Assistendo allo spettacolo “Discorso su noi italiani” di Giacomo Leopardi, una creazione teatrale di FabbricaTeatro Catania, regia di Elio Gimbo, andato in scena il 3 e il 4 settembre scorsi nel chiostro del complesso monumentale di San Domenico Maggiore per “Estate a Napoli 2016 Allo Zenit napoletani per costituzione”, la rassegna teatrale estiva organizzata dall’assessorato alla cultura e al turismo del Comune di Napoli, si ha l’impressione di prendere parte a una forma teatrale “significante”, come se ne vedono sempre più raramente in giro.
La felice scelta della compagnia e del regista risiede prima di tutto nel mettere in scena un’opera, considerata minore, di Leopardi, scritta ad appena ventisei anni, dove il poeta con ironia, sottile umorismo ma anche con profonda verit  esamina e censura in qualche modo la societ  della sua epoca, e poi di portare la letteratura a teatro, trasformando il linguaggio letterario in parola scenica.
In secondo luogo questo breve trattato scritto da un giovane ma gi  autorevole e disincantato letterato quale Giacomo Leopardi era, si trasforma in un allestimento dove il significato profondo delle parole stigmatizzanti del poeta è attualizzato da una messa in scena molto interessante con accenti di realt  forte che a volte sfiora la ferocia e mette in mostra le ferite laceranti che, spesso, la nostra societ  c’impone. Ma tant’è viviamo in un mondo attuale che della ferocia e della violenza tante volte ne fa bandiera.
Cos Sabrina Tellico (Cassandra, colei che vorrebbe salvare il proprio popolo) recita il trattato il cui titolo per intero è “Discorso sullo stato presente dei costumi degli italiani”, senza mai avere un momento di cedimento, trasformando, appunto, pagine di letteratura in un monologo teatrale di grande efficacia, che rapisce l’uditorio per la valenza del contenuto ma anche per l’abilit  dell’attrice di trasformarsi e trasformare la prosa, con la gestualit  e gli elementi di scena, in materia viva, vivace, profonda e lacerante nella stesso tempo.
Questo grazie alla sua bravura ma anche grazie a Elio Gimbo che le costruisce intorno una regia in perenne movimento, che sembra grata della lezione dell’eroico e indimenticabile teatro d’avanguardia degli anni ’70, che trasforma le parole di Leopardi in qualcosa che ci tocca da molto vicino, come ad esempio la violenza sulle donne.
Questa è una delle scene tra le più realistiche e forse lancinanti dove gli attori mimi Daniele Scalia e Giosuè Maita (il popolo che non vuole essere salvato), importanti contro altari di questa donna che incarna il pensiero leopardiano, raccontandone la profonda verit , usano strumenti di violenza per sopprimerne il dire. Leopardi lancia un quadro desolato di quelli che, ancor prima dell’Unit  d’Italia, lui gi  chiama italiani, e lo spettacolo ci restituisce un senso ultramoderno di questa desolazione, dell’assenza degli ideali, della fine di ogni utopia in un crescendo di simbolismi, metafore, azioni coinvolgenti, dove i tre attori si calano ossequiando gli innumerevoli impulsi registici. Cos il conflitto tra la Cassandra che vuole salvare il popolo e il popolo che non vuole essere salvato s’infittisce fino alla ferocia, al gioco al massacro.
Topos come la bandiera rossa con la falce e il martello da un lato, e il simbolo della pace dall’altro, che appare nello spettacolo, usata come lo strumento di violenza di cui sopra, ne è un esempio.
I due bravi attori mimi che rappresentano il popolo si comportano quasi come bestie informi, in un crescendo che li porta da una sorta di obbedienza iniziale a comportamenti rivelatori del degrado a cui si può arrivare, quando si palesa il sonno della ragione oppure, come in un gioco di specchi, se il popolo si trasforma da carnefice in vittima.
Bello nella sua semplicit  l’impianto scenico (un tavolo rettangolare con due sedie che subisce delle trasformazioni) di Daniele Scalia e i significativi costumi di Rosy Bellomia. Bello anche il ringraziamento finale con Sabrina Tellico che imbraccia la chitarra e canta la famosa canzone “What’s Up” del gruppo femminile e femminista americano anni ’90, “Non Blondes”.
Uno spettacolo di forte impatto, visionario e suggestivo, al limite del teatro della crudelt  alla Antonin Artaud, dove percepiamo, da parte di tutta la compagnia, l’entusiasmo per il difficile mestiere del teatro, la creativit  e la voglia di palesarlo. E come dice in esergo al programma di sala una frase di Luigi Pirandello «L’opera d’arte in teatro non è più il lavoro di uno scrittore, ma un atto di vita da creare momento per momento sulla scena ».
Ma soprattutto troviamo in questo spettacolo stimoli per riflettere e in un’epoca che spesso volge lo sguardo all’appiattimento, non è poco.Speriamo di rivedere ancora a Napoli “Fabbricateatro” di Catania, ne varr  la pena. Applausi finali.

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In foto, un momento dello spetatcolo