Pier Paolo Pinhas Punturello, giovane studioso napoletano, fa una scelta di coraggio e mette a fuoco l’ebraismo nella sua determinazione storica.
Una donna ebrea Hannah Arendt (Luciano Editore, pagg. 118, euro 16 che inaugura la collana Mediterranea diretta da Ottavio Di Grazia e Giuseppe Reale) è il titolo della felice intuizione letteraria. Che sar  presentata mercoled 4 luglio a Gerusalemme (alle 20- 14 di Tamuz) Rechov Hillel 27. Con interventi di Alex Rofè, Samuele Roccah, Giuseppe Reale nell’ambito del dibattito su “quale influenza ebbe la cultura ebraico-mitteleuropea, in bilico tra identit  e dissidio, tra assimilazione e sionismo, sull’ebraismo del mondo occidentale?”.
Del volume, che sar  protagonista anche alla Feltrinelli di piazza dei Martiri (a Napoli) il 12 luglio alle 18,
parliamo con l’autore.
Innanzitutto, perch la scelta di parlare dell’ebraismo?

La domanda potrebbe avere una immediata risposta personale sono un ebreo, un rabbino, insegno ebraismo, vivo l’ebraismo, scrivo di ebraismo. Ma aggiungerei una risposta più ampia la societ  occidentale per poter comprendere molte delle questioni identitarie che le appartengono deve parlare con se stessa di Ebraismo, di Ebrei, di storia Ebraica e partendo da questo può affrontare una seria analisi sul suo presente ed ancora di più sul suo futuro. L’Ebraismo è una delle chiavi di lettura del nostro tempo, ma non solo in quanto relazione con l’antisemitismo e la sua deriva violenta che vediamo in Europa, l’Ebraismo è una delle identit  del mondo occidentale, una delle sue identit  di base senza una seria comprensione di esso, il mondo occidentale difficilmente comprender  se stesso.

Gli ebrei tedeschi erano percepiti dalla nazione tedesca come degli elementi estranei e nonostante i loro sforzi non riuscirono mai a integrarsi. Perch?

Perch di fatto la nazione tedesca non accolse mai al suo interno la minoranza ebraica in un gioco sottile di barriere sociali, economiche e religiose che nessuno dei tentativi assimilazionisti degli ebrei risolse. Per i tedeschi, per il volk, il popolo tedesco gli ebrei erano sempre ebrei e la loro germanicit  fu per un periodo storico un dato di cittadinanza ma non un dato sociale, quindi, sebbene gli ebrei tedeschi fossero uno dei motori culturali e sociali della germanicit  più vera essi non erano percepiti come veri tedeschi. Tutto questo equilibrio di non simbiosi era sottile, molto sottile, ma non impercettibile e nella sua non percezione si nascose l’ombra di Auschwitz.

I tedeschi non presero mai seriamente in considerazione l’idea di una sintesi culturale con la tradizione ebraica, al massimo accettavano quegli ebrei che non si consideravano tali o che arrivavano anche ad abbandonare il Giudaismo come religione caratterizzante. Come lo spiega?

I tedeschi accettavano all’interno della loro societ  l’ebreo non ebreo, una definizione paradossale di una ebraicit  al tempo negata ma pur sempre mantenuta o come status identitario sopito ma non eliminato o come identit  nascosta dietro la celebrit . Il battesimo, come scriveva il grande poeta ebreo tedesco Heinrich Heine, era un biglietto di ingresso nella societ , ma come ci insegna Hannah Arendt, quando anche il battesimo non funzionò più perch comunque la societ  identificava l’ebreo sempre in quanto tale, allora il suo essere celebre gli apriva le porte del mondo sociale tedesco, le Universit , le carriere. Questo per esempio è il filo conduttore di moltissimi tentativi di annullamento di alcune famiglie ebraiche all’interno della societ  tedesca, in questa ottica dobbiamo leggere il battesimo delle famiglia di Karl Marx. Ma la non considerazione ebraica di se stessi non era presa in considerazione all’ebreo non ebreo la societ  era sempre pronta a ricordare le sue origini e con le leggi naziste di Norimberga questo atteggiamento fu legalizzato. Bastava un nonno ebreo su quattro per essere legalmente considerati ebrei, con l’epilogo di morte che ben conosciamo.

