“E’ la raccolta attenta di usi e costumi, che compongono un’archeologia del sapere napoletano, un contro-museo popolare e quindi profondamente autentico. “Il fuoco sotto la cenere” un epos plebeo più che un romanzo storico, perch ha in s, in questo momento di crisi generale della composizione e della rappresentazione della nostra citt , la capacit  di restituire un’immagine meno frammentaria e più organica” ,afferma Raimondo Di Maio ( Libreria Dante & Descartes). Editore del poderoso volume, primo romanzo di Angelo Otero, (Dante & Descartes, pagg. 887,euro 24) gi  ordinario di filosofia e storia nei licei, che sar  presentato gioved 14 maggio, ore 18 all’ Instituto Cervantes, via Nazario Sauro, 23 Napoli, con l’autore interverranno
Silvia Acocella e Monica Brindicci. Ambientato nel ‘600 napoletano, nella Napoli vicereale, un’approfondita e appassionata ricerca nella Storia è ciò che si compie tra queste pagine, cos come nella nostra storia, nel nostro io.
Colpisce l’ appassionata descrizione dei tanti personaggi il giovane e onesto Velardo, mugnaio a Sant’Anna alle Paludi, piccolissimo borgo, micromondo nel mondo; la moglie Porzia madre ma soprattutto donna innamorata di un amore profondo e fragile, i loro quattordici figli, fra’ Jordano, in eterno contrasto con la resistenza delle istituzioni religiose e politiche da questa tirannia il popolo (la plebe) ne è appena sfiorato poich la sua occupazione, in quell’epoca, è prima di tutto sopravvivere, Iennaro, don Procopio il curato, Gesualda il femminiello, Grannizza la perpetua, tutte vite spesso sopraffatte dal destino E, attorno, quella di Napoli “Poich NAPOLI e diciamola, finalmente, la parola maledetta , la teatrale Napoli barocca ma insieme la Napoli greca del "matei matos" e della mistificazione di ogni forma di "iubris", è anche questo, al di l  di tutto quanto può generare saziet  o disgusto è un dolore antichissimo, forse nato agli albori della storia, un dolore silente racchiuso in un animo che pazientemente regge, per una sorta di remota saggezza, i colpi della sorte e alla fine, come la leopardiana ginestra, china il capo con umile consapevolezza, e perciò appunto, ancora impavido, al cospetto del nostro stesso destino di morte” scrive Annamaria Montefusco.

Di seguito l’intervista con l’autore

Perch il Seicento?

“Il fuoco sotto la cenere è nato da due profonde esigenze la prima quella di porre mano alla storia del ramo paterno della mia famiglia, di per s gi  romanzesca, (il nonno mugnaio a S. Anna alle Paludi, quattordici figli, la iniziale agiatezza, il tracollo economico e la diaspora) per dare cos voce amia nonna e mio padre e a quanti altri la storia ritiene non degni di attenzione, nonostante la loro traboccante umanit ; l’altra quella di dare spazio al mio amore per il teatro, il canto e la musica che mi ha indotto a trasferire il nucleo del romanzo, assolutamente vero, dalla Napoli del primo Novecento a quella seicentesca in cui troviamo la vivacit  del teatro di strada al Largo di Castello le maschere, i castelleggianti, l’«improvvisa», Pulcinella che muove i suoi primi passi. E ancora, le villanelle al tramonto, la ricca produzione di musica sacra e profana, le stanza di commedia del teatro de li Shiorentini, il S. Bartollomeo con l’opera in musica, le sacre rappresentazioni tenuti nei cortili dei palazzi nobiliari, nelle chiese e all’aperto; le basi per l’opera buffa gi  gettati negli inserti comici affidati a personaggi che recitano e cantano in dialetto. Infine la pagina belcantistica e il virtuosismo dei castrati un fulgore vocale macchiato di sangue. Una scelta quasi obbligata, direi”.

Ieri come oggi la differenza tra ricchi e poveri…

“Indubbiamente gli effetti dirompenti dell’azione combinata tra recessione economica e crisi finanziaria dovuta alla spregiudicatezza di prodotti eccessivamente “creativi”, la pauperizzazione dei ceti medi, la mortificazione della classe operaia sacrificata dalla logica industriale globalizzante, le migrazioni di disperati che identificano la salvezza nell’approdo alle nostre coste autorizzerebbero ad azzardare delle affinit  a livello micro, pensiamo alla migrazioni dei regnicoli verso la capitale. Ma sono analogie che, a mio avviso, a una più attenta analisi non reggono. Non dimentichiamo che quella della Napoli viceregnale è una societ  strutturalmente chiusa, una societ  dei ranghi, nella quale la mobilit  verticale ossia le possibilit  di ascesa sociale sono quasi inesistenti. E se c’è fuoco, questo cova sotto la cenere. La bella donna può tentare l’ascesa infilandosi nel letto giusto, ma il salto di qualit  non sar  mai legittimato. Lo strapotere vicereale turando le bocche estende di fatto la condizione servile a letterati e artisti e persino ai membri della Corte, una parola sbagliata, un passo falso e si precipita giù. Per non parlare delle esecuzioni capitali, mille all’anno. Oggi da noi il pauperismo diffuso si alimenta a livello di sopravvivenza con gli avanzi della societ  post-o            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7eEèHlèNO» OJe
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Tanti personaggi, quali i protagonisti?

