Al teatro Galleria Toledo, fino al 22 gennaio, Francesco Migliaccio e Maria Grazia Plos interpretano Tre alberghi, testo del drammaturgo e sceneggiatore statunitense Jon Robin Baitz (Stonewall, Brothers & Sisters, The Slap) su traduzione di Masolino D’Amico, prodotto dal Teatro Stabile del Friuli.
Ambientato in tre hotel tra Marocco, Brasile e Isole Vergini, questo interessante lavoro di regia di Serena Sinigaglia è una acuta riflessione etica e politica sulla crisi del capitalismo e sulle ragioni di generazioni non più giovani che si ritrovano infine fagocitate, recluse dentro la tentacolare società dei consumi. Evidente è l’incoerenza con l’iniziale sogno giovanile dei due protagonisti di conseguire un mondo migliore: nel tempo presente la realtà non offre più l’immagine eroica di quello che entrambi erano nel passato. In un doppio registro, la distorsione dell’identità si manifesta nei distinti punti di vista di Barbara e di Ken; è la crisi etica della coscienza nell’una e il cinismo opportunista e bugiardo dell’altro.
In quest’ottica gli alberghi sono intesi come ambienti neutrali, metafora del non-luogo dove l’identità può non dichiararsi, isole di comodo uso, nei quali si rende applicabile ogni menzogna, divenuta realtà e anche vera e propria negazione di sé stessi. Il quesito “essere o non essere”, conflitto d’identità trasposto in tempi contemporanei, diviene ipocrita diserzione della risposta.
Tra crisi di coscienza e qualunquismo, lo spettacolo è ancora una volta sano nutrimento per la mente dello spettatore, al quale resta sempre l’invito e la possibilità di risvegliare la propria coscienza e agire attivamente per offrire un’opportunità di sviluppo sostenibile ai territori depressi del pianeta.
Questo spettacolo si propone subito dopo Cassandra, variazione sul mito n.2, la tragedia della guerra, che è stato in scena fino al 14 gennaio. Drammaturgia e regia Laura Angiulli, contributi al testo Enzo Moscato, con Alessandra D’Elia e Caterina Spadaro, canto Caterina Pontrandolfo, musiche di Enrico Cocco e Angelo Benedetti, impianto scenico Rosario Squillace, luci Cesare Accetta.
Le Troiane violentate rimaste vive ma schiave ricordano i dieci anni di guerra, gli ultimi giorni dell’invasione nemica, l’incendio della loro città, i morti, tra canti funebri e parole soffocate.
Cassandra, interprete Alessandra D’Elia, rappresenta le donne di Troia. Narra occhi spalancati senza più lacrime, gesta convulse, singhiozzi trattenuti in gola, lamenti urlati, imprecazioni lanciate come stracci insanguinati, ricordi di atrocità viste e subite. Nella storia tra gli eroi non troviamo nomi di donne. Nei versi di epica, nella cronaca di guerre, tra i vincitori non si leggono eroiche gesta memorabili di donne. Non sono menzionate neanche tra i vinti. La stessa Anpi, associazione italiana di partigiani, cita un numero di poche cifre di donne combattenti nella guerra dell’40. Eppure, loro hanno sostituito i maschi nelle fabbriche e nei campi, hanno combattuto con le armi, arruolate come staffette, vivandiere, crocerossine. Dietro ogni partigiano, madre sorelle, fidanzate, figlie erano soldati in prima linea. Sono poi tornate mute ai loro compiti domestici senza partecipare alla vita politica non avendo diritto al voto e prive di istruzione.
Le napoletane nel settembre del ’43 hanno convinto donne e uomini italiani e europei a poter liberare la propria città dai tedeschi, dal nazismo, dal fascismo dimostrando di non essere solo casalinghe, amanti, mamme, ma combattenti eroici pronti a morire per la Libertà. La donna è stata sempre considerata oggetto da amare o violentare ma mai soggetto che può amare o desiderare l’uomo delle altre.
Elena viene rapita sessualmente da Paride giovane straniero il cui fascino gentilezza bellezza oscurano il rozzo re pastore Menelao. Angiulli cesella in Cassandra ogni donna capace di essere valida lottatrice per una politica culturale pacifica aggregante di ogni etnia o religione. D’Elia non è apparsa attrice chiusa in monologhi. Imprime al recitato una cadenza ritmica da canto corale e ogni suo passo, ogni suo gesto, ogni suo sguardo moltiplica per cento mille donne Cassandra.
Al suo fianco Spadaro fa da eco amplificando la drammaticità dei ricordi e del narrato. Pontrandolfo, soprano dalla voce tagliente, frantuma il dramma che ridotto in cenere ha coperto il capo di ogni spettatore. Accetta illumina il palco con grosse lampade con luce bianco freddo come quelle degli obitori. Il palco, ideato da Squillace, è bianco e nero come una scacchiera su cui Giove Apollo Minerva e altri hanno giocato alla guerra tra greci e troiani considerati solo scacchi.
Rosario, ottimista come ogni vero artista, nel progettare la scenografia, lascia intravedere un futuro privo di odio, ostilità, guerre lasciando in vista gli attrezzi dietro le quinte e su in alto. Funi, travicelli, galleria di servizio, danno l’idea di un teatro fabbrica in cui si costruisce l’uomo di domani sperimentando e rinnovando ogni forma d’arte portando alla memoria il passato che studiato e interpretato diventa seme vivo di un domani meno tragico. Rosario presenta il teatro come  una nave, grande fiabesca come quella di Fellini, che traghetta solo uomini di pace.
Infoto, una scena di “Tre alberghi”
Per saperne di più
http://galleriatoledo.info/