Bosseide (Gaffi, pagine 239, euro14,90) il nuovo romanzo dello scrittore napoletano Nando Vitali, si attesta da subito per la fascinazione della scrittura realistica, a forti tinte che ben si attaglia alla storia che racconta.
Si tratta di un vecchio patriarca della camorra, più comunemente chiamato “boss”, la cui vita e le cui gesta criminose vengono narrate da un vecchio amico d’infanzia da lui ospitato in modo permanente, “don Antonio”, cieco e strimpellatore di chitarra (il suo cavallo di battaglia, che è la canzone preferita di “boss”, è Indifferentemente).
Il boss vive in una fortezza/castello vicino Napoli, insieme alla sorella sciancata “Carmela” – descritta quasi come una profetessa di sventure e anima nera della storia, a causa del suo aspetto sgradevole e delle sue trame irrisolte – e ai suoi sgherri.

Il “boss” è vedovo di una moglie molto amata e indimenticata,
per quanto anche molto tradita, e conserva in s il dolore profondo della morte dell’unico figlio Michele, assassinato da ragazzino, a causa delle faide e delle rivalit  tra i capi.

A latere di questo tessuto narrativo si svolge la storia di don Antonio,
raccontata dal medesimo in prima persona, quasi in controcanto rispetto alla trama principale e nella quale scopriamo che anche Antonio in qualche modo è stato vittima del carnefice/boss, amico fraterno che lo tratta quasi come il giullare di corte.
Da questa vicenda articolata si snoda una narrazione con un ritmo serrato, che non concede pause al lettore e neppure momenti di tregua, stante la forza narrativa trascinante.

Un romanzo di fascinazione
perch la sapienza narrativa dello scrittore usa la parola come vettore d’inquietudine e arriva nel fondo più nero dell’animo umano, per scavarne le fondamenta, le radici del male.
Ma ancora una saga epica, dove don Antonio (forse non a caso cieco) ne rappresenta l’aedo, il cantore, come nelle migliori costruzioni epiche (in cui c’è sempre un fato superiore che tesse la trama, oltre ad una catarsi finale che ricompone il quadro della vita) afferenti le tragedie tramandateci dalla Grecia classica.

Nando Vitali è maestro nel restituirci queste atmosfere che si compongono dietro la drammaticit  di un linguaggio sincopato
e in sintonia con la storia che si racconta, oltre ad essere sapiente nella descrizione dei personaggi, in specie proprio di “boss”, personaggio “padrino” che, in alcuni momenti, ricorda quello raccontato dalla penna tagliente di Mario Puzo e dalla straordinaria saga cinematografica di Francis Ford Coppola. Cos come è dovizioso nel ricostruire efferatezze, vendette, pareggiamento di conti.

In questa atmosfera scura, incombente eppure avvolgente per chi legge, prende respiro un romanzo pieno di sorprese
e di imprevedibili delicatezze che non staremo a svelare, scritto con una lingua che usa spesso la ferocia, il realismo, il parlare giornaliero, che non si risparmia entrando nelle viscere della malvagit , ma che riserva dei colpi di scena sia nella storia che nelle parole che si rischiarano con momenti poetici, umani.

Cos anche l’animo di “boss” alla fine, si affrancher  dagli anni terribili, dagli eccidi,
mostrando una sottesa fragilit  conclusiva, sottolineata in tutta la sua bellezza che, però, forse, è pari ad una metaforica condanna a morte. In questo modo si giunge ad un finale che si avvolge in pieghe insospettate e in un potente e incredibile epilogo.

Il tutto sullo sfondo di un paesaggio spesso notturno,
dove ritroviamo anche i Campi Flegrei, vivificato, appunto, dagli altri straordinari personaggi di questo dramma “noir”, che alla fine, vola alta verso il riscatto, verso la volont  di redenzione.

Nando Vitali ha dimostrato, ancora una volta, di conoscere le ombre
e le luci degli umani, di saperle raccontare.

In foto, la copertina del libro