Autonomia e responsabilit . In queste due parole magiche potrebbe trovare il suo riscatto un Mezzogiorno che da sempre si affaccia a fatica nella storia del mondo.
E’ questa la traccia che propone Il tempo e la Storia Il sud e l’identit  perduta (Tullio Pironti editore, pagg. 349 Euro 20,00). Un saggio storico scritto a quattro mani Italo Talia, gi  professore di Geografia urbana e Politiche urbane e Antimo Manzo, dirigente sindacale e studioso di sviluppo territoriale e finanza locale.
Un libro coraggioso, che aprirebbe una sfida, una “storia non chiusa” di questo angolo di mondo.
Quali meccanismi statali, istituzionali ed economico-finanziari hanno guidato le cosiddette “due Italie” (Nord e Sud)? E la cultura, i borghesi, la chiesa, quale ruolo hanno giocato in tutto questo?
Interrogativi legittimi a cui si tenta di dare una risposta non generica, ma di approccio sistemico alla storiografia stratificata nei secoli, un logos avvincente, mai stanco di indagare.

A un Nord e un Centro che hanno preferito una “resistenza attiva” ai dominatori, prendendone le parti migliori, le opportunit , le positivit , si contrappone un Sud che ha sostanzialmente lasciato fare a quei conquistatori che avevano mire espansionistiche precise,
a chi aveva sete di allargare oltre i propri confini di provenienza usi, costumi, finanze, conquiste, ereditando le parti peggiori, parassitarie di questi.

Un Sud che si è fatto “trafiggere” in lungo e in largo, dalla forma statale, unitaria, centralistica, a quella economico-sociale,
mettendo a disposizione di mercenari un territorio ricco di risorse, intenti ad usare sistemi di governance basati sul drenaggio di tasse locali per finanziare le guerre, reprimendo ogni forma di sviluppo della geografia urbana e territoriale finalizzata al ben-essere sociale.
Un Sud che non si identifica con se stesso, che rinuncia a darsi una fisionomia di sistema-paese, che alterna anarchia disperata a forme di “ribellismo” di corto respiro, mancante di una visione strategica. Un Sud corroso dalla rinuncia, dall’acquiescenza ai poteri costituiti.

L’indagine del libro, tuttavia, lascia un “campo aperto”, ad un lungo letargo urbano e rurale non mancano esempi di virtuosismi locali, sintomi di crescita che non hanno nulla da invidiare alle più moderne aree del centro-nord dello stivale.

Se da un lato si è recuperato uno sviluppo economico, sia pure fortemente assistito, spezzando l’isolamento meridionale attraverso la crescita di un sistema infrastrutturale, graduando il passaggio da spazi rurali ad aggregati urbani, se si è visto, per un largo periodo, un welfare state capace di generare virtuosismi pubblici (istruzione, sanit , etc.), dall’altro non sono mancati corruttela e criminalit  organizzata, che hanno martoriato i luoghi dell’emancipazione sociale.

Ne esce fuori una fotografia del Sud a “diverse velocit “, si mescolano localismi fatti di eccellenze ed “economia assistita” incapace di generare ricchezza e capitale umano.

Un Mezzogiorno indissolubilmente legato alle sorti del Mediterraneo, nel bene e nel male. Da crocevia dei traffici commerciali internazionali, sin dall’antichit , a cimitero liquido riempito di corpi privi di vita, da cerniera di civilt  (latino-germanica, greco-bizantina e arabo-islamica) a mezzo per espandere Stati e sovrani stranieri.

Insomma, la sfida di questo scritto è quella di offrire un punto di vista che fa spazio ad un interrogativo arduo e difficile si può parlare di un’identit  meridionale?
Il tormento dei secoli, accompagnati da distanze, diversit  e differenze, comunque rilascia una specificit  etico-sociale del Mezzogiorno. Cultura, ambiente e territorio, nonostante una cornice di sostanziale arretratezza, lasciano intravedere una direttrice fatta principalmente di capitale sociale e di formazione di uno spirito pubblico.
Ma è in nuce un altro quesito, a mio avviso, accennato, che bordeggia il quadro storico ricostruito la forma istituzionale.

I due autori lascerebbero intendere come lo Stato unitario, centralista, quello spazio politico derivato dal centro, pensato da “illuminati di altrove”, abbia condizionato quei livelli di autonomia e responsabilit  di cui si accennava all’inizio.

Forse i due pensano che “un’altra storia” avrebbe potuto portare più fortuna, una forma di governo più modernamente federalista avrebbe messo il Sud nella condizione di salvare se stesso, di produrre ed auto-produrre ricchezza economica e sviluppo sociale. Di non “dipendere” burocraticamente ma di autodeterminarsi socialmente.

