Riceviamo e volentieri publichiamo
di Gino Ardìa
Per stamani, lunedì 29 maggio, alle ore dodici, 
il direttore del Real Bosco e della Reggia-Museo di Capodimonte Sylvain Bellenger ha convocato, al Belvedere, la stampa, per annunciare la conclusione dei lavori di stabilizzazione dei pendii e la rimozione dei barbacani dal muro di cinta del luogo. Così, all’incrocio tra via Miano e via Capodimonte, il traffico potrà diventare scorrevole. Inoltre Bellenger, insieme ai suoi collaboratori, presenterà un piano di restyling dell’intero muro di cinta e illustrerà la necessità, che interessa l’intera collina di Capodimonte, di regolamentare lo scorrimento  delle acque.
Intensa e produttiva è stata, in questi mesi, l’attività dello staff museale con la direzione di questo Direttore, che si è dimostrato infaticabile. Ha reso sicuro e risanato il Real Bosco, curandone la vegetazione e i prati, impiantandovi, in aggiunta, tre campi di calcio e ristrutturando sei degli edifici che vi si trovano e la chiesetta un tempo frequentata dagli abitanti del luogo.
Bellenger ha promosso un lavoro, che ha prodotto eventi internazionali di alta cultura e varie interessanti attività educative per bambini e adulti. Né ha dimenticato la cultura della tradizione popolare napoletana e ha accolto nel Museo l’associazione Musicapodimonte diretta da  Aurora Giglio. E non ha trascurato la musica classica, che ha trovato spazio nella Sala della Culla negli appartamenti della stessa Reggia e, d’estate, nel “Belvedere”.
E’ poi nata, da un’idea del direttore Bellenger e di Elsa Evangelista, direttrice del Conservatorio San Pietro a Maiella, la manifestazione “La musica racconta Picasso”, che si concluderà, il 6 giugno, con un concerto di musiche di Ravel e di Strawinski, dirette da Francesco Vizioli. Mentre la mostra “Picasso e Napoli: Parade” rimarrà aperta fino al 10 luglio.
Ma vi sono altre due mostre. C’è “Incontri sensibili”, che mette a confronto due immagini di donne: una Sant’Agata, opera seicentesca di Francesco Guarini,  e “Femme couteau”, una significativa immagine di donna, realizzata nel Duemila da Louise Bourgeois.


Si chiuderà il 17 giugno. Più recentemente, è presente, nella sala numero sei del primo piano del Museo, una terza mostra: il “Cristo in Croce” di Antoon Van Dyck, che ha inaugurato “L’opera si racconta”, un ciclo di mostre, in cui viene presentata una sola opera in una sala ad essa sola riservata, affinché l’attenzione del visitatore sia concentrata soltanto su di essa. E’ previsto anche un corredo di  sintetiche didascalie e di stampe, che possono chiarirne lo stile e il significato.
Qui, il “Cristo in croce” è corredato da opere dalle firme illustri. Tra l’altro, ci sono “La grande Passione”, un’affollata xilografia di Albert Durer, e le incisioni del “Cristo crocifisso” di Pieter Paul Rubens e dell’ “Elevazione della Croce” dello stesso Van Dick .  Inoltre conosciamo l’aspetto fisico di van Dick  in un’acquaforte tratta da un suo autoritratto. Gli stessi soggetti di queste opere testimoniano, di quell’epoca, l’importanza della religione, anche nella committenza artistica.
Il Seicento, l’epoca di Van Dick, è tempo di passioni e di guerre, anche religiose. C’è la pressione verso l’Europa dei musulmani dell’impero ottomano. C’è la lotta tra calvinisti e cattolici. Personaggio di spicco in questo secolo è il Papa. In politica si destreggia tra l’imperatore cattolico e gli Stati insofferenti del potere imperiale.
E il papa Urbano VIII, quando ritiene che l’Imperatore stia diventando troppo potente, si affida al Primo Ministro francese Armand-Jean du Plessis, il famoso Cardinale Richelieu, che,  però, a volte, va anche contro le dévot parti, il partito dei devoti, cioè contro i cattolici, contro la politica dello stesso Papa, quando ciò serve alla grandeur della Francia.
Il Seicento è un periodo di complotti, di conflitti, di eroismi e di duelli. E anche di grande arte. E’ il secolo d’oro dell’arte fiamminga. Sia dei fiamminghi del Nord, gli olandesi calvinisti, che vantano Franz Hals, Jan Vermeer e Rembrand Van Rijn, sia dei fiamminghi del cattolico Sud, a un dipresso l’odierno Belgio, che hanno grandi artisti come Pieter Paul Rubens e Antoon Van Dick.
Quest’ultimo esprime nel suo “Cristo in Croce” la fede profonda del suo tempo e, nella struttura compatta del dipinto e nel trionfo contenuto dei colori, un barocco di tipo fiammingo. Ma il Seicento è anche il secolo del grande barocco napoletano. Che trova ampiamente alloggio nella Reggia-Museo di Capodimonte. Molti sono i pittori che nel Seicento dipingono a Napoli, allora capitale di una delle Spagne. Come il Ribeira, che dipinge realisticamente le sue figure, avulse da qualsiasi intento di eleganza.
Come il Caravaggio, che, nella “Flagellazione”, ora a Capodimonte, fa venir fuori dal buio, illuminandoli, i suoi personaggi. E come i numerosi, meravigliosi “napolitani”: Massimo Stanzione, Andrea Vaccaro, Battistello Caracciolo, Bernardo Cavallino …oggi poco conosciuti e generalmente noti agli stessi napoletani  soltanto come nomi di alcune strade del Vomero. Eppure sono i creatori di una visione propria, in cui le figure non balzano fuori dal quadro ma sono affondate in un buio fremente di vita. La luce, accarezzandole, le svela; quella luce che poi, alla fine del secolo, con Luca Giordano, entrerà nei corpi rendendoli trasparenti, così che sembra provenga da essi stessi. E i corpi diventano mere apparenze: il Vero è ciò che appare.
In foto, il salone delle feste alla reggia di Capodimonte. Al centro, il muro di cinta ora, com’era prima  con i barbacani e un momento del dopo conferenza stampa: Bellenger  taglia la torta, festeggiandone l’addio