“Italia nazione difficile”, scriveva Giuseppe Galasso. E’ stata avventurosa la sua genesi unitaria, difficili e sofferti i passaggi di regime in regime. Gli equilibri istituzionali, sempre faticosamente cercati, si sono rivelati gracili, instabili e poco duraturi, e l’attuale assetto politico, dominato dalla partitocrazia, non è “spuntato fuori come un fungo” . “Le discussioni che oggi animano la vita politica italiana circa il ruolo e lo strapotere dei partiti spiega il prof. Eugenio Capozzi, autore di “Partitocrazia. Il regime italiano e i suoi critici” edito da Guida,pp.162 11,00sono il risultato di processi storici complessi, distanti anni luce dalle semplificazioni politiche che emergono dai mezzi di informazione”. Il volume di Eugenio Capozzi, docente di Storia Contemporanea nella Facolt  di Lettere dell’Universit  degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa, dimostra che i problemi della nostra democrazia, quelli che appaiono sotto gli occhi di tutti da molti decenni e che stentano a trovare soluzione, hanno un’origine lontana, che va cercata innanzitutto nelle modalit  con le quali si è dato vita al processo unitario e, poi, nella fragilit  istituzionale che ne è derivata, senza tralasciare la percezione negativa che gli italiani hanno del potere politico.

“Ho iniziato ad occuparmi di partitocrazia prosegue Capozzi nell’ambito dei miei studi sui modelli costituzionali, ma è stato decisivo l’incontro con la figura di Giuseppe Maranini (n.d.r. Eugenio Capozzi è autore della biografia del noto giurista italiano “Il sogno di una costituzione. Giuseppe Maranini e l’Italia del Novecento” edito da Il Mulino 2009). Maranini ha coniato il paradigma negativo del termine partitocrazia, individuandone gli aspetti più dannosi al nostro sistema e facendosi promotore di una riforma delle nostre istituzioni sul modello anglosassone. Il termine partitocrazia viene coniato nel secondo dopoguerra ma il fenomeno ha un’origine più profonda che risiede nella genesi dello stato unitario”.
Rispetto ad altri contesti, come quelli anglosassoni e quello francese, il regime rappresentativo in Italia si distingue innanzitutto perch esso ha costituito un adattamento dell’embrionale ordinamento sorto nel Piemonte sabaudo con lo Statuto Albertino sospeso su un delicato equilibrio tra Corona, parlamento, lites locali, burocrazia ad una realt  ben più difforme e diseguale. Il fragile equilibrio istituzionale del Regno Sabaudo, esteso indiscriminatamente alla realt  degli altri regni italiani con particolare riferimento al Regno delle Due Sicilie ha determinato, secondo l’autore, l’unicum italiano nel processo di costituzione dello Stato che ha coinvolto l’Europa intera. Da ciò deriva l’idea della scissione tra paese reale e paese legale; l’idea ci che la costruzione istituzionale dello stato unitario e la sua classe politica non corrispondessero più all’articolazione effettiva e alle esigenze fondamentali della societ  italiana.
Da qui la celebre affermazione di Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia. Ora bisogna fare gli italiani”, da cui emerge il problema dell’omogeneizzazione civile del paese, che non fu raggiunta in epoca unitaria e che stenta ad affermarsi ancora oggi.

