Mercoled 24 agosto (alle 19, 30) Luigi Mazzella, Alberto Folin, Giuseppe Cobalto e Antonio Filippetti discutono del libro “La scrittura e la malattia. Il male oscuro della letteratura” (prefazione di Claudio Toscani, Marsilio Editore, pp.454, euro 35) del napoletano Carlo Di Lieto, docente dell’Universit  Suor Orsola Benincasa di Napoli, alla biblioteca del centro di cultura e storia amalfitana (supportico S.Andrea 3, Amalfi).

Secondo Marcel Proust la malattia è una condizione essenziale per poter fare arte nel senso che rappresenta il momento in cui la coscienza si espande permettendo di percepire il mondo intorno in maniera più profonda e di conseguenza rende possibile un processo autenticamente creativo. Probabilmente la scrittura, ovvero la “voglia di scrivere” è essa stessa una malattia e qui potremmo dar ragione a Cesare Garboli allorch affermò che “si scrive proprio perch si è malati”. Sia come sia, sta di fatto che la letteratura si avvale per cos dire dello stato alterato del fisico o della mente dovuto principalmente alla sofferenza per compiere alcune delle sue migliori e più apprezzate performance, come dimostra del resto Carlo Di Lieto nel suo ultimo saggio in cui prende in considerazione un gruppo di autori che sono passati alla storia potremmo dire proprio in virtù di questa loro particolare predisposizione nei confronti della malattia. O perch ne sono stati personalmente afflitti o per aver avuto l’occasione di osservarla a vario titolo da vicino.
E gli esempi, come dimostra il saggista, davvero non mancano nell’uno e nell’altro caso se si pensa a scrittori come Dino Campana o Alda Merini, ovvero se ci si richiama a Pirandello o Umberto Saba.
Il lavoro di Di Lieto è decisamente stimolante anche perch attraverso il filtro della sua impostazione esegetica strutturata in chiave psicanalitica, ci presenta una quadro di primo livello della letteratura italiana del Novecento. Difatti gli autori che chiama in causa nel suo disegno sono tutti di prima grandezza, da Italo Svevo a Luigi Pirandello, da Dino Campana a Umberto Saba, e poi Giuseppe Bonaviri, Giuseppe Berto, Mario Tobino, Dino Buzzati, fino a Elsa Morante, Alda Merini e Alberto Moravia.

Tutti questi scrittori hanno per cos dire avuto a che fare con la malattia, non solo
probabilmente a farne a meno non sarebbero riusciti a dare peso e corpo alla propria opera, a conferma del ruolo che la malattia ha esercitato nella loro produzione letteraria. E qui si potrebbe andare ancora più lontano, estendere ci l’analisi ad altre epoche o chiamando in causa altre letterature. Ma il saggio dello studioso napoletano è documentatissimo e costituisce una lettura affascinante oltre che sicuramente utile per entrare nel “laboratorio segreto” dei diversi autori.

Alla fine si scopre anche che non solo la scrittura ma perfino la lettura è legata a una matrice “malata”.
Come avviene del resto per tutte le attivit  valoriali dell’esistenza dando in questo ragione a Italo Svevo quando ne “La coscienza di Zeno” afferma che è essa stessa (la vita) una malattia, solo che “a differenza delle altre malattie, la vita è sempre mortale”.