Non si è mai considerato fuori servizio. Nemmeno quando nel 1987 ha riposto nell’armadio l’abito da parlamentare (socialdemocratico) indossato per trent’anni; senza enfasi, con la chiarezza e la concretezza che lo hanno accompagnato anche da cancelliere della Germania (1974 – 1981) e costruttore dell’Europa, Helmut Schmidt lo scrive in oltre trecento pagine di bilancio consegnate, in edizione Siedler, alle librerie tedesche, poco prima dei suoi novant’anni, raggiunti lo scorso 23 dicembre. Il suo sguardo lontano, rivolto all’orizzonte della Storia, sovrasta (dalla copertina) le altre novit  che affollano gli scaffali, invitando a soffermarsi sulle parole allineate dalla memoria e sul principio dell’antica Roma che continua ancora a guidarlo, da cittadino di una Repubblica federale in cerca della (vera) riunificazione umana “Salus publica suprema lex”.

Cos avverte i lettori gi  nella prefazione “La responsabilit  di un politico non è astratta… In ogni situazione, davanti a ogni problema, in ogni contrasto egli deve trovare una risposta alla domanda Qual è adesso il mio compito e il mio dovere?…”. Interrogativo che, nel 2009, risuona, persino nella traduzione, una frase straniera, sconosciuta a parecchi che, da destra a sinistra, camminano nei palazzi nazionali del potere, più sensibili, invece, alla dilagante volgarit  globale; seriamente dediti all’operazione “MagnaItalia” e determinati a richiamare sulla strada della legalit  alcuni colleghi napoletani che, in realt , per non essere da meno, si sono solo adeguati alle loro modalit , cercando di sostenerne il ritmo. Forse molti politici del Belpaese non riescono a liberarsi dalla sindrome (religiosa) del comandamento Amerai il prossimo tuo come te stesso e sono ossessionati dall’idea di proteggere il buon nome dei “fratelli” partenopei, di redimerli, di tutelarli, regalando loro pillole di morale. Stropicciando, cos, la lezione di un maestro d’ideali come Hegel, profeta dell’amore attivo “Io devo amare quest’uomo con intelligenza, perch un amore privo di intelligenza potrebbe essere più nocivo dell’odio”.
Napoli nel mirino, malconcia, malridotta, mediaticamente corrotta copre le macchie sulla pelle dello Stivale e lo fa sembrare quasi presentabile, se non fosse proprio per la napoletanit  che è una malattia infida, pericolosa, inguaribile. Eppure la napoletanit  è la forza dei napoletani, un’energia inesauribile che non li fa affondare sebbene sembri che la nave sia stata irrimediabilmente speronata; la napoletanit  è la capacit  di camminare sul filo della resistenza (elettrica) senza esserne folgorati; la napoletanit  è anarchica, primitiva, selvaggia; ma rispetta le regole in una realt  che le impone. Nessuno la vuole e tutti la imitano; figlia di una citt  irrimediabilmente vitale. Che in tremila anni di esistenza non si è sentita fuori servizio. Neppure per un attimo.

In alto, uno scorcio di Borgo marinari

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