” Credo che ogni paese abbia le sue irriducibili peculiarit  e una storia diversa dagli altri continua Capozzi ma vi sono dei parametri costanti in una determinata epoca. Il problema della costituzione dello stato, da cui deriva l’attuale percezione diffusa delle istituzioni, si pose in tutta Europa con connotati simili e diversit  a seconda dei paesi. In tutte le nazioni europee si posero problemi di assetti istituzionali. In Italia emergono caratteristiche peculiari, tra le quali vanno segnalate l’estrema frammentazione politica e la tradizionale rappresentanza istituzionale di queste. Il nation building italiano si è costruito con un grado di difficolt  maggiore rispetto agli altri paesi e ciò ha comportato un ritardo nella concezione delle istituzioni e un ritardo nel dibattito sugli assetti costituzionali, che da noi è maturato solo a partire dalla met  degli anni Settanta del Novecento, e ha raggiunto il suo culmine nei primi anni Novanta con la caduta della Prima Repubblica. A riguardo va segnalato un ulteriore dato negativo: la Prima Repubblica non è caduta in seguito ad un processo di riforma politica delle istituzioni, ma è stata condizionata dall’intervento della magistratura. E’ stato un processo indotto che non ha portato ad una vera e propria riforma: infatti, la Seconda Repubblica, se cos può essere definita, è nata debole e il suo assetto dovrebbe essere completato con una registrazione degli equilibri tra i poteri”. Le istituzioni italiane, e i partiti che in esse dominano incontrastati, sono percepite come deboli dai cittadini italiani, i quali manifestano il loro distacco con maggiore evidenza rispetto alle altre nazioni europee.

“L’insofferenza degli italiani nei confronti dei partiti spiega Capozzi nasce prima che questi assumano la forma tipica dei partiti occidentali moderni. Prima ancora che per l            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7e:EèHlèNO» OJe
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       Øt Ka forma partito è insofferenza per le istituzioni che vengono percepite come precarie e scarsamente rappresentative. Quando sulla debolezza delle istituzioni dell’Italia liberale si va ad innestare la pressione esercitata dai partiti nei primi anni del Novecento, il sistema entra in una crisi irreversibile, crolla il parlamentarismo e si afferma lo stato partito, ci lo stato fascista”.

La morale pubblica, “cane da guardia” della democrazia nei paesi di fede protestante, invocata dalla societ  civile come l’elemento capace di sanare le nostre istituzioni è, per Capozzi, un elemento del tutto irrilevante e fucina di ulteriori problemi e squilibri istituzionali. “Innanzitutto non sono d’accordo con una visione pessimistica della democrazia italiana. La nostra prassi democratica, nonostante gli squilibri, si è andata consolidando. Lo dimostra l’ultimo quindicennio, nel quale la pratica politica democratica italiana, sulla strada della democrazia competitiva, ha avuto un incardinamento maggiore che negli altri paesi. L’affermazione del principio maggioritario e dell’elezione diretta degli amministratori locali ne è la riprova. Siamo solo più rudimentali degli altri e ciò è dovuto alla fragilit  dei nostri partiti e del rapporto tra questi e le istituzioni. Inoltre, in Italia siamo abituati a vivere una conflittualit  maggiore, uno stato febbrile fisiologico, come se fossimo sempre sull’orlo di una crisi.
La battaglia politica si sviluppa attraverso barriere ideologiche ed è vista sotto la lente delle delegittimazione dell’avversario. Il consolidamento del bipolarismo, l’alternanza fisiologica delle formazioni di governo, la trasformazione degli statuti dei partiti da privati a pubblici e la costituzionalizzazione delle elezioni primarie porterebbero ad una maggiore responsabilizzazione dei partiti e ad un consolidamento della democrazia competitiva. La lente moralista è sempre sbagliata per comprendere la politica e le istituzioni.
Queste riflettono lo stato reale del paese e non credo che nelle altre nazioni europee ci siano livelli di corruzione inferiori ai nostri. Le visioni dietrologiche ed apocalittiche non fanno altro che indebolire la nostra democrazia e distoglierci dal dibattito sulle riforme istituzionali.
Anche la Prima Repubblica, con le sue distorsioni, ha garantito il progresso democratico del paese, cos come la Seconda Repubblica sta garantendo un avanzamento in termini di democrazia competitiva. Buttare a mare il nostro percorso democratico in virtù di istanze moraliste significa commissariare la democrazia, come è avvenuto durante i c. d. governi tecnici del periodo ’92 ’94, con il rischio reale di vedere sopraggiungere poteri nuovi e difficilmente controllabili”.

NellA foto, l’autore