Fuggire avrebbe un solo inconveniente capire dove andare. Un ottimista sosterrebbe l’imbarazzo della scelta incamminandosi. Focalizzo dell’ottimista lunghe gambe jeansate, mocassini begiolini scamosciati, passo dinoccolato; le realizzo sforbiciare traverso uno stereotipato tramonto da cartolina truccata . Io non sono un ottimista. Io indosso pantaloni di flanella lisa, roba da Standa, e calzo scarpe nere con stringhe marroni, perch quelle in tinta le ho consumate e ho recuperato quest’altre da un vecchio paio color cioccolata. Il mio passo misura tempi da contabile. Dunque, ancorch mi avviassi, non andrei lontano. Mi vedo come dietro un vetro appannato dal mio stesso fiato, schiacciato da un cielo autunnale, gi  curvo alla virata che mi riconduce al punto di partenza.
Tuttalpiù, potrei partire, pregustando il ritorno; ma fuggire…E poi, da chi? A casa, ormai, nessuno più mi aspetta. La mia casa è un appartamento incastrato in un alveare di urbana periferia, 100 mt. quadrati 100, nascosti tra altri mille seriali, 100 per 100. Uno spazio quasi vuoto. Quando era pieno, era spoglio. Dacch lei se ne è andata è un buco. Perch s, lei è fuggita. Rosa dalla voglia di liberarsi, ha tagliato la corda. Era da un bel po’ che collezionava depliant turistici e tracciava improbabili itinerari traverso vecchie cartine stralciate da riviste di viaggio. La inquadro affiancare l’ottimista incontro alla palla di sole infuocato che, banalmente, sprofonda nel mare; mano nella mano, banalmente, le loro sagome si assottigliano nella luce aranciata per stamparsi, banalmente, a cuore sul coperchio d’una scatola di cioccolatini banali. Immagino il cuore di lei leggero dell’elio di questa libert  da rotocalco. Insomma, lei ci ha pensato prima, ha fatto “Stella!” che io stavo ancora nell’angolo a contare. E’ che lei è una che arriva sempre prima. Tutti lo sanno è più intelligente di me. Perciò tutti si chiedevano cosa aspettasse ad accorgersene. Si sono dati tutti un gran da fare a farle notare che dei giornali io non sbircio che i titoli, che della televisione mi ipnotizza solo il campo verde imperversato da ventidue mutandati all’acchiappo d’un puntino bianco, che in ufficio non faccio carriera, che tutte le mie cravatte sono macchiate di sugo e non mi curo di smacchiarle. Ma è stato allorch ha conosciuto il tipo con le lunghe gambe a sesto di atlanti esotici, l’orecchino al naso ed il tatuaggio di una farfalla sul braccio anabolizzato, che lei ha finalmente capito. Si è liberata, è fuggita.
Io ci pensavo, a scappare, molto prima di lei. Giuro. Molto prima che lei si iscrivesse al corso di psicodanza dove ha conosciuto quello. Io l’ho intravisto una sola volta, da dietro una vetrata fum, una sera che andai a prenderla in palestra. E s che da molto prima di lei io premeditavo la fuga; prima di lei progettavo libert  ideali che la escludevano; ma non gliel’ho mai detto, vergognandomi della mia vilt . Vilt  di restare, vilt  di tacere. Lei ha detto e fatto. Ha detto “Mi dispiace, ma voglio vedere il cielo tutto insieme, non mi basta più ritagliarmene l’oblò da uno spioncino.
” Mi dispiace? Non le spiaceva affatto, aveva una faccia di luna piena e contenta. Ed una farfalla tatuata sul polso. Si è presa quadri e poster. “Perch li ho scelti io” ha detto. Il sottoscritto li ha pagati, ma non li ha mai capiti. Quadri e poster sono foto e riproduzioni di opere famose girasoli, donne dai colli a imbuto, orologi che si squagliano. Se li tenesse cari cari. Nelle valigie ha stipato tutti i suoi vestiti, le sue scarpe, le sue chincaglierie, i cd e i libri.
