Dopo quel tragico pomeriggio di settembre, Velia decide di abbandonare l’appartamento in penisola per trasferirsi nell’antica casa, nella tranquilla cittadina guardata a vista dal maestoso maniero di Lettere. Un angolo di verde, un terrazzo attrezzato di tutto punto, diventa l’abituale rifugio mattutino dove sprigionare i pensieri, prima di rincorrere i ritmi del nuovo giorno. Ma il pensiero pur vagando in piena libert , alla fine imbocca sempre la strada del ricordo, del dolore, della tristezza ma che consente di rincorrere la favola bella che pur c’era stata fino a quel momento.

Il rito mattutino dura da tempo, un modo forse per sopravvivere, se pur nel ricordo, per riannodare un sentimento mai sopito che scava nei meandri profondi dell’animo, e che rischia di mettere in discussione le più salde certezze dell’uomo, fede compresa.

Ma poi, col passare del tempo, la rassegnazione prende il sopravvento ed il veliero ti offre la possibilit  di navigare a vele spiegate verso il mare aperto, in acque tranquille dove la tempesta si scioglie nella consapevolezza che non c’è alternativa al destino, molte volte, cinico e baro.

A frantumare il dolore per il bene perduto ed a favorire il viaggio in acque tranquille, si offre in un caldo mattino agostano una presenza insolita.

Un pettirosso dallo splendido piumaggio fa la sua comparsa sul tavolo, dove dopo aver saltellato in tutte le direzioni, inonda l’aria del suo canto stridulo a più riprese.

“Come sei bello!” – è il commento immediato di Velia. “Ed anche simpatico!”

Le ali del piccolo volatile si aprono, la danza riprende e il canto ritorna insistente, come se avesse gradito l’apprezzamento.

“Piccolo, ma tu hai fame!”- commenta la dirimpettaia che, afferrato un biscotto dal vassoio, lo frantuma sul tavolo. Un saltello ed il pettirosso si catapulta sulle briciole, mostrando di apprezzare il gesto con il capo che va giù a ripetizione a raggranellare il gradito pasto fino alla saziet . Un’apertura d’ali, un ultimo cinguettio insistente, prima di riprendere il volo. L per l, la donna non attribuisce significati particolari al fatto, ma nella mente inizia il rimurginio nel tentativo di trovare risposte, soprattutto quando il giorno dopo e nei successivi, puntuale si ripresenta al suo cospetto il piccolo volatile. L’ipotesi prende corpo ed è gi  una certezza.

“E se fosse lui che ha bisogno di me? – è l’interrogativo immediato, mentre la mente torna a quel devastante pomeriggio di settembre.

“Mamma esco!” – avverte Federico sull’uscio di casa.

“Dove vai?”

“A Positano.”

“Andate piano, non correte.”

“Ma Fabio non viene, resta a vedere la partita. Vado da solo.”

“Perch non resti a vedere anche tu la partita?”

“Faccio tardi. Ciao” – saluta Federico che in sella alla sua Ducati parte alla volta di Positano, la stupenda cittadina costiera, ritrovo della “meglio gioventù” nella stagione estiva. E via per la lunga salita cha da Piano di Sorrento porta ai Colli prima di affrontare la lunga discesa che porta a Positano. Un percorso lungo, fatto di curve e controcurve, non molto ampio che costringe il guidatore, soprattutto in moto, ad altalenanti acrobazie che non consentono la vista dall’alto dell’incantevole scenario marino che a met  strada accoglie la suggestione dei “Galli”, gli isolotti dimora di Massine prima e Nureyev poi. Storia recente e passata nella quale lo scenario ti riporta, tanta è la suggestione che circonda quelle immense statue marine con la brezza che scava il volto a chi affronta il percorso in moto. Ma l, all’ennesima curva, quella maledetta, l’impatto con l’autovettura che proviene in senso contrario è violento. I primi soccorsi, la corsa in ospedale e quei giorni interminabili con Federico che combatte tra la vita e la morte. Uno stillicidio tra speranza e corrosione interiore pensando al peggio, un tempo senza tempo, sicuri di uscire presto dal tunnel. Ma da quel traforo buio la giovane vita di Federico non uscir  mai, andando a posarsi lassù nel regno di chi tutto sa e tutto vede.

“S, è lui! Non c’è altra spiegazione. Aveva bisogno di me e si è fatto vivo. Del resto i figli hanno sempre bisogno dei genitori, finchè esistono, soprattutto della madre, poi a nutrirli, quando questi verranno meno, sar  il ricordo che nelle occasioni meno opportune ti aiutano a superare anche le prove più tristi” – è la riflessione della donna ferita nel suo affetto più caro.

Velia s’era legata all’appuntamento mattutino col pettirosso, al punto di assicurare la sua presenza sul terrazzo non appena spuntava il giorno, un desiderio tanto forte da meditare più d’una volta di trattenerlo, custodirlo in una gabbia dorata. Ma subito capisce che il suo egoismo l’avrebbe privato del bene più grande… Pochi attimi e l’amore prende il sopravvento… Ma un bel giorno il pettirosso non si presenta all’appuntamento, marinando quella sorta di scuola dell’amore ritrovato. Un’assenza che pesa per chi aveva ritrovato in quella presenz            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèa la favola bella del tempo trascorso..

“Perch non viene? Cosa gli sar  capitato?” – s’interroga preoccupata Velia conl’amarezza che subito si stempera nella certezza.

“Non importa! Anche se sono io ad avere più bisogno di lui, ora sono certa che quando avr  bisogno, si rifar  vivo. Del resto se sono ancora qui è per lui. L’aspetterò” – mentre recupera il vassoio con i biscotti per andare incontro al nuovo giorno.

Un raggio di sole squarcia le nuvole che da tempo si erano attestate dense e minacciose sul suo capo.

*Scrittore e giornalista, autore , tra l’altro, del libro "Santuari. L’avventura umana di Gaetano Errico"(edizioni ilmondodisuklibri)dedicato al sacerdote che fondò a Secondigliano la congregazione dei missionari dei sacri cuori