Come giudica il tentativo della fondazione della Wissenschaft des Judentums (Scienza dell’ebraismo)?

Non lo giudico un tentativo, quanto piuttosto una espressione culturale degli ebrei tedeschi ed anche non tedeschi dell’epoca. Un approccio diverso alla cultura tradizionale ebraica, un tentativo in questo senso di rendere la cultura ebraica, in particolar modo il suo retaggio religioso, qualcosa di scientificamente attraente, valido, interessante per un pubblico non ebraico, per il mondo non ebraico, per una analisi anche non ebraica della cultura ebraica stessa. Questa fondazione è figlia del suo tempo, di ebrei del suo tempo, di ebrei che tentarono una operazione che oggi definiremo di marketing la vendita della propria cultura ebraica al mondo scientifico, operazione che teneva conto del fatto che il popolo ebraico allora come oggi è un popolo vitale e qualsiasi operazione di musealizzazione di una qualsiasi identit  uccide quel popolo prima ancora che la cultura che esso esprime.

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                   î   î                    è                               èè                                                 €     l sionismo e il fenomeno del nazionalismo dei giorni nostri?

Il sionismo è di fatto un movimento risorgimentale, per alcuni aspetti non diverso da quello che ha portato all’unificazione dell’Italia o della Germania. Un movimento risorgimentale che contiene in s elementi nazionalisti come tutti i movimenti risorgimentali e nazionali. Ma il sionismo non può essere relegato alla sola definizione di nazionalismo e questo perch esso pose come base di riflessione e d’azione l’identit  nazionale ebraica e come obbiettivo la rinascita di una nuova ebraicit  che aveva le proprie radici nella sola identit  nazionale e non nei tentativi di assimilazione agli altri popoli o di annullamento in un sistema egualitario socialista. Non si trattava di un movimento nazionalista quanto piuttosto di un movimento che mirava alla ricostruzione di una identit  ebraica in un contesto come quello assimilazionista e socialista, contesto nel quale il sionismo creò le condizioni per dimostrare che la tolleranza universale ed il rispetto della dignit  umana, di ogni essere umano può essere ottenuta non abolendo le differenze tra gli esseri umani, quanto piuttosto nutrendo l’esistenza delle realt  umane particolari.
Gli ebrei con il sionismo sono stati messi di fronte alla possibilit  concreta di proclamare, senza alcuna istanza sciovinista, la propria fedelt  ad una terra particolare ed anche ad una specifica tradizione senza necessarie giustificazioni n in nome proprio n tanto meno in nome degli altri popoli loro vicini. In questa assenza di sciovinismo esiste la distanza tra il sionismo ed ogni altro movimento nazionalista.

Secondo Hannah Arendt la prima manifestazione di antisemitismo moderno si ebbe con il pamphlet di Grattenauer. Cosa accadeva?

Possiamo dire che la prima espressione letteraria dell’antisemitismo moderno vide la luce con gli scritti di Grattenauer. Di fatto in termini politici non accadde nulla, ed in quel nulla si rifugiarono gli occhi tranquilli del mondo ebraico, ma in termini storici gli scritti di Grattenauer ebbero il grande merito, per cos dire di trattare l’ebraicit  come un principio, ma non come principio umano o culturale da correggere, semplicemente come essenza e sostanza di un gruppo subumano di filistei ed arrivisti.
L’ebreo, a questo punto, nelle pieghe dell’antisemitismo moderno diviene un elemento di astrazione, una funzione che in quanto tale potr  cambiare un numero indefinito di identificazioni esponendosi ad un numero infinito di attacchi antisemiti come “nazione tra le nazioni”, “internazionale ebraica”, ” ricchi capitalisti” e più tardi “rivoluzionari bolscevichi”. Da Grattaneuer in poi gli ebrei diventano un simbolo, un elemento di colpa totale ed universale non importa cosa accada al mondo ed oggi questa colpa collettiva la si addossa alla più significativa collettivit  ebraica lo stato di Israele. Non c’è la pace in Medio Oriente? E’ colpa di Israele. Assad, presidente siriano massacra la sua popolazione? E’ colpa di Israele. La crisi economica? E’ colpa di Israele. Quando Grattaneuer ha reso l’ebreo un elemento ha dato al mondo il suo più grande e folle parafulmine.