“La natura polifonica del romanzo consente di individuare personaggi principali e secondari, ma non dei protagonisti. In un’opera di un certo respiro nella storia principale si inscrivono storie secondarie al cui interno certi personaggi ricoprono un ruolo principale. Posso comunque dire che il nucleo principale del sistema dei personaggi è costituito dalla famiglia di Velardo il mugnaio e Porzia sua moglie, ovvero mio nonno e mia nonna, a cui ho dato dei nomi seicenteschi. Dei quattordici figli, i sette superstiti li ho trasferito di peso nel romanzo, gli altri di cui i miei stessi zii custodivano scarsa memoria sono stati oggetti di una manipolazione fantastica, autorizzata peraltro dal genere prescelto, il romanzo storico, nel cui statuto è previsto che chi la conta nce mette la jonta ovvero il misto tra storia e invenzione. Comunque devo confessare di avere delle preferenze che indubbiamente introducono una gerarchia di valore tra i personaggi. Tra questi, prima fra tutti spicca Porzia, una donna di carattere, una popolana autentica, coraggiosa, che preferisce esorcizzare in pericolo di ridurre la sua esistenza ad un tronco cavo, sentirsi viva ricordando. Scelta eroica, pur sapendo che i ricordi sono soprattutto riacutizzarsi di vecchie ferite. E poi Felippe, mio padre, il pellettiere signore, non particolarmente dotato rispetto agli altri, ma certo il più buono e generoso che mi ha insegnato cosa significa vivere una vita di stenti sopportando con dignit , prima ancora che questi principi mi fossero presentati a scuola come stoicismo. Infine fra Jordano, il domenicano eterodosso e Ngiolillo il castrato. Entrambi hanno in s qualcosa dell’autore. Il primo potrebbe essere il suo alter ego intellettuale, l’altro la personificazione della mia vocazione artistica rimasta nel cassetto”.

Da professore quale il rapporto con i ragazzi?

“Stupendo, informale, passionale, affettivo, impostato su una comunicazione a caldo, nella consapevolezza che il collante del sapere nella memoria a lungo termine sono le emozioni. Credo di aver puntato sempre alla formazione più che all’istruzione facendo, da bravo “trasversale”, incursione in tutte le discipline, convinto come sono che la cultura viene garantita solo quando si danno agli allievi gli strumenti per imparare a imparare e le strutture connettive che trasformano le conoscenze in saperi. Insegnando storia e filosofia, ho dato largo spazio ad una concezione della storia aperta al sociale e all’antropologico. Alla storia della filosofia ho dato occhi e orecchi, ci ho dato ragione del pensiero e delle idee dominanti di un periodo storico aprendo alla storia sociale dell’arte e della musica per giungere alla della fisionomia di un’epoca in forma più mediata, che coinvolgesse anche i sensi nella loro immediatezza e quindi la sfera emozionale; aprendo o chiudendo un modulo con la proiezione di film d’arte o chiudendo l’attivit  annuale con un laboratorio teatrale. Sono stato molto amato, nonostante il vezzo di trasformare ogni liceo in cui andavo in liceo musicale”.

Il rapporto con la scrittura?

“Di grande amore, sempre caratterizzato da un forte espressionismo linguistico ci da una curiosa mescolanza di registro colto e di infiorescenze dialettali, alle quali non rinuncio mai, essendo stato il dialetto il mio “native spoken”. Col senno di poi posso dire che sono stato sempre versato per la scrittura creativa, vicissitudini varie, che qui non è il caso di rivangare, mi hanno condotto sulla retta via con notevole ritardo, ma irreversibilmente, almeno spero. Sin da ragazzo mi veniva riconosciuto la dote di grande affabulatore, ora che scrivo con continuit  mi sento lusingato da quanti riconoscono che riesco a trasferire anche nella scrittura le caratteristiche della mia oralit “.

Napoli è stata mai citt  del Sole?

“Nel senso campanellino di utopia, sempre. L’utopia infatti alligna dove impera l’insoddisfazione per le condizioni del presente, che a Napoli è diventata una questione endemica. E a Napoli Se più semplicemente intendiamo riferirci alla solarit  riferita al buon carattere è un luogo comune. Qui come altrove esistono persone diverse con caratteri e comportamenti diversi. Quanto al “paese d’o sole” e al “paese d’o mare”, quello lo lasciamo alla retorica canzonettara, bugiarda anche in epoca non sospetta, quando il livello sociale di abbrutimento e la considerazione non avevano ancora toccato il minimo, il traffico illecito si limitava alle sigarette e i soldi del terremoto del 1980 non avevano ancora prodotto il “salto di qualit ” nel traffico della droga. Ancora oggi l’opinione comune tende a dare un marchio di fabbrica napoletano alla delinquenza e stenta ad accettare come fenomeno planetario e alla monnezza. Triste pensare di aver sfio            6           rato gli oscar accreditando una immagine, sia pure vera, della nostra realt  ambientale, che tuttavia non si esaurisce l. Nonostante tutto c’è di buono e del propositivo anche qui da noi”.

Nella foto in alto, Angelo Otero in basso, la copertina del libro (particolare)