1914, anno spartiacque- III parte

Nel 1914 a Napoli, dove il cantare risulta facile e naturale quanto il respirare, la canzone sta vivendo gli ultimi bagliori della sua epoca d’oro e, per chi ha orecchi per intendere, si fa come sempre fedele strumento di registrazione, testimonianza di microstoria ricostruzione minuziosa e analitica di questo fenomeno e degli atteggiamenti mentali che ad esso si accompagnarono e incisero, più o meno profondamente. sui modelli tradizionali di comportamento. Cos dall’ascolto di certi brani riemergono aspetti dell quotidianit , piccoli dettagli di biografie minori (poeti e autori di testi, musicisti popolari e cantanti, dimensione dei comportamenti, pensieri e modi di sentire della gente comune ricordi, sogni, memorie, aspirazioni, delusioni credenze, paure, dubbi collettivi.
Il Caf Chantant era gi  entrato nella mitologia. Il successo artistico, il guadagno facile con possibilit  di effettuare gli “straordinari”. Il salto di qualit  di certe belle figliole è diventato un fenomeno di costume, oggetto di riflessione, le più disparate. La canzone ne è il riflesso più immediato. Ovviamente al “fenomeno sciantosa” autori di testi e musicisti, poeti e scrittori rispondono con un atteggiamento e un giudizio conforme alla sensibilit , la mentalit , il senso morale che è proprio di ciascuno.
Gi  prima della guerra, nel 1911, uno negli ultimi anni di spensieratezza, l’argomento era affrontato in tono leggero e scherzoso. Aniello Califano fornisce a Salvatore Gambardella un testo spiritoso, leggero ma non frivolo, dove il fenomeno viene icasticamente còlto e racchiuso in pochi versi. Nasce cos Nini Tirabusciò. L’intento leggero è gi  preannunciato dal titolo, un calco linguistico di tirebouchon, il cavatappi. Una allusione ai riccioli di una acconciatura civettuola o una allusione nemmeno troppo celata alla attitudine della sciantosa cavare soldi dalle tasche degli ammiratori? Poco importa sapere. Del resto è antico come il mondo l’uso di trovare un nome d’arte, quando quello anagrafico, tipo “Concetta Scognamiglio o Assuntina Esposito risulta improponibile.

Chillu turzo e mio marito / nun se pò cchiù suppurt/Ll’aggi”a csere o vestito/M’aggi a mettere a cant!/Tutto è pronto! St’ aspettanno/na scrittura p”a firm/Nun appena che mm”a danno,/vaco fore a debutt! /Ho scelto un nome eccentrico/Nin Tirabusciò … Ne cunosco tante e tante/ ca nun s’ cchiù meglio e me…/ e cu e llire e cu e brillante so’ turnate da e tturn…/A furtuna, s’è capito,ncopp”e ttavule se fa!…/Ca fatiche e ghitt”acito,/ che risorse puo’ sper?…/Aza a vesta, smuvete! ll’epoca cho vvo’…

E Gambardella trova per questi versi una veste musicale adeguata. Il bravo, geniale, musicista naif, nato ai quartieri, garzone di fabbro al Mercato, mandolinista, vero talento naturale. Non conosceva una nota, un musicista fissava sul pentagramma la freschezza inesauribile della sua vena. Lavorò con i maggiori poeti e parolieri dell’epoca. Puccini lo ammirò e gli regalò un pianoforte, considerata la sua indigenza.
E con la stessa, fortunata salsa, Gambardella condisce i versi di Giovanni Capurro (foto). Qui la confessione della necessit  di convertire le generalit  è apertamente dichiarata. Concetta diventa Lil Kangy,”francese”. Un implicito riconoscimento alle origini che dovrebbe tconferire, magari con la collaborazione di San Gennaro, una certa connotazione aristocratica alle performance della sciantosa.

Mo nun so’ cchiù Cuncetta,/ma so’ Lil Kangy,/sciantosa prediletta,/avite voglia ‘e di’!/ Quanno me ribbuttaje,/e chi vo ppo’ cunta’?/’A gente mme menaje mazzette ‘nquantit…

Anche Mario Pasquale Costa, compositore, tenore e pianista, che mutua dal tarantino, sua terra di origine certi melismi di ascendenza arabeggiante, tanto presenti nella canzone classica napoletana, non resiste alla tentazione di dire la sua.

Songo frangesa e vengo da Parigge/ Io s’ na chiappa ‘e ‘mpesa,/ve ll’aggi”a di’!Pe’ cummincia’, sapite…/no, nun ve vrucculiate,/io ‘o tengo ‘o ‘nnammurato… cu me nun c’è che f!/Oh!..Oh!..Oh!..Oh!..Oh!..Oh!..Oh!../Ma vuje mo che vulite? Ve prego ‘e nun grida’!/Oh!..Oh!..Oh!..Oh!..Oh!..Oh!..Oh!../ Si vuje nun ‘a fernite, ‘un pòzzo cchiù canta’!

L’indimenticabile musicista che, avviando con Salvatore Di Giacomo una lunga collaborazione, è entrato di diritto tra i grandi della canzone napoletana, con titoli indimenticabili, quali Era de maggio, Oje Caruli’, Luna nova, A ritirata, Oil oil , Catari’, Serenata napulitana, Munasterio, Lariul , ha lasciato anche qui il suo segno, ma seguendo la sua natura, tratta scherzosamente agli aspetti più leggeri del fenomeno.

Non cos, nel 1912, Salvatore Di Giacomo che per codice etico e inclinazioni elegiache tende a dare all’amore un valore assoluto e “non commerciabile”. In Ncopp’a nu palcuscenico e l’«Eden» (il virgolettato ironizza, pensando             6                 è« «    oè  á«spta quanto poco si riduca il paradiso terrestre)e, si infrange un sogno d’amore. Resta solo il rimpianto.

Si te vengo a senti’ quacche sera/ quanno cante e te sbattone e mmane, si addeviente cchiù ghianca d’a cera nun appena me vide spunta’… Te chiammave Assuntina «’a pupata»… Ire onesta, ira sarta vitosa (che cuce camicette da donna) mo, s tutta na vota sciantosa. E te chiamme Floretta Bijou”!

In alto, il mito della sciantosa in un’immagine d’epoca