Il ritratto inedito di un martire della fede e della giustizia trova ispirazione nelle pagine di una vita vissuta, ma anche nel suo epilogo tragico. Alle 7,30 del 19 marzo 1994, nella chiesa di San Nicola a Casal di Principe, un killer della camorra uccide con quattro colpi di pistola don Peppe Diana. Il corpo del parroco cade esanime a terra, il volto sfigurato dai proiettili esplosi nella sagrestia della parrocchia poco prima che si celebri la Santa Messa.
Sono passati diciassette anni da quella terribile mattina di marzo, che suscitò una forte emozione nell’opinione pubblica un giovane prete impegnato nella difficile realt  del suo territorio veniva ucciso come gesto simbolico voluto dalla criminalit  organizzata.
La figura di don Peppe Diana viene ricordata in un libro curato dalla sorella minore, Marisa Diana, e da Leandro Limoccia, avvocato napoletano e presidente del Collegamento campano contro le camorre per la legalit  e la nonviolenza “Gennaro Franciosi”. “Petali di vita. Don Peppe Diana un cammino per la giustizia” (Rubbettino Editore, pagg. 118, euro 13) intende raccontare senza retorica la vita emozionante di un uomo genuino e passionale, gioioso e creativo, trascinante nella sua capacit  di coinvolgimento degli altri. “Il più bel pezzo di vitalit  e cultura che la citt  di Casal di Principe abbia mai partorito” lo definisce un amico in una delle tante testimonianze che riempiono le pagine del libro. I parenti più stretti, gli amici più affezionati, i vecchi compagni di scuola, gli ex giovani del gruppo di Azione Cattolica tutte le persone coinvolte nella rievocazione della vita di don Peppe Diana sottolineano la carica innovativa del suo percorso umano e spirituale, la sua idea di una Chiesa che si apre al mondo e incontra le persone, denunciando le illegalit , le ingiustizie e le oppressioni. L’esigenza di ricostruire la verit  dei fatti sulla vita di don Peppe ha spinto i curatori del libro ad evitare inutili celebrazioni postume, rinunciando alla facile soluzione della biografia di stampo agiografico. “Vogliamo consegnare la figura di Peppe cos com’era, con i suoi pregi, le sue fatiche, le sue contraddizioni, la sua passione e con la forza della sua genuinit , per essergli veramente fedele”, scrive Leandro Limoccia nella prefazione del libro.
Il ritratto di don Peppe pubblicato in copertina suggerisce l’idea di un uomo con lo sguardo rivolto verso il futuro, aperto alle novit  e fiducioso nella possibilit  di cambiare lo stato delle cose. La sua prematura scomparsa ha lasciato un vuoto enorme negli affetti più cari, una tristezza incancellabile per un’assenza a cui non ci si riesce a rassegnare, tale è l’ingiustizia di un destino tragico che ha privato tante persone di una figura di riferimento cos importante e necessaria. Resta il ricordo dell’impegno quotidiano di don Peppe nella parrocchia, nell’Azione Cattolica, nel movimento degli scout, nell’impegno anticamorra. Resta la splendida testimonianza del documento pubblicato nel Natale del 1991, “Per amore del mio popolo”, e sottoscritto da tutti i parroci della Forania di Casal di Principe, nel quale don Peppe richiamava con forza al ruolo profetico che la Chiesa doveva assumere in terra di camorra, calandosi nella realt  vissuta e camminando insieme al popolo.
Restano le belle foto pubblicate nel volume, ciascuna rivelatrice di un aspetto della personalit  del parroco di Casal di Principe don Peppe che lavora nella terra; don Peppe che cucina insieme agli amici; don Peppe che gioca sulla neve; don Peppe che canta la tammurriata; don Peppe in compagnia dei giovani della parrocchia.
E resta, soprattutto, l’esempio di una vita dedicata all’insegnamento sull’importanza dell’amore e della giustizia, sul coraggio di assumersi le proprie responsabilit  e di saper scegliere, di incoraggiare la speranza attraverso il cambiamento.
Ne parliamo con l’autore l’autore