Probabilmente immaginano una macro-regione fatta di aree metropolitane capaci di “fare sistema”,
di creare policentrismi urbani, variet  imprenditive, competizione tra territori, ma anche valori condivisi, luoghi generatori di relazioni umane e di “rappresentanza pulita”.
Un Sud che sappia uscire da quel minoritarismo culturale e che affidi alle mani degli stessi meridionali il proprio futuro.

A proposito del libro, affidiamo la parol            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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Antimo Manzo «Il Mezzogiorno deve ripartire dalla volont  di autonomia»
Il testo affronta un tema che ci è apparso abbastanza decisivo nelle vicende antiche e moderne del Mezzogiorno la debole autonomia delle comunit , dei territori nonch delle istituzioni politiche e culturali. Debolezze che si manifestano in diversi modi, tra cui la disgregazione sociale, l’asfissia dell’apparato economico legato prevalentemente alla spesa pubblica, l’inconsistenza delle classi dirigenti, preoccupanti livelli di corruzione e di inquinamento malavitoso. Fenomeni e aspetti non diffusi in tutto il Mezzogiorno, ma sicuramente presenti in molte sue parti.

Le tante debolezze, anche nella forma dell’assenza di un senso civico collettivo, sono fattori endemici del Sud?
Oppure sono le conseguenze di una costante repressione delle spinte autonomiste, ci dell’ autodeterminazione responsabile del Mezzogiorno? Ancora più esplicitamente il permanere di una condizione diffusa di arretratezza, anche se diversa territorialmente nella sua intensit , è riconducibile agli effetti del modello unitario e statalista, sia nella forma monarchica che in quella repubblicana? Le risposta abbiamo preferito lasciarle ai singoli lettori, fornendo, però, molto materiale per orientarsi.

Il periodo storico indagato è quello che va dall’arrivo dei Normanni, che, con Ruggero II di Altavilla, daranno vita al Regno di Sicilia nel 1130 fino alla dissoluzione del Regno nel 1504.
Cinque secoli e quattro dominazioni straniere normanni, svevi, angioini, aragonesi.
Una storia diversa dal resto d’Italia perch non è la storia di comuni, signorie e dei cosiddetti ceti mediani (artigiani, imprenditori, mercanti), bens di feudi e monarchie straniere.

All’interno di questa storia “anomala”, abbiamo voluto ricercare e rappresentare episodi e circostanze in cui si ritrovano le tracce di rivendicazioni di autonomia politica e di libert  economica.
In diversi casi, le tracce si identificano o con le rivolte di nobili e feudatari al centralismo regio o con le sollevazioni di alcune citt  alle prepotenze dei baroni e dei sovrani. Autonomie tormentate e represse che scavano il profondo e doloroso solco della separazione tra ceti ed istituzioni.

In quei secoli, non si è concretizzata la formazione di un regno unito e autorevole. Al di l  di questa particolare forma istituzionale, infatti, il Sud rimane sempre diviso, dove all’isolamento dei luoghi corrisponde la lentezza dei cambiamenti.

All’apparente forma unitaria del Regno si contrappone, infatti, una realt  divisa e disarticolata territorialmente, economicamente e socialmente. Innanzi tutto a partire dai Vespri siciliani, le storie del Mezzogiorno continentale e della Sicilia si diversificano profondamente e tali saranno fino ai giorni nostri. Cos pure è un’altra storia quella di gran parte delle popolazioni meridionali che continueranno a vivere in centri isolati e di montagna, sottoposte al potere feudale. Infine, è una storia a s quelle delle citt  capitali, Palermo e Napoli. Due citt , ma soprattutto Napoli, che perdono molto presto la loro storia comunale per diventare luoghi di attrazione urbana e di forte congestionamento, di sottrazione di risorse al restante territorio meridionale e siciliano, di concentrazione di poteri e di miseria, di forte dipendenza dal “palazzo”.

E’ nostra opinione che anche altri importanti fattori hanno contribuito a determinare quelle particolari caratteristiche che abbiamo provato a descrivere.
Le caratteristiche ambientali, ci la geografia dei luoghi, la continua ricerca di terre da destinare all’agricoltura, il forte contrasto di interessi tra attivit  pastorizie ed agricole, l’arretramento di alcuni comparti (lana e seta), sono state tratteggiate per dare la necessaria completezza alla questione dell’autonomia e delle identit  del Mezzogiorno.

Le vicende successive fino ai giorni nostri non hanno risolto la divaricazione tra Stato e cittadini. Anzi, potremmo dire che tale divaricazione si è allargata e si è estesa all’intera societ  italiana.
Un’estraneit  che si manifesta in tanti modi isolamento, solitudine, rassegnazione ma anche prevaricazione e violenza.
Quello che ci attende, allora, è rifondare dal basso la comunit  politico-statale perch la questione è innanzi tutto nostra. L’autonomia, in conclusione, prima di cercarla deve essere voluta.

Nelle foto, l’arco di trionfo che celebra Alfonso d’Aragona e la copertina del libro