Di come parlassero i beneventani non avevo la minima idea, ma come tradurlo e interpretarlo, anche attraverso l’evoluzione linguistica, l’occasione me l’ha offerta l’interessante volume curato da Bruno Menna Come parlano i beneventani le parole, i verbi e i detti cult che l’Aesse Stampa, con il patrocinio della provincia di Benevento, ha mandato di recente in vetrina.
Una ricerca, ci ricorda Annachiara Palmieri, assessore alle politiche formative della provincia di Benevento, non tanto per capire la variante tra i dialetti che si parlano sulle contrapposte colline, quanto piuttosto un’operazione per salvare un pezzo dell’identit  storico-culturale di una comunit  di fronte all’azzeramento delle diversit  linguistiche, un tentativo che la Palmieri , con linguaggio suggestivo, definisce sforzo per salvare il salvabile di questa o quella isola aggredita dal Mare della globalizzazione.
Il volume di Bruno Menna, come ci spiega lo stesso autore, trova la sua ragione non tanto perch il “beneventano” sia in disuso, ma perch, al pari di altri dialetti rischia un’immeritata decadenza.
Ecco perch operazioni come questa di Menna meritano grande attenzione perch riflettono il passato di una comunit , chi siamo oggi e come eravamo, ricordo e ricerca che possono anticipare il futuro da delineare, ma soprattutto in grado di fornirci strumenti e mezzi per disegnare esistenze a misura d’uomo.
Un’operazione per riguadagnare e trattenere parte di quell’umanit  perduta, quasi una ricerca proustiana, alla quale dovremo fare ritorno nel corso dell’esistenza per riappropriarci del toccasana mentale contro il malvivere dell’ossessionante modernit .
Attraverso una dettagliata ricognizione storico-linguistica il volume ripercorre la “parlata”locale, modi di dire e confronti linguistici quotidiani, un linguaggio che riproponeva modi di essere, di agire e comportamentali che se non salvaguardati rischiano di cancellare una memoria che è stata ed è storia di ieri ed inverosimilmente dell’oggi.
In sei sezioni, Noi siamo quello che diciamo ( come, quando e perch lo diciamo). Domande frequenti e categorie dello spirito. Minime, massime e antiquae sententiae (proverbi e motti in salsa beneventana). Abbecedario beneventano. Piccolo mondo antico (affreschi beneventani) e Titoli di coda, Bruno Menna ci affida un mondo stupendo e accattivante che resiste agli attacchi di una modernit  incontrollata e devastante per taluni aspetti, ce lo affida attraverso quella che la giornalista Maria Ricca definisce con elegante ed appropriato linguaggio la lingua degli affetti, da conservare gelosamente, per coniugarla con i nuovi strumenti, quelli della modernit , proprio per sopravvivere agli eccessi incontrollati ed ai canti globali delle smemorate sirene che procurano ai disattenti naviganti del terzo millennio oblio del passato ed infatuazioni per un ignoto futuro tutto da inventare.

MENNA”NOI SIAMO QUELLO CHE DICIAMO….”
di Nicola Guarino

A colloquio con l’autore, Bruno Menna, 57 anni, giornalista professionista. Memorialista per diletto.

L’importanza delle radici e della memoria…
«Radici e memoria sono facce della stessa medaglia. Non si può vivere senza radici; non si può guardare al futuro se non hai memoria di quello che è stato. Vanno coltivate e contestualizzate, però. Per evitare che le radici si sclerotizzino e che la memoria si traduca in nostalgia».

Inserire il dialetto a scuola come materia di studio?
«Il dialetto e non lo dico io è una lingua anarchica per natura. Qualcosina si può fare, anche a scuola. Ma senza esagerare. L’importante, invece, è evitare che il lessico localistico decada, che si sgretoli e diventi subalterno al linguaggio della globalizzazione. Ma c’è anche un altro rischio».

Quale?
«La banalizzazione. La sciocca derubricazione del dialetto a cadenze e accenti. La lingua degli affetti è altro. E’ qualcosa che hai dentro, che hai immagazzinato fin da quando sei stato concepito. E che nessuno può estirpare. Basti pensare agli emigrati di seconda generazione conoscono e/o conoscevano due lingue l’inglese e il dialetto dei genitori».

Che nesso c’è tra dialetto e modus vivendi?
«Siamo quello che diciamo. Anche stavolta non ho l’esclusiva. Però sposo in pieno la tesi. E la correggo leggermente. Siamo quello che diciamo. E come lo diciamo e lo pronunciamo».

Il detto cult beneventano che le piace di più?
«La scelta è difficile. Ci provo è mort’ a criatur’, nu simm’ chiù cumpar’. Venuto meno l’interesse comune, non abbiamo più motivi per frequentarci. Un altro formidabile è addù arriv’ mitt’ ‘u spruoccol’. Non ti affannare più di tanto. Domani è un altro giorno».

Può descrivere il carattere di un beneventano?
«Riporto quello che scriverei di me. Sperando di rendere l’idea».
“Sono nato e cresciuto in una piccola citt  di provincia fredda, piovosa e nebbiosa ma pregna di storia e memoria. Sono beneven            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
BtnBBBBRpeBKKKBYBBTBB DBeS pHKBtano doc e quindi pessimista, vittimista, sospettoso e criticone. Ma anche orgoglioso, vendicativo, perspicace e, spesso, geniale, nonostante l’atavica mancanza di iodio”.

Il prossimo lavoro sar  ancora un ricerca sul territorio?
«No. Penso di no. Mi piacerebbe scrivere degli anni Sessanta. Perch tutto, in Italia, è accaduto allora. E perch nessuno creda mai di poter formattare o rottamare noi, i figli del boom, quelli che prendevano le bacchettate dal maestro (unico), nel pomeriggio giocavano in cortile e che andavano a dormire inderogabilmente dopo Carosello. Editore cercasi».

In foto, la copertina (particolare) e l’autore, Bruno Menna