Ecco la terza e ultima puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto, Una notte in corsia. In ospedale, un padre immobile aspetta che il suo bambino si risvegli, dopo un’operazione complicata… E l’amore di un medico veglia su di loro… Ma il tempo è scaduto… La voce metallica di un collega gli dice: Dopo attento riesame dei referti tutti pensano che, forse, occorrerebbe fissare una data oltre la quale decidere di non andare. Ma lui, il professore, non ci sta…
Ordinario di soria dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di un romanzo “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” (edizioni scientifiche italiane). Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio, Quattro camere e servizi, Mai di domenica, Cirù e Ritù.

TERZA E ULTIMA PUNTATA
Nella stanza nessuno tenta di fermare il professore
. Tutti si rendono conto che il dolore del povero uomo ha raggiunto un limite oltre il quale non può più essere contenuto. Un dolore che va condiviso perché vi è una giustizia umana, prima che divina, che va ristabilita.
Solo Anna, che si è avvicinata, con una mano gli stringe  il braccio, decisa, mentre un pianto silenzioso le riga il volto sconvolto da tanto dolore.
– Andiamo professore, venga. Ora la donna parla con tono sicuro; ha capito che qualcuno doveva riprendere il dominio di una situazione che ormai è sfuggita a ogni controllo emotivo. Il professore guarda tutti con uno sguardo triste. Si rende conto di aver esagerato ma non vuole chiedere scusa a nessuno, almeno non ora. Il suo dolore non chiede attenuanti.
Fuori, nel corridoio –Andiamo al bar, dice Anna, prenda qualcosa. Ma anche lei è triste; non è convinta di quella sua proposta; troppe cose sono rimaste inespresse.
– Professore, – io la capisco sa? Sono madre e anche nonna; sapesse quante volte ho pianto ma mai davanti ai colleghi specialmente a quelli più giovani. Loro hanno bisogno del nostro esempio anche se questo, a volte, può sembrare insensibilità.
– Grazie Anna; lo so, non ho saputo trattenermi investendo anche quella povera suorina, mi dispiace, le chiederò scusa.
– Oh! non si preoccupi. Suor Teresa è una religiosa convinta, ma prima di tutto è donna di grande coraggio. Un giorno, se ne avrà voglia, le racconterò la sua storia; povera donna, anche lei deve chiedere a Dio il perché delle sue sofferenze. Ed anch’io sa; ho perso un figlio, appena un ragazzo, distrutto dalla droga. Una dose tagliata male, hanno detto. Tutti gli amici che erano con lui si sono salvati; solo lui c’è rimasto povero figlio. Era il più piccolo, voleva crescere e chissà avrà pensato che imitando gli amici avrebbe fatto più in fretta. Professore, abbiamo tutti un conto in sospeso con Dio; a volte mi chiedo se e quando vorrà renderci giustizia.
– Oh, povera Anna, mi dispiace, non sapevo. Ha ragione, la vita è difficile e io, sempre più spesso, sento di non avere più le forze per andare avanti. Mi creda, sono veramente stanco. Mi sento smarrito. Non trovo alcun ragionamento convincente per  giustificare tante sofferenze. Temo che un giorno crollerò sotto questo peso enorme. Non sono un eroe Anna, e sempre più spesso mi chiedo che scopo abbia ancora la mia vita.
– Professore, per carità, non dica così. Ora è stanco ma non si lasci andare. I pazienti hanno bisogno di persone come lei; l’ospedale ha bisogno di medici come lei. Di medici che non si vergognano di manifestare il proprio dolore e purtroppo medici così io ne vedo sempre meno. Oggi per molti tutto è diventato una routine. E i malati sono soltanto numeri. È così e non possiamo fare niente. Adesso però vada a casa, per favore, e cerchi di riposare.
– Grazie Anna, dice il professore e prima di allontanarsi si china a baciarla sulle guance. Nel corridoio si sentono solo i passi dei due che si allontanano in direzioni diverse. Passando davanti alla cappella, il professore vede la porta aperta e, senza molto riflettere, entra. Si siede; vuole riposare ma non è meno arrabbiato. Vorrebbe imprecare, urlare tutto il suo risentimento. Solo una luce, fioca, illumina sull’altare una statua, ancora più tragica nella sua sgraziata terracotta. I duri lineamenti, privi di ogni ricerca artistica, forse proprio per questo, acuiscono la sofferenza di quel volto. Forse da parte dell’artista non vi è stato nessun tentativo di attutire il dolore rappresentato da quella donna e l’ha voluta così, ferma, bloccata per sempre, nella fissità della sua angoscia che non conosce tregua.
