Coraggio e onest ,umanit  e solidariet , questi i valori sostenuti fino all’ultimo respiro del giallo di Luciano De Menna “Il gigante ferito”, Dante &Descartes (pagg.147, euro 10). Valori che proprio il Comandante – ex pilota dell’aviazione civile- aveva difeso a rischio della sua vita per la quale aveva lottato insieme al chirurgo Giovanni Farnese lunghe ore, sotto i ferri, in sala operatoria. E ora lui, il giovane medico napoletano con l’ hobby dell’investigatore, non può abbandonarlo, quel testimone scomodo. Anche se il suo nemico è la temibile mafia russa!
Tutto ha inizio in una toilette dell’aeroporto di Mosca, dove il Comandante assiste a una scena agghiacciante, un uomo che taglia la gola alla sua vittima, scorto dall’assassino, viene risparmiato.Certamente per le sue enormi dimensioni! Dopo poco tempo,vissuto con una vera e propria taglia sulla sua testa, ecco l’agguato,nonostante la vita “sotto copertura” una sparatoria lascia a terra il gigante, ferito.
Punto di decollo e di atterraggio, fulcro dell’intrigo – attraversato in lungo e in largo dalla temuta mafia russa, rappresentata dalla figura del colonnello Di Nardi – è la giovane Irina. Continuamente nominata dal Comandante nei suoi deliri, cos presente,cos invisibile,forse inesistente. Descritta solo con alcuni particolari era entrata illegalmente in Italia dall’Ucraina e, “tutto in lei, quando non si controllava, parlava di paura…” . Invisibili anche le due citt , Napoli e Mosca che fanno da sfondo a questo dipinto giallo. Ancora una volta, come nel primo “caso” risolto da Farnese ne ” L’altra donna”, lo zio Serviddio, padre adottivo e giornalista in pensione, il commissario Gennaro Improta, e l’ ex compagno di scuola Riccardo, esperto d’informatica, gli sono a fianco, sono la sua equipe,nel ripristino dell’ordine. Impresa che riesce sempre al dottore- investigatore anche perch, come analizza lo zio Alberto “la tua malata e insaziabile curiosit  ti sprizza talmente da tutti i pori che chi t’incontra non può fare a meno di soddisfarla”.
Docente della facolt  di ingegneria alla Federico II, De Menna, s’inoltra nella storia con il lettore, lo disorienta e poi lo prende per mano,abilmente lo conduce in tutti i luoghi del mistero, fino a fargli intravedere l’inaspettato possibile finale.Ne parlimao con l’autore
De Menna, Quale spinta per iniziare a scrivere?

E’ difficile rispondere a questa domanda, perch non si tratta di un fenomeno chiaro e facilmente individuabile. Da sempre ho avuto il piacere di inventarmi storie, fin da ragazzo; raramente le ho scritte. Forse ho pensato che era ormai giunto il momento di farlo. Se no, quando?
E’ accaduto come per il mio primo quadro (che poi è la copertina del libro) una sabato, tanti anni fa, sono uscito con la precisa intenzione di comprare colori, pennelli, tela ecc., tutto l’armamentario insomma, e dipingere quella folla di ombrelli. Perc? Non lo so. Non so neanche se e quando ho veramente visto quella scena.

Come definirebbe il suo romanzo?

E’ un “mistery”, come dicono gli americani, più che un “giallo” vero e proprio. Ma del resto l’uso del termine “giallo” è tutto italiano. E’ una vicenda in cui c’è qualcosa di misterioso da scoprire e qualcuno si mette a farlo. Il perch lo faccia è poi un altro problema! Nella mia idea l’investigatore, chiunque esso sia, non è mai mosso, tranne in casi rari e forse banali, dalla volont  di assicurare il colpevole alla giustizia, ma piuttosto da un bisogno di mettere in ordine le cose. Qualcosa le ha disordinate e qualcuno le deve riordinare!

Gli ingredienti per il suo romanzo giallo?