Hannah Arendt fu persino accusata di essere una antisionista. Cosa generò questo equivoco?

Arendt riconosceva un valore importante al sionismo considerando gli ebrei come nazione, aveva ridato loro lo statuto di popolo rinnegando tutti i tentativi assimilatori di negazione della nazionalit  ebraica in nome della assimilazione degli individui, ma a questo statuto nazionale, per dargli anche un senso storico e sociale, bisognava aggiungere anche un senso politico, lo stesso senso che aveva avvicinato la giovane Arendt al sionismo stesso. Ponendosi come obbiettivo la volont  di trasformare gli ebrei in un popolo tra gli altri popoli il sionismo secondo l’Arendt, in maniera ancora più forte, rappresenta lo sforzo storico e politico migliore che abbia mai investito gli ebrei di una responsabilit  tale da farli diventare cittadini di uno Stato, quello di Israele, che sebbene non rappresenti la forma politica che l’Arendt auspicava, è di fatto il luogo politico dell’unit  del destino ebraico e dell’ingresso degli ebrei nella famiglia degli altri popoli.
Hannah Arendt identificava se stessa nello spazio politico di un piccolo gruppo di sionisti dissidenti il Brit Shalom (Patto di pace) che sin dal 1925 e nonostante i pogrom arabi degli anni del 1930 contro la popolazione ebraica di Palestina continuavano incessantemente a lavorare nel costruire ponti di dialogo e cooperazione tra ebrei ed arabi in Palestina. Ma proprio queste stragi di fatto zittirono l’opera dei luoghi politici sionisti dove la Arendt avrebbe potuto esprimersi è complicato cercare la pace e dialogo di fronte a stragi.

Lei è napoletano, Nella sua citt  esiste una piccola Comunit  Ebraica, l’unica tra le 21 presenti in Italia a Sud di Roma. Anche qui, nel 1510, re Ferdinando firmò un primo bando di espulsione contro gli israeliti. Le cifre parlerebbero di circa 30 mila espulsioni e di 42 mila ne            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
BtnBBBBRpeBPl successivo 1541. E oggi?

Non solo sono napoletano, ma sono stato rabbino di questa piccola comunit  e sono anche siciliano per parte di padre e oggi vivo a Gerusalemme un figlio del Mediterraneo in tutto e per tutto, di quel Mediterraneo che vide appunto le navi cariche di ebrei vagare dalla Spagna alla Grecia ed alla Turchia ed ai porti della terra di Israele, dalla Sicilia a Napoli e poi al Nord Italia, a Livorno, a Pisa a Genova a Venezia. Oggi la piccola Comunit  ebraica di Napoli sta vivendo un momento di passaggio tra realt  diverse una crisi generale del senso di appartenenza, ovvero una assimilazione non politica o sociale come ai tempi di Heinrich Heine ma nata dalla disaffezione ed un ritorno all’ebraismo proprio di alcuni dei discendenti degli ebrei perseguitarti da Isabella Di Castilla. Bilanciare questi due movimenti antitetici e preservare le mille sfumature della realt  ebraica è la sfida dei prossimi anni. Sarebbe folle anche in termini Arendtiani di costituzione di popolo accogliere i ritorni ed ignorare gli abbandoni.

In foto, l’autore e la copertina del libro