Come posso imprecare, pensa il professore, contro una madre che ha subito il più atroce supplizio possibile: assistere alla morte del figlio! La testimonianza di quello strazio è intollerabile così come intollerabile è l’idea di quella morte che, lentamente, sta chiedendo ad un piccolo essere, senza ancora la consapevolezza della vita, il suo tributo distruggendo ogni sogno, ogni fiducia negli altri, ogni speranza in una vita migliore.
Nel corridoio che ora sta risalendo verso l’uscita, avanza, in gran fretta, una barella. Il suo ruolo allora ha, di nuovo, il sopravvento e il professore chiede agli infermieri che cosa sia successo.
– Andiamo in sala parto, loro dicono. Lui si avvicina alla donna, visibilmente spaventata. È una giovane, quasi una ragazza, con i capelli incollati al viso stravolto per l’evidente travaglio.
– Cosa c’è? Le chiede prendendole la mano.
– Dottore, ho paura, mormora la ragazza senza tentare di nascondere questo suo naturale sentimento.
– È il primo figlio vero? Ma non deve aver paura; è la cosa più naturale e più bella del mondo. Lei nel suo corpo porta la vita e la vita è gioia, non può essere paura. Vada tranquilla, vedrà che poi sarà felice, una felicità che non riuscirà a descrivere nemmeno a se stessa.
– Grazie dottore, mormora la giovane mentre gli infermieri riprendono la loro corsa.
Nell’atrio dell’ospedale, sulla terrazza aperta sul golfo, il professore si ferma guardandosi intorno per poi incamminarsi verso l’uscita. Le prime luci dell’alba già invadono l’ampio arco del cielo. Solo pochi rumori attutiti dal fruscio degli alberi mentre gli uccelli iniziano la loro attività.
I suoi pensieri sono ancora rivolti a quel gracile corpo che sta combattendo una battaglia già persa. Quel povero ragazzino domani, o al massimo fra qualche giorno, nei registri dell’ospedale, sarà solo un numero, uno fra i tanti segnati su una cartella clinica chiusa da un inesorabile verdetto finale, e presto tutti quelli che lo avranno curato, sperando inutilmente di salvarlo, lo dimenticheranno.
Nel silenzio dell’alba il dottore cammina solo, con questa angoscia alla quale sa che non c’è rimedio. Altre povere creature prenderanno il posto che, con il tempo, il povero cucciolo, venuto a morire in una città che ha conosciuto poco e che, forse, gli avrà mostrato solo ostilità, avrà lasciato libero nel suo cuore. Domani riprenderà il suo lavoro, come sempre. Dovrà solo imparare a spingere, più in fondo, in un angolo buio del suo animo, tutto questo dolore.
(3.fine)

 

Alla memoria del piccolo Aylan vittima innocente del nostro cinismo

 

SECONDA PUNTATA
Fuori, sul corridoio, hanno acceso le luci della notte.
Passano davanti alla sala rianimazione e Anna, intuendo il suo pensiero, si ferma.
Nell’anticamera del reparto indossano le tute che consentono di accedere all’interno della camera sterile.
Una luce soffusa illumina l’ambiente dove si sente solo il continuo ronzio delle macchine. Il piccolo giace immobile; un corpo, appena un rialzo sotto un lenzuolo. Un corpo che sembra non avere più alcun volume. Un corpo, il cui volto è trasformato in maniera oscena, dalle protesi che lo alimentano mentre innumerevoli fili lo collegano ai monitor sui quali segnali luminosi rivelano il pieno funzionamento di strumenti che dispensano una parodia di vita, l’illusione di una esistenza alla quale non c’è alcun segnale di partecipazione da parte del paziente. Il professore guarda gli apparecchi; poi si avvicina al viso del ragazzino sfiorandolo appena, senza toccarlo, con una mano.
– Professore. La voce di un collega che lo ha raggiunto lo scuote.
– Volevo dirle che oggi c’è stato un ulteriore consulto. Poi tace; sa che quello che deve aggiungere non è facile. Non c’è abitudine possibile per accettare certe decisioni.
– Dopo attento riesame dei referti tutti pensano che forse, occorrerebbe fissare una data oltre la quale decidere di non andare.
È un giro di parole per una realtà crudele nella sua verità scientifica. Una realtà che il professore ben conosce ma che non è ancora pronto ad accettare. Non parla. Poco dopo il giovane collega riprende: -Professore, dice, lei è il responsabile della struttura, lo sa, per poter procedere occorre la sua firma.
No! No! Non potete chiedermi questo, ora urla il professore visibilmente sconvolto. Non potete chiederlo. Noi dobbiamo dare la vita, non toglierla.
