Si presenta sabato 6 dicembre a Roma, nella sala ametista di Palazzo dei congressi dell’Eur (ore 17), in via piazzale Kennedy 1, il libro di Carlo Di Lieto, “Leopardi e il mal di Napoli”. Intervengono Antonio Filippetti, Luigi Fontanella, Sando Gros-Pietro e Antonio Rossi. L’evento è organizzato nell’ambito della rassegna più libri più liberi.

I classici hanno di buono, tra le altre cose, il fatto che mantengono intatto nel tempo la capacit  di appassionarci grazie alla loro strupefacente facolt  di rivelarci ad ogni lettura, un qualcosa di nuovo e di diverso che ci tocca l’anima, ci induce a comprendere meglio noi stessi e ci aiuta, quasi assecondandoci, a sopportare anche meglio le ingiurie del tempo che passa. Sono “classici” in fondo proprio per questo, perch sempre presenti e destinati a non passare con le mode di stagione.
Nel caso di Giacomo Leopardi c’è persino qualcosa di più, che va oltre lo splendore del verso,la nitidezza della prosa e del pensiero; questo “valore aggiunto” sta nel fatto che lo scrittore si palesa sempre più ad ogni lettura come un nostro contemporaneo, un autore in grado di esprimere il sentimento del tempo e che ci consente di decifrare lo “stato dell’arte” nel quale siamo immersi. Ed è probabilmente questa la ragione principale per cui l’opera e la figura leopardiana continuano ad essere oggetto di investigazioni e proposte di vario genere. Oltre ai contributi editoriali si segnalano infatti altri interventi in ambiti linguistici diversi. Si veda lo spettacolo-recital proposto di recente anche a Napoli a cura di Corrado Augias o il film di Mario Martone “Il giovane favoloso” (foto) dedicato alla vita del poeta. Ed è questo forse anche uno dei motivi per cui uno studioso come Carlo Di Lieto abbia voluto dedicare all’analisi delle opere e del pensiero del grande recanatese anni ed anni di ricerche appassionate i cui risultati ci vengono presentati ora in questo monumentale volume che supera le mille pagine e che costituisce la summa della sua appassionata e originale scelta critica (Leopardi e il “mal di Napoli” Una “nuova” vita in “esilio acerbissimo”)
Leggere il libro di Di Lieto non è soltanto un irresistibile invito ad accostarsi alle opere leopardiane, a penetrarele pieghe di una vita breve ma straordinaria; si tratta viceversa, più che altro di (ri)trovare il senso del nostro presente e le ragioni del nostro attuale destino.
Nel pensiero di Leopardi infatti ci sono tutte le intuizioni che ci spiegano le ragioni per cui siamo cos come siamo. Cercherò di riassumerle assumendo come riferimento, appunto, il lavoro del saggista napoletano. Intanto la diagnosi leopardiana ha come campo d’orizzonte la citt  di Napoli, la terra ci in cui visse gli ultimi quattro anni di vita (1833-1837) “giunsi qua felicemente, cos senza danno e senza disgrazie.La mia salute del resto non è gran cosa e gli occhi sono sempre nel medesimo stato.Pure la dolcezza del clima, la bellezza della citt  e l’indole amabile e benevola degli abitanti mi riescono assai piacevole”.
Proprio nella nostra citt  giunge a maturazione la riflessione leopardiana sulla condizione politico-civile dei nostri concittadini. Una base di pensiero profondo che gli consentir  poi di individuare una strada per il superamento della condizione contingente. La riflessione era cominciata anni addietro, nel 1824 con l’illuminante “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”, tra l’altro rimasto inedito fino al 1906. Qui Leopardi aveva segnato i limiti “antropologici” dei nostri concittadini nei quali ci siamo riconosciuti e continuiamo a riconoscerci, occorre dire, fino ai nostri giorni. Leopardi sostiene giustamente che gli italiani non hanno costumi ma usanze ed abitudini, non propendono per uno stato unitario, immersi come sono in piccole e marginali beghe di periferia o di quartiere e passano la maggior parte dei tempi canzonandosi e sbeffeggiandosi a vicenda (tra “railleries et persiflages”).
Non esiste il gusto della conversazione, ma semmai ci si attacca reciprocamente fino agli eccessi “passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue”. Si trincerano dietro un incorruttibile cinismo “ridono della vita, ne ridono assai più e con più verit  e persuasione, intimi di disprezzo e freddezza che non fa niun’altro popolo”.
E’ una diagnosi illuminante, addirittura una sconvolgente anticipazione di quello che scopriamooggi, ad esempio, nei talk shows televisivi o negli scambi di frecciate e improperie varie contenute nei banalissimi tweet. A Napoli per cos dire Leopardi affina la sua riflessione sul carattere dei suoi concittadini avendo modo di studiarli nelle continue passeggiate lungo la via di Toledo e fino a Villa Reale e alla Riviera. Frequenta anche i salotti letterari e propri qui gli viene appioppato il nomigliolo di “ranocchio”, forse per la sua disposizione a starsene in dispare a studiare il prossimo o forse anche per la sua conformazione             6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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Sta di fatto che l’ambiente del tempo è tutto preso dal progresso e convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, “le magnifiche sorti e progressive”, la formula con la quale il poeta etichetta l’illusoria pretesa di avanzare perennemente verso traguardi di successo e di gloria.
Leopardi viceversa scruta con lungimiranza la situazione e affida il suo pensiero con fine ironia e lucido sarcasmo al poemetto “I nuovi credenti” (i sacerdoti del progresso appunto) dove si fa di tutto per improvvisarsi potenti ed influenti , magari comprando anche un titolo nobiliare come “il barone Vito”, il gelataio arricchito di Piazza Carit . Ma il giudizio è amaro e perentorio. Solo una cospicua dose di profonda ignoranza e sciocchezza, che “durerannoalmeno in vita”, potranno darel’effimera e falsa illusione di essere davvero protagonisti e portatori di nuova grandezza.
E’ la diagnosi impietosa sul suo e nostro mondo ribadita in termini ancora più amari nella straordinaria composizione della “Palinodia” (scritta sempre a Napoli) nella quale addirittura il poeta anticipa l’avvento della “filosofia” del gossip giornalistico tipica dei nostri anni, ovvero l’inconcludente civilt  delle chiacchiere supportate dai “pamphets” (cos proprio nel testo del poeta ) che “il civil gregge ammira”.

