Vi auguriamo buona Pasqua e Pasquetta con la prima puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto.
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di un romanzo “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” (edizioni scientifiche italiane). Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale,  Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre.

Nell’ampia sala del Museo, vuota in  questo pomeriggio autunnale ancora caldo, sono solo. Giro intorno alle due statue senza trovare un punto in cui fermarmi per ammirarle. La loro fisicità, infatti, non suggerisce una sosta ma, piuttosto, invita a muoversi per ammirare i due sconosciuti nelle naturalezza dei loro corpi.
Chi sono o meglio chi erano questi due splendidi bronzi? Esisteva un rapporto fra loro? Si conoscevano? Rappresentano il ritratto di due amici o due parenti?
Li guardo e mi chiedo: a quali e quante domande potremo mai dare una risposta? Temo a nessuna; domande inutili poiché non avremo mai una risposta sicura eppure continuiamo a chiederci se dietro quella fissità si nascondono persone realmente esistite o se invece raffigurano corpi ideali ai quali il loro artefice avrà chiesto di rappresentare, ad esempio, due differenti età dell’uomo.
Saranno stati modellati secondo un’idea che apparteneva solo all’artista dunque o ci saranno stati comunque due modelli? E, in tal caso, chi avrà prestato le proprie fattezze posando per ore sotto lo sguardo dell’artista attento a riprodurre quella materia viva per renderla immortale? Perché troppo anatomicamente precise, troppo  realistiche quelle proporzioni e quella muscolatura per dubitare che non rispecchiano il corpo di modelli forse scelti fra quanti, ogni mattina, vagavano nelle vie del porto in cerca di un lavoro.
E allora, se le cose fossero andate proprio così, un pasto assicurato per un discreto numero di giorni spiegherebbe l’espressione dei loro volti. La certezza che, per qualche tempo almeno, la sera non avrebbe aggiunto tristezza e sconforto alla loro fame, si sarà manifestata in quella serenità che ora, dopo secoli, ancora leggiamo nella loro espressione.
Ma l’incertezza fra quello che vediamo e quello che non sapremo mai è troppa. Sono sicuro che i tanti dubbi che affollano la mia mente sono gli stessi che, quasi certamente, migliaia di visitatori si pongono presi dall’emozione una volta giunti davanti alla statica bellezza degli ignoti personaggi.
A nulla sarà valso allora tutto quello che avranno letto prima di intraprendere questo pellegrinaggio che li avrà portati nel Museo calabrese. Un pellegrinaggio di cui avranno sentito la necessità come quando ci rechiamo a visitare lontani parenti finora sconosciuti e dei quali abbiamo solo appreso poche notizie e visto qualche foto.
Qualcuno sarà venuto da paesi troppo lontani, civiltà e culture differenti, per cui ora proverà stupore ma anche, più probabilmente, un certo disagio a contatto con quelle espressioni antiche che i “bronzi” ancora conservano dopo secoli di oblio.
Un lungo intervallo di tempo durante il quale di loro avranno perso la memoria i coetanei, i due probabili modelli e certo anche il loro artefice.
Un tempo durante il quale avranno riposato quasi cullati dalle onde, poggiati sul soffice, sabbioso fondale del mare dove i pesci avranno giocato nascondendosi negli anfratti, in quelle cavità che la cera, una volta sciolta, avrà lasciato all’interno del loro corpo offrendo un riparo sicuro a molluschi e piccoli esseri terrorizzati durante l’infuriare delle tempeste.
Per secoli, flessuose alghe avranno ricoperto la loro nudità della quale erano stati orgogliosi fin da quando il loro artefice l’aveva definita e della quale avranno fatto bella mostra nella bottega dell’artista che, commosso, avrà accarezzato quelle membra rese lucide dopo aver liberato la superficie da ogni impurità.
Muscoli tesi in uno sforzo trattenuto mentre il metallo si solidificava consegnando quei corpi all’eternità. Un’eternità raggiunta dopo un lungo processo i cui tempi saranno stati scanditi da momenti che possiamo solo immaginare: prima nello studio dell’artista che intanto disegnava, studiava particolari anatomici fino a quando, una volta convinto li modellava; poi ancora giorni e giorni nella fonderia dove mani esperte avranno preparato la fornace con il fuoco nel quale sarà stato sciolto il metallo che avrà aderito alle loro fattezze. Ed infine i giorni di attesa prima di poter liberare quei corpi dal bozzolo che li aveva imprigionati.
                                                                                                       (1.continua)