Seguire una melodia intonata dai violoncelli mentre si inerpica su un tappeto sonoro pulsante e vigoroso è esperienza emozionante e non comune è il caso della breve, intensa e vigorosa Ouverture da Ruslan e Ljudmila di Mikhail Glinka, con la quale Valere Gergiev ha aperto il concerto che ha tenuto all’Auditorium Rai alla guida dell’orchestra del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo.
Russo di Mosca, Gergiev è musicista vulcanico, organizzatore di eventi e operatore culturale di primissimo piano. La raffinatissima condotta direttoriale di Gergiev si incanala in un solco di straordinaria maestria, è un vero e proprio magistero interpretativo, che poggia sulla ricerca della perfezione assoluta nel suono, nel fraseggio, nella narrazione, nella minuziosa valorizzazione anche del più piccolo inciso, come nella II Sinfonia di Borodin, in cui orchestra e direttore hanno svelato alla platea alcuni segreti dell’anima russa. “Da tempo non sentivo un corno cos” osserva Rosario Musino, infervorato come tanti del pubblico che riempiva l’Auditorium della Rai. Si, riempiva finalmente, una volta tanto si può dire. Perchè non c’è blocco della circolazione, non c’è timore di scippi, aggressioni e rapine che tengano, quando sono a Napoli una orchestra prestigiosa come questa che è giustamente annoverata tra le più importanti del mondo.
Vero piatto forte del programma dopo l’Ouverture della “Sposa per lo Zar” di Nicolaj Rimskij-Korsakov ” Le sacre du printemps” di Igor Stravinskij. Pagina “scandalosa” e impetuosa, ha visto brillare un astro della costellazione di Gergiev che nella prima parte era stato offuscato dai bagliori rutilanti della orchestrazione ci riferiamo a quella ricerca di senso, che, accompagnata dalla perfezione dell’esecuzione, conferisce valore aggiunto a un pezzo di per s grandioso, immenso. Il dialogo tra le parti si fa serrato, stringente, inquieto, non lascia indifferente nessun ascoltatore. Il gesto di Gergiev qui non tiene in pugno soltanto l’orchestra, ma l’intera pagina, di cui il direttore coglie la ragioni profonde.
Nessuno pensi a funambolismi o a forme degenerative di gigantismo sinfonico da orchestra in tourne il direttore sa scrutare nel profondo della cultura e della sensibilit  della sua Russia, scova elementi antichi, anzi ancestrali, li legge con la lente della musica, li interpreta, li attualizza, li assapora e te li fa gustare con la sapienza e la disinvoltura di chi ha superato la fase dell’incontro e della conoscenza, per accedere al sancta sanctorum della civilt  russa, di cui si erge a cantore, interprete acuto, che distilla la percezione e la conoscenza, attingendo le radici profonde dell’esistenza, trasferite sotto le specie del suono, un suono puro e semplice, in cui si celano, tuttavia, infiniti mondi, empiti di passione orgiastica, discese precipitose negli abissi dell’anima, l’ondeggiare rassicurante di interazioni ritmiche semplici e il vortice impetuoso di inquietanti raffiche sonore.
Il cuore graffiato dalle pulsioni delle danze rituali, il pubblico ha seguito con partecipazione intensa, reclamando un solo bis, graditissimo.

In alto, Igor Stravinskij