– Ma professore, riprende il giovane collega, lei lo sa, qui ormai non c’è più vita.
– Bene, lei ha ragione. Allora, riprende nel suo tono disperato, inventassero una macchina che stabilisce tutto da sola: quando inviare medicinali, e anche i tempi, in modo da decidere quando fermarsi e tagliare questa ridicola parvenza di esistenza. Non chiedetelo a me.
– Professore, ora interviene Anna che non nasconde, anche lei, il suo dolore. Si calmi, la prego; ora andiamo fuori; venga con me.
– Oh! Anna, anche lei, per favore non mi tratti da vecchio rincoglionito. Conosco il mio dovere ma non potete impedirmi di manifestare il mio dolore; sono un uomo io, non una macchina.
Professore, interviene una suora entrata attirata dalle urla, vuole unirsi a noi nella preghiera per questa creatura? È un angelo in più per il Paradiso.
– Anche lei? Pregare dice; pregare chi? Quale Dio vogliamo chiamare a testimone di questo misfatto. Sì, perché questo è un peccato, la morte di questo ragazzino, di questo innocente è un peccato di cui nessuno renderà giustizia, nemmeno il suo Dio.
– Ma professore, cosa dice? Lei è sconvolto.
– Sì, sono sconvolto, è vero. Ma mi dica, lei che è così sicura del suo Dio; mi dica dov’era Dio quando questa creatura ha rischiato di morire in mare mentre assisteva impotente alla morte di tanti altri poveri disgraziati compresa la sorella e la madre? Mi dica dov’era? Quale peccato può aver commesso nella sua giovane esistenza? Non erano sufficienti le sue sofferenze? Mi dica dov’è ora? Io non lo vedo qui, con noi; perché non viene? Qui? Ora? Ora che questa creatura ha bisogno di lui? Ora che gli togliamo la vita, se si può chiamare ancora vita questa misera farsa. Questa creatura, lo sa il suo Dio, non ha mai visto un giorno, che dico un giorno, forse un’ora di felicità. Lei che parla con il suo Dio, ha mai visto un sorriso su questo viso, mi dica, lo ha mai visto? E per favore non mi venga a dire che non possiamo sapere i disegni segreti di Dio. Quali disegni? Ed a scapito di chi? Un angelo, lei dice; ma mi dica la verità: è convinta di questo? Lo ha forse chiesto Dio a questo innocente, a questa povera creatura se era contento di diventare un angelo?
Nella stanza nessuno tenta di fermare il professore. Tutti si rendono conto che il dolore del povero uomo ha raggiunto un limite oltre il quale non può più essere contenuto. Un dolore che va condiviso perché vi è una giustizia umana, prima che divina, che va ristabilita.
                                                                                                           (2.continua)

PRIMA PUNTATA
Professore, ma lei è ancora qui? Cosa fa a quest’ora? Non è ancora andato via? Non si ricorda? Questa notte è di turno il dottor Perrotta.
– Sì, Anna, ha ragione; ora vado, ma volevo prima sapere come sta un mio paziente. È in camera di rianimazione.
– Sì, ho capito. Lei si riferisce a quel ragazzino che abbiamo già operato ancora una volta l’altra settimana. Professore, le devo confessare che anche io sono preoccupata; non sono affatto tranquilla. Credo che sia stato tutto inutile; ma purtroppo dobbiamo continuare anche se ho l’impressione che anche la famiglia si sia rassegnata.
– La famiglia! Anna questo piccolo ha solo il padre, lei lo sa?
– Sì, professore; è da giorni seduto nell’atrio; ogni tanto qualcuno gli porta un panino, un caffè; povero uomo; questo figlio è tutto quello che gli resta. Sperava di portare la sua famiglia a vivere meglio e invece…Dobbiamo accettare la realtà; che altro potevamo fare?  Abbiamo fatto tutto quanto era in nostro potere.
No Anna, la prego; non voglio sentire queste parole. Dobbiamo lottare ancora anche se, a volte, la disperazione ci assale e non troviamo la forza per continuare il nostro lavoro.
– Professore, mi permetta. Sono in servizio da tanti anni; e posso dirglielo. Un dottore non può addossarsi il dolore dei propri pazienti; e lei è troppo sensibile.
– Anna, lei ha ragione; ha detto una cosa giusta: un dottore non dovrebbe avere sentimenti. Ma si rende conto che è una cosa terribile? Come si fa? Come si fa quando assisti a sofferenze alle quali non riusciamo a dare una tregua; quando vedi che la morte si prende gioco dei tuoi sforzi incurante del dolore; mi dica, Anna lei come è riuscita ad abituarsi a tutto questo?
