Dicono di lui che è un mecenate. Perché, come lui, Gaio Cilnio Mecenate (68/08 a. C.) promuoveva l’arte e gli artisti.
Ma tra gli artisti di Gaio Cilnio c’era gente come Orazio, Properzio e quel Virgilio (70/19 a. C.) che cantò la nobiltà delle origini di Roma e il suo destino imperiale (nell’Eneide) e la sacralità dell’agricoltura (nelle Georgiche).
Tutto secondo le direttive del grande Ottaviano (63 a.C./14 d. C.), che poi, diventato Augusto, fu di Roma il primo imperatore. Ma né tra gli artisti né tra i Prof né tra i politici che circondano Giuseppe Morra c’è qualcuno grande come costoro.

Eppure qualcosa di grande c’è. E’ l’idea di Peppe Morra. E un sentimento grande (e ritroso) c’è: il suo sincero amore per Napoli. L’idea è che l’architettura è uno spazio vissuto e vivente e quindi la riqualificazione architettonica porta a una riqualificazione sociale.
Giuseppe Morra aveva, negli anni ’70, un galleria d’arte a via Calabritto. Un ambiente “bene”. Borghese e basta. Troppo poco per lui. Tolse via tutto. Voleva, vuole, altro. La sua grande idea è quella di rigenerare Napoli, rigenerando tante realtà collegate tra loro, che riescano a ridarle vita rinnovandola.

In ogni tempo la realtà muta, proprio perché viva. Comunque in questi ultimi tempi sembra si attui un cambiamento epocale della società, anzi dell’umanità e anche, credo, delle sue strutture percettive, e quindi occorre una visione ampia, lungimirante, creativa. Che ripensi la realtà ovvero le realtà napoletane in modo nuovo, riconsiderandole tasselli della vita presente. Non è opportuno, quindi, abbattere una costruzione per averla ex novo, sarebbe fuori dal tempo e dalla realtà. Ma è opportuno riconsiderare l’esistente, dandogli una forte spinta evolutiva, usando l’arte contemporanea.

Da qui la volontà di intervenire su varie costruzioni di un rione, in modo che diventino nodi di una maglia che comprenda tutto il rione e via via tutta la città e oltre. Così Morra abbandonò via Calabritto. E andò a stanziarsi ai Vergini, un quartiere denso di costruzioni bellissime ma ora degradato. I palazzi nobiliari avevano dato bellezza al luogo, coinvolgendo, come allora succedeva, tutto il popolo intorno.

Infatti ricordo chiaramente, che io, bambina piccolissima, osservavo i modi di donna Concetta la portinaia, i suoi riti, la sua gentilezza, le sue movenze, che mi parevano così simili a quelli nobili di mia nonna. Poi, si, le cose sono molto cambiate. Dunque, Morra sparì da via Calabritto e da quel mondo borghese ed elegante. Fondò ai Vergini il suo “Istituto di Scienze delle Comunicazioni Visive”, e vi portò le opere del suo amico viennese Hermann Nitsch. Vi scelse il Palazzo dello Spagnuolo, un’architettura del grandissimo napoletano Ferdinando Sanfelice (1675/1748), che esprime, nelle sue archeggiate strutture, la libertà e la magnificenza della Napoli antica.

E il palazzo si chiamò per qualche anno anche Palazzo Morra. Peppe voleva, attraverso l’arte contemporanea, attualizzare e promuovere questo palazzo e il rione dei Vergini. “Ma non ci riuscii” mi confessò. Però aveva dato l’esempio e, dopo di lui, ci sono ora diverse iniziative che tentano di migliorare questo luogo e il suo popolo magnifico e degradato. Molto migliore il risultato dell’intervento di Morra a salita Pontecorvo, dove la trasformazione di una centrale elettrica dismessa in museo d’arte contemporanea ha prodotto anche una trasformazione in meglio dei vicoli adiacenti e dei loro abitanti. Lì molte iniziative, convegni, mostre, ecc. hanno tenuto vivo il rione intorno.

A mio avviso, Peppe Morra non è solo un mecenate di artisti ma è soprattutto un artista, un architetto, che dell’architettura ha compreso quello che molti prof non capiscono. Che l’architettura non è un edificio materiale ma è quello spazio umano che la costruzione materiale definisce e suggerisce e che deve essere reso vivo dalle funzioni che vi si creano.
Così non è un caso che ora Peppe abbia rivolto la sua attenzione al palazzo Ayerbo d’Aragona, nel rione Materdei. Un palazzo molto degradato, da restaurare, ma bellissimo, per lo spazio che suggerisce. Uno spazio ampio, libero, magnifico ma non monumentale e tanto napoletano che sembra sia stato disegnato da Ferdinando Sanfelice, lo stesso architetto del cosiddetto Palazzo Morra. Su una matrice ottagonale, (l’ottagono tanto amato dai napoletani indica l’eternità), c’è uno spazio di accentuato dinamismo che si muove e fa muovere le strutture intorno.

Questa costruzione si chiamerà Casa Morra. Vi saranno conservate le circa 2.000 opere della collezione Morra, raccolte durante lunghi anni, che costituiscono così anche una testimonianza della vita del proprietario. Le opere sono di John Cage, Marina Abramovic, Sozo Shamamoto, Giulio Paolini, Gina Pane…. Venerdì scorso, 28 ottobre, questo spazio è stato inaugurato. Con due concerti e all’insegna di Allam Kaprow, John Cage e Marcel Duchamp. Tutto bellissimo. Centinaia di persone, tanti gli artisti, e c’era anche Luigi de Magistris. Abbiamo brindato con il vino di Vigna San Martino, un luogo che Peppe Morra ha salvato dalla speculazione e conservato con il suo carattere agreste, con una vigna che produce uno straordinario vino rosso che Dioniso berrebbe volentieri. Abbiamo brindato in tanti. Ecco, Peppe Morra ha bisogno per il suo progetto di gente viva, sensibile e partecipe al mondo che cambia, felice di vivere insieme agli altri, ringraziando Iddio. Come i napoletani di una volta. Che così potrebbero esserlo ancora.
Adriana Dragoni

Nella foto in alto di Fabio Donato, da destra Peppe Morra con Hermann Nitsch.