Iniziare un qualunque scritto che abbia per argomento il gioco da tavolo in tutte le sue forme (quindi includendo i giochi di ruolo ed escludendo i giochi di azzardo tanto comuni in Italia in questo momento storico) non può prescindere dal ricordare che il gioco è un’attivit  che coinvolge l’uomo (e anche moltissime specie di animali) fin dalle sue origini.

La cosa più immediata del gioco è che richiede altre persone per essere praticato. Che si tratti di un’attivit  ludica sportiva, o dell’argomento di questo breve scritto i giochi da tavolo, il gioco richiede la socializzazione. E questo aspetto del mondo ludico è ben chiaro a chi, come me, ha passato decenni della sua vita a divertirsi con gli amici seduto attorno ad un tavolo con dadi colorati, schede, matite, segnalini e mappe.

Il gioco è socializzazione, il gioco è conoscere nuove persone in situazioni in cui non puoi che essere te stesso, perch durante una partita non ti interessa (di norma) apparire come qualcun altro. L’interesse è sul gioco, e la socializzazione che può apparire una conseguenza casuale, ma che in realt  è il motore stesso dell’attivit  ludica diventa ben presto una consuetudine.

Nel nostro paese tuttavia, e soprattutto nel sud Italia, il gioco da tavolo è sempre stato visto con diffidenza e con supponenza dalla maggior parte delle persone. Le cause di questa mancanza di cultura ludica (che prescinda, ripeto, dai giochi d’azzardo) sono molteplici e non sono mai state seriamente affrontate e studiate; molto probabilmente il clima gioca un ruolo importante anche se è mia personale convinzione che il background culturale costituisca il fattore limitante primario.

Quello che conta è che il fenomeno dei boardgames e dei giochi di ruolo a Napoli è affatto recente, ma costantemente sottovalutato.

Infatti, laddove in Italia centrale e settentrionale le associazioni ludiche crescevano anche con un ritmo piuttosto elevato, al sud la cosa stentava a decollare. Ho avuto la fortuna di vivere in prima persona i primi veri tentativi di portare il gioco al grande pubblico, durante la manifestazione Futuro Remoto 1991, quando Silvio Torre e altri organizzarono “Vivere il fantastico”, tre settimane di giochi da tavolo che la gente a Napoli non aveva praticamente mai visto. Da allora i tentativi associativi a Napoli furono moltissimi, ma tutti frustrati da quella che a mio avviso è una caratteristica immancabile ed altamente deleteria delle realt  culturali a Napoli: la competizione tra poveri. Infatti qui ciascuna realt  associativa tende usualmente a sparlare delle altre, a creare un suo misero bacino di utenza, pochi giocatori per gruppo pronti a fare guerra senza quartiere agli altri pochi giocatori dell’altro gruppo, favorendo cos individui senza scrupoli e molto spesso privi di qualsiasi cultura ludica; la cosa viene aggravata quando si verificano casi di malattia da protagonismo, casi in cui alcune persone pur di apparire come gli unici attori in una data situazione fanno letteralmente terra bruciata attorno a loro, spesso non mancando di usufruire di idee altrui facendole passare per proprie.

anche vero che grazie a pochissime realt , come la sezione napoletana de La Tana dei Goblin (di cui faccio parte), si sta cercando di porre rimedio a questo ormai ventennale problema. La recentissima iniziativa di Paolo Caputo, uno dei decani del gioco in questa citt , di creare una “festa napoletana del gioco”, gratuita, con giochi messi a disposizione dagli organizzatori, e con tanto di sussistenza, è una delle realt  esistenti in questa citt . Il mondo ludico che pensa a giocare ed a divertirsi tende ad apprezzare situazioni “super partes”, perch alla fine la maggior parte dei giocatori è interessata appunto al gioco e non alla “politica”. Ed è questa la ragione alla base delle attivit  sociali del mondo ludico, ed il successo di manifestazioni nazionali come la Play a Modena testimoniano ogni anno di più che l’interesse verso il mondo ludico in questo paese cresce progressivamente anche in tempo di crisi, quasi come se i boardgames fossero diventati dei piccolissimi beni rifugio; ma la realt  è che il “bene rifugio” in questo caso è il valore primo del gioco: la socializzazione. Per concludere spero che questo concetto faccia finalmente presa anche in una realt  culturale cos martoriata come quella partenopea. Dopotutto, la vita stessa è un gioco, lungo, complesso, ma sempre divertente se preso con lo spirito giusto; proprio come i boardgames.

Nella foto, giocatori a una convention

*PhD