Scrivere di Franco Autiero (1945/2008) risulta difficile per me. Ho conosciuto Franco vent’anni fa quando, gi  apprezzato e stimato scenografo, fu chiamato a lavorare per l’allestimento di un testo di Bracco.

Fui conquistato, io giovane apprendista teatrante, da questo signore dall’aria triste e mansueta che stendeva progetti di spezzati e praticabili con una abilit  e una competenza che risulta difficile trovare ai giorni nostri. In quei tempi, erano gli anni ’90, Franco aveva temporaneamente lasciato la sua più autentica vocazione nel suo essere poliedrico, ovvero la drammaturgia. Per anni ci siamo incrociati, vivendo nello stesso paese e scambiando parole intense, pensieri profondi e qualche discussione “teatrale”, tra una birra e un caffè in piazza. I suoi discorsi mi apparivano allora disfattisti rispetto ad una realt  teatrale sempre più in disfacimento col tempo ho compreso che il suo essere “cassandreo” era in effetti una spietata visione del reale, della quotidianit , dell’inaridimento della formazione intellettuale; nello specifico teatrale, del momento critico che la cultura napoletana e italiana in genere stava affrontando. Forse fu per questo che cercò altre strade, ritornò a fare teatro in maniera più incisiva, anche se sempre con quell’umilt , con quella discrezione che solo i saggi sanno avere le sue partecipazioni e vittorie nei concorsi letterari, i suoi allestimenti, scarni, essenziali come la sua parola, come i suoi testi ricchi ma nello stesso tempo necessari, ci restano come quadri vitali di spaccati di vita e personaggi indimenticabili.

Nel 2005 i nostri contatti si fecero più frequenti. Si andava spesso a teatro e spesso si usciva dalle rappresentazioni con l’amaro in bocca, con la consapevolezza che il teatro era da un’altra parte, chiss  dove, non certo nei festival di vetrina o nelle recensioni di ammuffiti critici napoletani.

Un sera d’agosto, tra le mille sigarette accese, con la sua inconfondibile profonda voce, mi propose di fare l’assistente alla regia di un suo testo, Ambo, gi  vincitore di un concorso teatrale.

Dopo 13 anni aveva finalmente trovato chi poteva allestirlo; lo mettemmo in scena con Ernesto Lama e Lello Giulivo, i costumi di Annalisa Giacci e le musiche di Paolo Coletta, debuttando a Benevento Citt  Spettacolo nel 2007.

Cos cominciò la mia avventura quasi quotidiana con Franco, nel preparare Ambo e a girare nello stesso periodo con Matamoro, in scena con Ernesto Lama e Elisabetta D’Acunzo. Sono stati tre anni di grande insegnamento, continua ricerca di una verit  che sfuggiva subito ma che era sempre presente nel nostro rapporto. Con Franco non si scambiavano confidenze particolari, forse non abbiamo mai neanche parlato del nostro privato, pur arrivando ad un livello di conoscenza molto profondo ascoltavo i suoi appunti, la sua capacit  di vedere il teatro e il mondo da una prospettiva diversa, dalla parte dei vinti, i veri sconfitti del quotidiano ma vincitori della parola, del pensiero più acuto. Il suo apparente snobbismo non era altro che amara constatazione, il suo parossismo maniacale non era altro che meticolosa precisione e volont  assoluta di capire il vero senso della vita. La sua apparente superstizione (odiava il 29 febbraio “anno bisiest, ann funest”), una labile difesa contro il gioco assurdo della morte che lo ha colto improvvisamente la notte del 29 febbraio del 2008.

In foto, Franco Autiero

*Regista; assistente di Franco Autiero