Per rimanere nella metafora di una ricetta, debbo dire che è come se io e lei, ci mettessimo a gustare un piatto insieme e cercassimo di capirne gli ingredienti. Voglio dire che io non ci ho pensato prima, mentre lo cucinavo,ma direi una trama intrigante, una sorpresa che deve rivelarsi solo nel finale e dei personaggi ai quali uno possa affezionarsi.

Come è nata l’idea per questa storia?

Anche qui, a posteriori, mi sono ricordato vagamente di aver visto da ragazzo un film in cui un medico salva un ammalato grave, per poi scoprire che è un condannato a morte, per un omicidio che lui dichiara di non aver commesso. Forse è stato questo lo spunto. Ma, veramente, non ne sono sicuro!

I personaggi del suo libro?

Questo è un altro bel problema! A volte mi sembra di non averli inventati, ma di essere soltanto un cronista delle loro avventure. Non è vero, naturalmente, ma la sensazione è molto forte. Anche qui, lavoriamo a posteriori. Forse l’idea del medico mi è venuta… perch non ci aveva ancora pensato nessuno, almeno credo! In fondo, un qualsiasi “ricercatore” di professione mi andava bene. Oppure, se vogliamo fare gli psicanalisti, perch era questa la professione che mio padre avrebbe voluto io facessi. Non so!
E anche per gli altri è la stessa cosa. Certo che un Alberto Serviddio è proprio lo “zio” che ognuno di noi vorrebbe aver avuto vitale, affidab            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7eEèHlèNO» OJe
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»E  »RLIKERESETeNULLSHARESLAVErPSIGNMIDptkoi8uRTRIMeROWS ptxxïïxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxáá    áØ t         t t áØile, potente – ma solo per il suo prestigio sempre disponibile e profondamente affezionato.

Quali i libri che le hanno fatto intraprendere questo genere?

Sono da sempre un lettore vorace. Leggo di tutto. Ma naturalmente, quando la sera, un po’ stanco vado a letto, non prendo in mano “Orcinus Orca”, che però è sul mio comodino, e preferisco una lettura semplice e gradevole. Il “giallo” risponde a queste caratteristiche. Ne ho letti tanti, soprattutto in gioventù. Del resto io penso che il “genere” non è condizionante. Ormai anche questa letteratura, che un tempo era considerata un po’ “colpevole” – e tutti la frequentavano assiduamente, ma di nascosto – è stata “sdoganata”, per usare un termine che va di moda. Anzi, secondo me si sta anche esagerando! Se il “giallo” perde la sua “amenit ” è la fine. Porto sempre ad esempio “Quemada” di Gillo Pontecorvo, che con un linguaggio quasi da “western”, ha raccontato delle cose profondissime.

Quale il metodo di lavoro per la stesura di questo giallo?

Nessun metodo. Io scrivo senza pensarci su due volte. Inizio a scrivere a mano e poi passo al computer e… limo. Questo è il lavoro che mi piace meno!

Si identifica in qualche modo in Riccardo?

No, e s! Vede, in fondo io mi identifico in tutti i personaggi. Sono miei! Ma per Riccardo, per molti aspetti, ho pensato a mio figlio. Ma si sa, ogni padre si identifica in suo figlio!

Quali i suoi prossimi progetti letterari?

Non sono veri e propri progetti. Come avr  capito, sono restio a pensare che si tratti di una attivit  programmata e… professionale. Forse per scaramanzia? In ogni caso, ad essere identificato con una professione io mi sento un po’ “stretto”! Anche in quella di ingegnere e professore, che pure amo molto. E’ un grave errore dei tempi moderni considerare la propria professione una “condanna a vita”. Io faccio mia la famosa battuta di chi alla domanda “Ma lei è un tuttologo?” risponde “Anche!”
In ogni caso ho in mente diverse trame possibili e anche un libro del tutto diverso vorrei inserire in una trama gialla, un percorso “formativo” sulla scienza per giovani adepti. Qualcosa di simile a quello che fu fatto con il “Mondo di Sofia” per la Filosofia. Non so se ne sarò capace!

Un consiglio per uno scrittore emergente…

Scrivere! E’ comunque una ottima cura antidepressiva!

In alto, l’autore e in basso la copertina del libro”Because it’s raining” (olio su tela, 1996) di De Menna, foto di Salvatore Micillo