Ma negli anni del soggiorno napoletano emerge anche e si qualifica senza mezzi termini una posizione intellettuale di grande respiro
e che rappresenta per gli uomini del presente come del futuro l’unica via per contrapporsi all'”arido vero” e alle forze avverse della natura ma più ancora per scoprire la sola grandezza possibile, ovvero l’affermazione di una “umanit  lieta no ma sicura”, consapevole dei propri limiti ma proprio per questo portatrice della sola speranza utile, che è la forza della solidariet  umana in grado di contrastare gli egoismi di parte cos come le sterili, insensate illusioni di grandezza e potenza terrena; è la posizione dell’ultimo Leopardi, quello napoletano appunto, circostanziata nei versi della “Ginestra” ed anticipata gi  nelle “Operette morali” e in altri pensieri dello “Zibaldone”.
Il poeta aveva capito prima e meglio di tutti l’infondatezza delle pretese della societ  del suo tempo (ma ora anche del nostro) alle prese con aspettative fumose e irrealizzabili, alimentate tra l’altro da egoismi e tornaconti di parte,beghe di corte e sterili narcisismi ed indicava la sola strada percorribile per i propri contemporanei e l’umanit  a venire una visione profetica del futuro e nello stesso tempo un messaggio di realt  e consapevolezza ispirato alla fratellanza e alla comprensione tra gli uomini.

Carlo Di Lieto
“Leopardi e il mal di Napoli”
Genesi Editrice, pp.1088, euro 60,00