Pubblichiamo di seguito l’introduzione al libro di Giovanni Virnicchi "Una vita da cronista" (edizioni ilmondodisuk) che sar  presentato sabato 14 maggio alle 11 al bistrot letterario del Caffè Mercadante (piazza Muncipio-Napoli). Con l’autore, intervengono, Enzo Colimoro, Ottavio Lucarelli e Renato Rocco. Coordina, Donatella Gallone.

Ai tempi romantici della carta stampata, diciamo gli anni Cinquanta, quando a Napoli si pubblicavano sino a undici quotidiani, da “Il Mattino” al “Roma”, al “Roma pomeriggio”, al “Corriere di Napoli”, “Napoli notte”, il “Risorgimento”, “La Voce”, “Il Mattino d’Italia”, “Il Domani d’Italia”, il “Giornale” e il “Giornale pomeriggio”, e i giornali di fuori avevano a Napoli le loro redazioni, dal “Giornale d’Italia” a “Il Tempo”, “L’Unit “, “Il Popolo”, “Paese sera”, due sale-stampa brulicavano di giornalisti, una all’Emeroteca Tucci, che ospitava i corrispondenti, e l’altra al piano ammezzato della Questura, di fronte al cinema Mignon, dove lavoravano i reporter.

L’Emeroteca Tucci, che Salvatore Maffei con un lavoro lungo, appassionato e tenace, ha trasformato nella più splendida “biblioteca” di giornali in Italia,
ospitava in una stanza in fondo anche il Sindacato dei giornalisti con Adriano Falvo presidente, le signore Crescitelli e Mariani vivacissime segretarie. L’ampio salone, a destra entrando, era riservato ai corrispondenti con sei tavoli.

Orazio Carratelli vi aveva sistemato la redazione napoletana del “Giornale d’Italia”, quattro tavoli in fondo a sinistra entrando nel salone.
Mario Cicelyn e Giacinto Maria Spadetta lavoravano con lui. A un tavolo sedeva puntualmente Renato de Giovanni, barone in tutti i sensi, di profilo aristocratico, corrispondente del quotidiano genovese “Il Secolo XIX”, impegnatissimo quando a Napoli venivano a giocare il Genoa e la Sampdoria.
In fondo, sul lato opposto ai tavoli del “Giornale d’Italia”, lavorava Beniamino Degni, corrispondente del quotidiano democristiano “Il Popolo”. Allora, Salvatore Maffei, cronista preciso e inimitabile reporter di giudiziaria, era il corrispondente di numerosi rotocalchi e della catena dei giornali de “Il Resto del Carlino” Crescenzo Guarino, corrispondente de “La Stampa”, lavorava a casa sua. “Il Tempo” aveva la redazione all’Angiporto Galleria sotto la guida di Arturo Assante con Ermanno Corsi, Ernesto Mazzetti, Paolo Foglia.

La sala stampa della Posta centrale, com’era definito il salone dell’Emeroteca Tucci, era un via vai di giornalisti.
Vi si affacciava spesso Silvio Giovenco con notizie fresche dalla sala stampa della Questura. A sovrintendere al salone era Gennaro Maisto, persona deliziosa. Vi apparivano spesso Nino Longobardi, quando diventò corrispondente de “Il Messaggero”, Sandro Porro collaboratore dei maggiori rotocalchi nazionali prima di andarsene in Brasile per dirigere un’emittente televisiva a Rio de Janeiro, Vittorio Paliotti corrispondente dei settimanali della Rizzoli.
Dopo il gran lavoro di tutto il giorno (con le cabine telefoniche per le “fisse”, come venivano chiamate le conversazioni con le redazioni centrali dei quotidiani a orari prestabiliti), la sala stampa si animava di sera per le irrinunciabili partite a tressette e a scopone al tavolo di Beniamino Degni. Sfide focose che lo coinvolgevano insieme con Mario Cicelyn, Renato de Giovanni e Gennaro Maisto, un quartetto fisso. Era ammesso un pittoresco turpiloquio.

Il salone dei corrispondenti declinò con lo spostamento del Sindacato nella sede della Villa comunale e la chiusura degli uffici di corrispondenza. Sopravvisse a lungo la sala stampa all’ammezzato della Questura prima d’essere trasferita in altri uffici dello stesso edificio.

In quella prima tana dei reporter, lavorarono personaggi che interpretavano ancora il giornalismo alla maniera guascona, ci sempre in trincea per darsi un “buco” l’un l’altro e in aperta sfida alla polizia nell’arrivare prima sui luoghi dei delitti.

Vincenzo Abate, se ricordo bene, era il decano di quei pirati della notizia, prima reporter de “Il Giornale”, poi del “Roma pomeriggio”.
Mario Di Mauro era il reporter de “Il Mattino”, piccolo, calvo, pacioso. Mi tenne a battesimo come reporter del “Roma”. In cambio delle notizie che scovava gli offrivo un immancabile panino con mortadella e mozzarella che compravo dalla rosticceria Aluzzi di via Medina.

Enrico Marcucci faceva il “giro” degli ospedali per il quotidiano di via Chiatamone.
Un giorno che bucai un delitto all’Ospedale Loreto di via Crispi mi forn le notizie dopo avermi preso amabilmente in giro. Mim Romano era elettrico, sempre in movimento, furbo e spassoso. Enzo Perez, dalla sveltissima mano mancina, era il più documentato di tutto (leggendario l’archivio di cronaca nera che teneva a casa). Lavorava per il “Roma”, unico esempio di reporter che oltre a scovare le notizie andava a scrivere il “pezzo” in redazione. E’ stato un mio paziente e amabile maestro quando andai a lavorare nella redazione di cronaca del “Roma”. Gli altri reporter             6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
BtnBBBBRpeBdavano le informazioni per telefono ai cronisti in redazione, detti estensori, che scrivevano l’articolo.

Silvio Giovenco era il più fantasioso, capace di “caricare” le notizie.
Una volta che aveva dato per morto un moribondo, alla sala stampa della Posta scansò per miracolo il lancio di una forbice scagliatagli da Mario Cicelyn che aveva gi  scritto l’articolo con la notizia del morto. La forbice andò a conficcarsi sullo stipite della porta dove s’era affacciato Giovenco per correggere la prima informazione sul fatto di cronaca.

Nella sala stampa della Questura lavoravano anche Geppino Lucianelli, corrispondente nientemeno che dell’Associated Press, sfidante di Enrico Marcucci nelle corse al trotto ad Agnano riservate ai giornalisti, e Luigi Ricci, reporter di “Paese Sera”.

Fu un periodo fantastico di rivalit , gelosie, concorrenza, giornalismo vivo e bohèmien. Spesso si finiva tutti a pranzo da “Dante e Beatrice” nel leggendario ristorante in Piazza Dante di don Antonio Casillo dal bel profilo greco cui Gianni Brera dedicò un’intera pagina su “la Repubblica”.

In foto, la copertina del libro