del suo ottimismo, autorizzato da una miriade di successi.
Una classe sociale che celebra se stessa celebrando unmondo che ha cambiato volto in fretta, grazie al trionfo della scienza e della tecnica.La scoperta dell’elettricit , il telegrafo, il telefono, il traforo del Moncenisio, rievocati in chiave spettacolare dal Ballo Excelsior di Marenco. Ancora non palpabili, se non a livello di lite, gli effetti destabilizzanti della crisi delle certezze, legata della fisica relativistica, alla scopertadell’incoscio operata dalla psicoanalisi.Nella Vienna del primo Novecento, le figure più eminenti della scienza e dell’arte danno l’avvio a una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre il modo di considerare la mente umana. La creativit  nella letteratura, nell’arte e nella scienza parlano il linguaggio di un’arte nuova, sensuale, vicina alla natura, ma anche di portare alla luce gli stadi d’animo più reconditi.
Parigi un mito Chez Maxim, il petit Marcel, che prima di porre mano alla ricerca del tempo perduto era un dandy che scriveva del dandy, oltre che di se stesso. La Ville Lumière conla Tour Eiffel, i Caf Chantant, Le Folies Bergères, il Moulin Rouge ed il suo ballo, il can can gioia di vivere, gioia pura che si fa musica. Concorrono alla sua diffusione e la cartellonistica pubblicitaria e il manifesto d’autore di Toulouse Lautrec con quella inconfondi            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèbile linea funzionale, densa di suggestioni che coglie con precisione espressionistica le forme, i corpi e lo spazio. Non solo. Anche le superfici vengono tutte intessute di linee che si intrecciano a formare intrecci suggestivi e vertiginosi caviale, champagne, roulette, vedette, cocotte, pseudo seduttori sedotti dalla maliarda di turno, nobili decaduti che si vergognano di questuare.
Trionfa la filosofia del “cogli l’attimo” della spensierata incoscienza. La Francia assurge ancora una volta a modello del beau vivre per tutto il mondo. I Fratelli Marino, visto il successo della importazione del genere “Caf Chantant” lo importano prima a Napoli, poi a Roma. Alle Folies Bergères napoletane, passano le chanteuses e le danseuses più prestigiose.

L’attentato di Sarajevo in una illustrazione di Achille Beltrame per la Domenica del Corriere