Donne europee insieme in poesia. In “Ifigenia siamo noi” antologia poetica a cura di Giuseppe Vetromile. Pubblicata da Scuderi, editore con una tiratura limitata a 238/500 pp.93 euro 12,50. “Ifigenia siamo noi che lottiamo per la nostra libert  e per i nostri diritti, in qualunque tempo della storia e in qualunque luogo della terra” si legge nella presentazione di Giuseppe. In russo, tedesco, albanese, portoghese, italiano si rievoca il sacrificio della figlia di Agamennone per la patria, per il volere degli Dei, per difendere l’orgoglio di un uomo abbandonato dalla moglie, per la sete di sangue inculcata ai soldati dai comandanti, per conquistare nuove terre saccheggiare e violentare.
Ifigenia la “fanciulla vergine e pura” ideata da Omero è stata gi  presente più volte nella drammaturgia, in pittura, scultura, cinema. Nell’antologia sono donne che si ribellano all’idea, perpetrata per secoli dalla cecit  meschina dei maschi, di essere oggetti di violenze in casa, nei mass media, in TV, escluse dalla politica per secoli tanto che ancora nella nostra Repubblica democratica si discute di “quote rosa” nello stesso PD come in FI. Può essere solo logico un veto di “fratelli d’Italia”e non di un partito popolare ideato da Gramsci o da chi si fa coccolare dalle nipotine degli altri.
Le autrici, laureate, insegnano e hanno un curriculum denso di premi e pubblicazioni come le più giovani Federica Giordano e Vanina Zaccaria impegnate nelle attivit  culturali a vari livelli e anche nel sociale. Tutte fanno politica con i versi. La loro cultura è immersa nella realt . In silenzio sollecitano le donne a prendere coscienza dei propri diritti, a non farsi violentare e uccidere dal falso fidanzato che dice di amarle, a non subire violenze in tenera et  per rispetto del padre, zio,nonno, vicino di casa, docente, fratello più grande.
Lucianna Argentino, romana, «se Dio riprendesse la sua onnipotenza dalle nostre mani», «Conservami il luogo in cui mi hai attesa/ dammi l’odore della mia assenza», «lasci che io ti conduca dal tuo mondo nel mio regno», «Sarebbe stato meglio accordarsi prima /sulle menzogne da dirsi e non come ora/che sto in forse con me stessa». Gaetana Aufiero in “per le tessitrici del Nepal” «E fu di colpo la bambina/strette le mani in nodo/nodo lei stessa/Occhi sperduti immensi, ricorderai Ulisse tessitor d’inganni/ e Penelope con le sue tele/e i nodi».. Victoria Artamonova “Lettera a Petrarca dalla Russia”, «Dove sono più i miei serventi, la mia villa, il mio paese nato…Ogni cosa è dimenticata/Saluti/ la tua piccola Laura». Floriana Coppola «non sono che la madre di cartapesta e oro/ di mandorlo acerbo, d i piombo e sassi/ alla tastiera lirica del verso…».
Ulrike Draesner, «pulire passare l’aspirapolvere asciugare il mocciolo/ cantare una ninna-nanna leggere ad alta voce aprire le gambe essere gentile». Federica, «Scegli in questo tempo di non morire/scavalca la vicenda, “Ricordate voi il valore della scelta/Scavalcare la vicenda». Anila Hanxhari, albanese, «suonate le arpe dell’ Adriatico dice la madre per l’angelo migratore». Giovanna Iorio in “Le dodici pietre” si ispira ad Ovidio. Amalia Leo in “Violenza”, «Se continuavi a chiamarmi Amore/quando la violenza copriva l’Anima/ e la mia Anima tradita,/d’ostinazione,/respingeva l’inganno». Ketti Martino, «Se amare è presagire a rime spente sono certa di finire in una foglia/ senza nessuno ad aspettarmi sulla porta». Vera Mocella, «Siamo ostia/ bellezza pura, intatta./ Farfalle che si mimetizzano con la vita». Rita Pacilio, «trapela la vanit  e la marea a Lampedusa/i mulatti costano poco, si imbarcano nell’agonia». Regina Celia Pereira da Silva, «Quando l’anima /è stata offesa/naviga da sola, nel buio./Offuscata la sapienza/libero esclusivamente l’Amore».

Anna Tumanova, russa, «lasci che ogni nave trovi il porto/il viaggiatore la casa per la notte/lascia che alla gente basti il necessario/ e il vagabondo trovi la fetta di pane».
Monika Rinck, tedesca, «vengo a prenderti col taxi./Dimmi il numero, arrivo subito. Hai una decina di minuti per farti bella». Vanina in “Terra sacrificio” parla di Atene citt  simbolo della cultura occidentale, della letteratura, della filosofia, del teatro, dell’arte, ideatrice della Democrazia e della prima Comunit  di tante citt  stato. Nel verso ricorda le tragedie subite per portare la nostra attenzione sulle guerre civili presenti nel mondo e sulla barbara dominazione di uno stato confinante col vicino che, non più memore delle atrocit  subite, infierisce con missili su scuole e ospedali, ferro spinato, privazioni di acqua e medicinali, contro un popolo in miseria che si difende con sassi.
La Comunit  internazionale tace. Silenzio per mesi sull’ assedio di carri armati al palazzo del governo del “nemico” privando il Presidente di uscire. I Tg evidenziano gente al mare scortati dai soldati e tace sui ragazzi dell’altro paese che non possono giocare fuori casa per improvvisi incursioni di bombardieri. «Atene resta, nel granito/Al canto di cicala/Magnanim            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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La risolutezza della donna e il suo mondo non solo poetico ruota nella realt ,
crea la vita e la nuova societ  è espressa nella scultura di una donna in copertina che ruota su s stessa per capire di Eliana Petrizzi.
L’antologia unisce idee e voci diverse ma tutte meditano sull’esistenza e tessono con i versi la realt .