– Non ho detto che ci sono riuscita; non sempre riesco a nascondere il mio dolore e le confesso che molto spesso ho anche pianto; ma noi non possiamo, non dobbiamo cedere; e non soltanto perché è il nostro lavoro ma perché gli ammalati devono, sempre, vedere sui nostri volti la speranza, la certezza della loro guarigione. Vedrà, con il tempo anche lei imparerà ad indossare questa maschera lasciando, solo per lei, tutte le sofferenze alle quali assistiamo.
– Sì Anna. Ha ragione; mi scusi. Mi sono lasciato prendere dallo sconforto; quel povero ragazzino mi ha colpito troppo. Non bastava la miseria della sua terra, la morte della madre e della sorellina in mare, durante la terribile traversata durata giorni senza acqua né cibo, l’incertezza giuridica delle nostre leggi, la paura per il proprio domani; che cosa, mi chiedo, doveva ancora scontare questa creatura perché una malattia così devastante ne minasse l’organismo già tanto provato.
Vede Anna, non amo parlare del mio passato ma deve sapere che, giovane laureato, sono stato parecchio tempo, come volontario, in un ospedale francese, nel reparto di oncologia infantile. Anna, le sofferenze che ho visto sono state troppe. Bambini ai quali veniva tolta la vita prima ancora di averne potuto comprendere il significato. Bambini che ti guardavano senza saper esprimere il loro sgomento; bambini che dovevano, ogni giorno, combattere contro qualcosa che non capivano. Visi che non hanno mai conosciuto il piacere di un sorriso. Oh! Anna. Sapesse quante volte ho pensato di mollare tutto avendo perso fiducia nel nostro lavoro; fiducia nella scienza. Durante quel periodo ho dubitato di tutte le mie certezze che credevo aver acquisite per sempre con lo studio.
In quei terribili momenti ho anche rinnegato Dio anzi no, l’ho rifiutato, sapesse quante volte, non mi vergogno a dirlo, l’ho bestemmiato, a volte l’ho affrontato sfidandolo in una battaglia impari; ma non mi chieda perché, ho sempre avuto l’impressione che evitasse di scendere a patti con me. Come può restare insensibile a tanto dolore? Perché, mi chiedevo, non ha compassione per questi poveri piccoli?
Allora l’unico scopo della mia vita è diventato stare vicino ai miei pazienti sempre, notte e giorno. Sì Anna, i miei malati erano tutti i figli che non ho avuto. Anche mia moglie si è stancata della nostra vita ed è andata via.
– Oh! mi dispiace.
– Non lo sapeva?
Sì forse c’erano altre incomprensioni ma il mio lavoro non ci ha aiutati a ritrovare un equilibrio. Pazienza.
Ma io ero preso dalle mie giornate in ospedale. A volte ero disperato e quando era chiaro che le cure –sa in quegli anni molte terapie erano ancora sperimentali ed i fallimenti erano troppi rispetto ai pochi successi- non avrebbero dato il risultato sperato io allora, inventavo, ogni giorno, qualcosa di nuovo per alleviare le sofferenze dei bambini. Abbiamo fatto scuola e teatro in corsia; si ricorda quel film americano con quel dottore che tutti ritenevano matto? Ecco noi credo che abbiamo iniziato prima di lui una terapia che non prevedesse solamente le medicine ma anche una volontà di vita che volevamo trasmettere ai piccoli pazienti. E quando li vedevo sorridere oh! Anna sapesse che gioia.
Ma in ospedale era una battaglia continua; sa, non tutti i medici vedevano di buon occhio queste interferenze. Cercavo di spiegare che, in questo modo, facevamo entrare la vita in un luogo che, troppo spesso, la vita, quella dei miei piccoli, non riusciva a salvarla. Nel mio reparto era facile sentire cantare ma il sorriso dei bambini che sapevamo destinati a morire era un breve ed illusorio conforto. La nostra recita, spesso, risultava troppo dolorosa. Non potevo dirmi contento. Eppure avrei continuato; Quella era la vita che avevo scelto capisce? Poi la vecchiaia dei miei genitori mi ha costretto a rientrare.
Non mi vergogno Anna; a lei posso dirlo. Conservo i disegni che gli animatori facevano realizzare ai bambini. Molti, direi quasi tutti, rappresentavano il loro volto piccolo piccolo ed il mio enorme. Mi vedevano come il loro difensore contro un nemico che ignoravano e che, purtroppo, spesso ignoravamo anche noi medici. Scusi Anna le faccio perdere tempo; lei, immagino, deve andare in corsia.
– Non si preoccupi, c’è già la collega; mi ha fatto piacere parlare con lei professore. Ora venga via anche lei. Deve riposare.
                                                                                                           (1.continua)