“Tanto dice tu non ascolti mai musica e non leggi.” Mi ha lasciato l’enciclopedia e le ventidue rate da pagare. E la televisione. A lei non interessa. Mi ha lasciato anche la macchinetta per l’espresso, tanto l’ottimista psicodanzatore ce l’ha. Mi ha lasciato met  del corredo da letto, tutte lenzuola matrimoniali. Mi ha lasciato il suo odore di caprifoglio che per giorni ha impregnato la casa ma che ora ristagna e puzza. Mi ha lasciato il frigo vuoto. E il conto del salumiere aperto. Soprattutto mi ha lasciato la sua fuga. E la mia libert . Mannaggia, proprio ora che sarei ben deciso ad andare, a sciogliermi, lei non c’è più; dunque da chi fuggo, da chi mi libero? La sua latitanza mi abita. Come faccio adesso a sfuggirle? Questa libert  di rimessa mi castra. “In fondo, – confido a Carlo, il mio migliore amico, anzi il mio unico amico, che lavora da anni fianco a fianco a me, e lavora male, ed io in cambio del suo ascolto gli correggo le magagne – lei, poi, non era nemmeno un granch occhi troppo vicini, fronte troppo alta, culo basso, gambe a stecco, ma te la ricordi? Eppoi quella voce rauca che a telefono la scambiavi per un invertito, quella bocca che sapeva di portacenere….”
Carlo è implacabile. “Se me la ricordo…! Che gran pezzo di gnocca ti sei fatto scippare, Oreste! Ma ti stimo, sei uno forte, tu; se io fossi al tuo posto, avrei gi  tentato il suicidio due tre volte.” Carlo, il mio migliore amico; come si dice? La parola giusta, al momento giusto.             6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7eEèHlèNO» OJe
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La sua voce cartavetrata penetra la mia solitudine ed è un contropelo che mi arrapa. “Non trovo la tuta rossa…” balbetto la prima scusa che mi balza in mente. “La che…?” “La tuta. Quella rossa col logo di Superman.” Non so se è la linea a cadere o lei che taglia. Continuo a parlare al telefono che sibila a vuoto. E gliela dico tutta, finalmente.
E’ finita, cara mia. Me ne vado. Non ce la faccio più di questa vita fatta di niente, costruita per niente, che va verso il niente. Sono un uomo di niente e andrò in cerca di qualcosa. Forse un giorno lo troverò e te ne porterò un pezzo. Di qualcosa. Addio, sii felice, abbi cura di te. E mettiti la crema solare laggiù, che ti ustioni. Cos ho abbassato il telefono. Fuggo. Ebbene, s, è deciso, affranco il resto di quanto mi rimane da vivere.
Sono libero. Sono in fuga. Ma lo dico sottovoce. Sarebbe terribile se qualcuno anche stavolta riuscisse a precedermi. Qualcuno chi? C’è sempre qualcuno all’erta per fottermi. Con le mie ultime risorse pecuniarie, ho pagato il garage, due mesi anticipati, la Skoda cos è sistemata; ho onorato ben tre rate dell’Enciclopedia; ho dato la disdetta alla Biblioteca; e ho ceduto la delega per le riunioni condominiali al signor D’Esposito . Bagagli? Non so che farmene.
Mica parto, io fuggo. Lo stomaco maciulla la mia libert  a venire. Ho gi  la nausea. La libert , quella vera, pretende il Malox. Ma sono deciso . una questione di coerenza. Sono pronto. Prima o poi qualcuno si render  conto della mia scomparsa? Mi piacerebbe partecipare alla mia assenza. Anche io, come l’ultimo dei mobili requisiti ad una casa di debitori, lascerò la mia macchia ammuffita sul parato bisunto?
Ho chiuso le tapparelle con la sicura, ho avviato l’antifurto e ho spento il gas. Ho staccato la corrente ed anche, per sicurezza, le spine di tutti gli elettrodomestici. Ho tagliato i fili del telefono. Ho sprangato la porta di casa. Ho blindato il mio cuore col piombo. Coricato nel mio letto semivuoto, barricato in questa libert  impossibile, isola alla deriva dentro la mia casa, i rumori esterni mi arrivano sempre più soffusi. Torno feto. Sogno albe di vita nuova.

L’autrice

ANTONELLA DEL GIUDICE NATA A NAPOLI DOVE VIVE E LAVORA. AUTRICE DI
DIVERSI
RACCONTI, HA VINTO NEL 2001 IL PREMIO LORIA . NEL 2005 HA PUBBLICATO PER
AVAGLIANO, IL ROMANZO "L’ULTIMA PAPESSA" SEGNALATO AL PREMIO CALVINO E
NEL
2008, PER ALET, "L’ACQUARIO DEI CATTIVI".UN SUO RACCONTO PRESENTE
NELL’ANTOLOGIA
"M’AMA", EDITA DA ILTIPOGRAFO, DEL 2008.
IL RACCONTO "FUGA &LIBERT" VINSE NEL 2003 IL PREMIO ALBATROS
DELL’OMONIMA
RIVISTA LETTERARIA

In alto, un’opera di Egon Schiele, particolare