Vetromile e Zaccaria nel grande ventre del mito

Del libro parliamo con Giuseppe Vetromile
Tu, poeta, vincitore di numerosi premi e autore di molti testi di poesie e di racconti, cito
l’ultimo “Il signor Attilio Cindramo e altri perdenti” ed. Kairos 2010,
hai inserito poesie di
sedici donne di diversa nazionalit  nella antologia “Ifigenia siamo noi” Scudieri Editrice.
Un poeta sceglie altri? E d  spazio alle donne…
Certo, che un poeta sceglie altri! Non è una questione di vaglio critico, o almeno non soltanto quello, piuttosto una sottile ma profonda intesa con gli altri poeti, sul piano umano, sociale ed anche emozionale. Il fatto poi che abbia dato spazio alle donne, questa è stata una scelta ben precisa, perch ho voluto far "parlare" direttamente le protagoniste di "Ifigenia", mettendo in campo tutta la loro sensibilit  poetica, la loro esperienza, la loro storia, e in modo diverso l’una dall’altra, tanto da formare un vero e proprio "mosaico" il tessuto di Ifigenia!

Spiegami il titolo…
Il titolo è avvolgente, partecipativo, perch davvero Ifigenia siamo noi, tutti noi, e non solo le donne che ancora subiscono la mala del sacrificio, bens tutti noi esseri umani, costretti a volte a subire vessazioni perpretate dai poteri forti.
Viviamo freneticamente, ci soffermiamo a
riflettere poco, eppure tanti producono “prodotti” poetici, spiega questi due opposti?

La vita odierna ci offre ben poche cose di valore, che non siano la corsa al potere o la conquista di quel poco di benessere che ci permetta di barcamenarci sopravvivendo. La fuga verso l’attivit  creativa non è ben considerata, anzi a volte è biasimata, derisa e deprecata, per cui ci si dedica all’arte o come mero passatempo, magari nel segreto della propria intimit , o come evasione gratificante dalla realt  dura e spietata. Ciò provoca una produzione artistica forse sovrabbondante, sovente a scapito della qualit , ma tant’è finch sar  permesso di produrre arte, e nella fattispecie poesia e letteratura, l’uomo sar  salvo. Ma è una speranza, più che una certezza.

Qualche domanda a Vanina Zaccaria

Sei presidente molto giovane della Fondazione culturale russa Lermontov, che ha promosso
la raccolta di poesie di donne europee “Ifigenia siamo noi” ti interessi di arte letteratura e
sei impegnata nel sociale. Leggo da pag. 63 a 67 una tua lirica “Terra Sacrificio” dedicata ad
Atene. Quale fascino ha Atene oggi nella nostra cultura?

Atene, che rappresenta simbolicamente l’intera Grecia, è percepita ancora come la radice, il grande ventre da cui siamo partiti per la corsa alla vita e al quale, istintivamente, ci sentiamo chiamati. Forse Atene è come un albero secolare, bench molti ne rubino i frutti, nessuno può contaminarne e distruggerne le radici. Resiste ancora una forma sacrale di rispetto e riconoscenza.
E’ viva ancora tra noi la cultura pagana?
Tutto ciò che riguarda l’esistenza umana è un affresco pagano, un insieme di riti collettivi, sociali e personali che sanciscono passaggi, rispondono a domande, affermano l’identit  terrena. Forse la divinit  pagana per eccellenza è l’uomo stesso nel suo costante tentativo moderno di autocelebrarsi attraverso nuovi feticci. A Dio, agli Dei e ai nostri Totem tecnologici domandiamo sempre le stesse cose proteggerci, darci una spiegazione e risolvere l’irrisolvibile beffa della nostra mortalit . Forse abbiamo perso, come affermavano i romantici, il contatto con il sacro inteso come tendenza ad elevarsi oltre i bagliori della quotidianit  per accedere a uno spazio spirituale.

Quali sono le emozioni da incantesimo che offre l’Acropoli e quali Pompei?

In poche parole Pompei è un caso storico, parla la lingua dei mortali, seduce, ammalia e stupisce. L’Acropoli è territorio del sacro, ogni pietra è una preghiera perpetua, parla la lingua dei mortali dinanzi a ciò che è immortale. Sull’Acropoli si piange.

Tu, donna, dimmi se Ifigenia vive ancora tra noi e quali leggi possono difenderla dalla violenza?

Ifigenia siamo noi, tutte. Ifigenia va difesa da una intera cultura sociale deviante e assassina. Bisogna smantellare le radici del crimine. Accetto il termine femminicidio, in quanto offre un campo tematico chiaro, ma bisogna capire che è uno degli atti attraverso il quale si manifesta una tendenza generale delle societ  quella di annientare l’identit  attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico. Interi popoli subiscono, attualmente, questo tragico destino. Senza remore mi sento di affermare che anche una terra come la Pale            6stina è una Ifigenia.

Nelle foto, Vanina Zaccaria, Giuseppe Vetromile e la copertina dell’antologia