La medesima atmosfera avvolgente del Foyer del teatro Mercadante di Napoli, gremito più del solito, per questo terzo incontro di attrice con la sapienza narrativa di Irène Nmirovsky (1903-1942), talento letterario di statura europea, nota al grande pubblico da un decennio appena, per via delle vicende avventurose e l’epilogo drammatico che segnarono la sua giovane vita di ebrea ucraina, sfuggita alla rivoluzione di Ottobre ma non alla barbarie nazista diAuschwitz.
Un romanzesco vissuto autobiografico chiaramente leggibile anche nella trasfigurazione letteraria di Come le mosche d’autunno una metafora delle vicende e i disagi esistenziali della famiglia Karin e la storia dell’umile Tat’jana Ivanovna, la vecchia nutrice, una vita al servizio di due generazioni elevata a dignit  di protagonista.
Figura emblematica delle societ  di antico regime, simbolo di fedelt  assoluta e dedizione, Tat’jana vive di luce riflessa, condivide gioie e dolori, ama non sempre ricambiata, per essere ricordo vivente di un passato che tutti vogliono dimenticare. Ha raggiunto i padroni a Parigi, portando loro quello che era scampato dalle razzie rivoluzionarie, non ha la forza di tornare indietro. Malata di nostalgia, rimpiange il freddo e la neve del suo paese di origine. Trover  la morte nelle acque della Senna, illividite dal lungo autunno parigino, inseguendo nostalgicamente il biancore di una nuvola che il delirio visivo ha scambiato per la nevosit  del paesaggio natio.

Ridanno vita alla vicenda di Tat’jana Ivanovna la voce e l’arte di Angela Pagano (foto), pietra miliare del teatro napoletano e non solo, attrice di razza, grande temperamento drammatico e fisico minuto, enfatizzata dalla mise nera.
I toni caldi dei capelli, sapientemente scomposti, parlano di un autunno vissuto alla grande. Solo il fulgore del collier ci ricorda che siamo in presenza di una prima donna. L’identificazione con il personaggio è totale oltre ai dialoghi, la passionalit  della Pagano investe, in una certa misura, anche la neutralit  delle parti narrate, sottoposte anch’esse al continuo alternarsi dei punti di risonanza della voce, pur sempre controllatissima.
Dizione perfetta, pause ed esitazioni sapienti, il climax drammatico affidato unicamente alla velocit  e alle variazioni ritmiche del dettato, mai al volume. Pubblico emozionato fino alla commozione, Paolo Coletta compreso. Ancora una volta, il talentuoso pianista dal tocco magico nonch compositore, autore di musiche di scena e regista- contribuisce non poco al successo dell’evento con una scelta di raffinate pagine musicali. Stavolta lo spleen ha la voce sommessa e dolcemente evocativa delle miniature del georgiano Giya Kancheli. Alla felice e fugace citazione dalDie Moritat von Mackie Messer, di weissiana memoria il compito di evocare la virginale perplessit  degli emigrati di fronte al jazz, largamente presente nel musicale melting pot parigino dei roaring Twenties.

Si replica il 14 febbraio, ore 12

Per saperne di più

www.teatrostabilenapoli.it/?p=content&id=420&t=caff-n-mirovsky