Limoccia e la volont  di ricordare

Leandro Limoccia, napoletano, avvocato, mediatore, dottorando di Ricerca presso la Seconda Universit  degli Studi di Napoli, attualmente è presidente del Collegamento Campano contro le camorre per la legalit  e la nonviolenza “Gennaro Franciosi”. Ha pubblicato numerosi lavori e svolto un’intensa attivit  sociale.
Come nasce l’idea del libro?
“Nasce dalla volont  di ricordare Peppe come persona e non come un santino. Con questo libro parlano per la prima volta persone come la sorella e il fratello, un vecchio compagno di banco nel seminario di Aversa e suoi amici e collaboratori. Ne esce un’immagine poco conosciuta di Peppe, che purtroppo è stato ucciso più volte dopo la sua tragica scomparsa anche da pezzi della sua Chiesa”.
Quali sono gli aspetti più importanti dell’insegnamento di don Peppe Diana?
“Uno dei suoi caratteri più importanti è l’educazione, la sua idea di una Chiesa che non acquieta le coscienze ma le libera. Peppe ha lavorato molto sull’educazione autentica che non è condizionata dai pregiudizi e diventa rivoluzionaria e mai reazionaria, perturbante e mai acquiescente. Un’educazione che d  senso alle parole, alla testimonianza di tutti i giorni. Un secondo carattere importante è la gioiosit  della Chiesa, non la sua tristezza. Lui ha spostato il Dio sulla strada e ha aiutato gli uomini a comprendere il senso della vita è importante come si pensa e si vive Dio, quindi non tanto chiedersi se Dio esiste ma chi è Dio. I suoi documenti sono ancora straordinariamente attuali, le sue parole sono quelle di un’altra Chiesa come ci apriamo all’altro, come pratichiamo una spiritualit  di liberazione. Infine, ed è il terzo carattere, Peppe ha combattuto contro l’ingiustizia e per il trionfo della giustizia, ha lavorato per dare dignit  dei diritti alle persone. Per lui l’uomo responsabile è chi ha coraggio civile e contribuisce a costruire la societ  che lo circonda non rimanendo indifferente alla miseria una responsabilit  che deve essere unita alla corresponsabilit “.
Perch la camorra decise di colpire un parroco?
“La sentenza del processo sull’omicidio stabil che la scelta di uccidere Peppe ebbe soprattutto una forte carica simbolica, come segnale che avrebbe dovuto essere dirompente e risolutorio nella contrapposizione tra il gruppo De Falco- Quadrano e i Casalesi. Ma al di l  delle risultanze processuali il messaggio della camorra era chiaro e non fu casuale il luogo in cui avvenne l’omicidio la sacrestia. Come dire “prete è questo il tuo posto, la sacrestia. Quindi recita il padre nostro e non rompere le scatole”.
Dopo l’omicidio si tentò di infangare la memoria di don Peppe…
“Si disse che era legato ai clan, che ne custodiva le armi, che andava con le donne. L’opera di demolizione della persona fu tentata da più parti, ma anche favorita dalla reticenza nel difenderne la memoria da parte di alcuni settori della Chiesa non convinti della sua azione e quindi troppo timidi nell’intervenire nella polemica. Ma la forza della verit  di Peppe è venuta fuori in maniera decisa”.
Nel documento “Per amore del mio popolo” si sollecitava la Chiesa a realizzare coraggiosi piani pastorali aderenti alla realt . Era un richiamo alla responsabilit  di una Chiesa troppo neutrale? E come reagirono i vertici ecclesiastici?
“Peppe ha tanto amato la sua Chiesa, anche se talvolta gli stava un po’ stretta e non sempre ne condivideva le scelte. Lui cercava di costruire una Chiesa del popolo di Dio, quindi ci fu anche un conflitto con i vertici ecclesiastici. Peppe tentò di richiamare i cristiani all’impegno nella costruzione della polis, alla partecipazione dal basso. In questo consiste la responsabilit  dei cristiani, che attraverso la loro coscienza e l’ispirazione del Vangelo possono dare un contributo importante”.
In quel documento la parola “Camorra” fu scritta con l’iniziale maiuscola, don Peppe la definiva “uno Stato deviante parallelo”…
“Lui denunciò la mafiosit , che rappresenta il brodo di cultura per l’insediamento delle mafie, insieme agli egoismi, alla rassegnazione e all’illegalit  diffusa. E ricordò sempre la contraddizione che esisteva tra l’essere mafiosi e l’essere cristiani, a differenza di un approccio tradizionalista all’interno della Chiesa molto più tollerante su questo aspetto”.

In foto, l’autore e don Peppe Diana