Dal diario di Al Moore

A prima vista sembrava l’isola di Oahn, nelle Hawaii. Contemplavo quella spiaggia immensa lambita dal mare cristallino e, all’infrangersi delle onde sugli scogli, recuperavo gradualmente il controllo dei nervi, messi a dura prova dall’atterraggio fortuito col mio jet privato.
Con quello stesso aereo avevo sorvolato durante l’estate precedente il Pacifico e su quell’isolotto a forma di testa di elefante avevo vissuto una parentesi da sogno, sedotto dallo spettacolo degli arcobaleni e dal profumo degli ibiscus.
Solo in un secondo tempo notai che non poteva trattarsi dello stesso luogo. Consultando una cartina geografica che avevo portato con me nello zaino insieme al kit di pronto soccorso e ad un piccolo quantitativo di eroina realizzai di essere sprofondato in un incubo che aveva il sapore della beffa.
Proprio io, abituato al caos della metropoli,a una professione lucrosa quanto monotona (i miei clienti, per lo più donne, mi assediavano per continui ritocchi a labbra e glutei) ero naufragato in un luogo sconosciuto quanto disabitato.
Quando anche l’ultima briciola di speranza mi stava abbandonando, mi accorsi che qualcuno, seminascosto dietro le palme di cocco, mi teneva d’occhio. Finalmente la vidi un vago sorriso le illuminava il viso dai tratti minuti, incorniciato da folti capelli scuri.
Incrociai il suo sguardo a lungo mentre con una mano accennavo a un timido saluto.
– Salve, mi chiamo Al. Devo aver sbagliato rotta.

Nina, cos si chiamava la creatura che mi stava di fronte, continuò a sorridermi come se fossi l’essere più buffo di questo mondo o forse il primo che vedeva dopo tanto tempo.
Restai ad ammirarla incantatoprima di tirare la cuoia, suo padre, un vulcanologo di origini europee accoppiatosi con un’indigena, doveva aver fatto del suo meglio per lasciare ad un improbabile visitatore un bel ricordo di questo paradiso incontaminato. S, perch con il gonnellino di paglia e il fiore giallo nei capelli, Nina era di una bellezza cos folgorante da rendere sbiadite persino le viziate attricette che ero solito rimodellare ogni giorno.
Non vi sorprendete, allora, se mi invaghii di lei a tal punto da dimenticarmi che sull’isola c’ero capitato per una bizza del motore e non di mia volont .
Senza accorgermene,mi adattai alla piacevole monotonia di quei giorni, libero dall’assillo dell’orologio, divenuto un inutile cimelio di un mondo che mi ero lasciato alle spalle. Per quanto, novello Robinson, avrei resistito al richiamo della civilt ?

Tutto cominciò con un violento temporale che invest l’isola per due giorni. Fummo costretti a ripararci e a limitare le nostre escursioni. L’abituale riserva di caccia, molluschi, pesci e qualche gabbiano, si era come volatilizzata e, in ogni caso, non potevamo allontanarci troppo dalla capanna in cui c’eravamo riparati. Ripiegammo sulle alghe o sulle piante che all’apparenza potevano sembrarci più commestibili riuscendo a stento a placare lo stimolo della fame. Quelle erbacce infette furono la causa dell’insidiosa febbre che colp Nina la notte.
Al calare degli alisei, la vidi smagrita e senza forze trascinarsi fuori dalla capanna per sdraiarsi al sole. La sfumatura rosea era scomparsa dalle guance tonde, rese scavate dal travaglio notturno.
Alquanto turbato,ripensai a una macabra leggenda circolante sull’isola. Ve la racconterò come mi è stata narrata dalla stessa Nina.
In un regno che non aveva mai conosciuto la luce del sole n l’azzurro del cielo una fanciulla viveva nell’attesa di essere liberata dall’incantesimo che l’aveva colpita.
Il suo volto diafano, impreziosito da malinconici occhi verdi, fece innamorare un re di passaggio in quel luogo di tenebra. Il giorno seguente, l’uomo part con la promessa di inviare al suo ritorno un messaggero per condurla con s a corte. E cos avvenne un cavaliere si recò a prendere la fanciulla, addentrandosi nella fitta boscaglia in cui molti si erano persi.
Vennero celebrate le nozze la sposa, agghindata con lunghe vesti viola, indossava un maschera che le copriva interamente il volto. Al mattino il re fece una scoperta raccapricciante distesa sul letto al suo fianco non giaceva l’amata ma una donna senza et  dal viso simile ad un teschio e dalle mani grinzose come degli artigli. Con orrore il re comprese a chi appartenevano quelle orrende sembianze. La sua piet  si trasformò allora in odio ordinò che la consorte venisse condotta in esilio in una fortezza, inaccessibile dalla terraferma se non via mare, e si rifiutò di riconoscere l’eventuale discendente, minacciando di ucciderlo qualora avesse rivendicato i diritti al trono.
Sin dal principio, nell’apprendere la storia, avvertii una sgradevole sensazione di precariet . Al presupposto che la bellezza fosse qualcosa di temporaneo mi ci ero abituato da un pezzo e, in caso contrario, non avrei potuto conquistare fama e ricchezza. Tuttavia, non riuscivo ad accettare l’idea che            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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Fu cos che decisi di amputarmi il piede sinistroper placare il dolore mi servii della scorta di ero che, bench destinata ad altri scopi, si rivelò davvero provvidenziale. Lo confesso, mi sento un po’ ridicolo a trascinare il moncherino eppure, nel vedere Nina nutrirsi con soddisfazione, mi convinco di aver fatto la cosa giusta. Il vento, per fortuna, sta calando e domani ritorner  il sereno. La nostra esistenza sar  quella di prima, scandita dai ritmi della natura, gli unici a misura d’uomo. questa la vita che ho sempre desiderato, peccato averlo capito alla soglia dei cinquanta anni.
Dalla testimonianza del marinaio Sam Jones, approdato sull’isola X, tre mesi dopo il naufragio di Moore.

Erano le 16.05 quando misi piede sull’isola. Scesi dalla barca e feci un giro rapido per dare un’occhiata. Sulla sabbia c’era una camicia strappata, più in l , in una capanna, trovai un giaciglio disfatto, segno che qualcuno ci aveva dormito prima del mio arrivo. Seguendo delle tracce sparse scovai una ragazza sulla ventina nonostante la pancia di chi è ai primi mesi era un bel vedere, ma riuscire a tirarle qualche parola di bocca fu un’impresa, ve lo assicuro. Non era una gran chiacchierona e quando le chiesi notizie del suo uomo non mi rispose nemmeno.
Della ragazza sono riuscito a sapere il nome Nina. Facile da ricordare, no? Quando sal a bordo non aveva alcun bagaglio, eccetto una di quelle confezioni per le emergenze che si vendono in farmacia.
Vicino alla riva trovai delle lamiere distrutte e bruciacchiate, resti di quello che era stato un elicottero. Può darsi che l’uomo fosse uno di quei pazzoidi muniti di brevetto che si credono i padroni del cielo. A dire il vero, lo chiesi alla ragazza che, ancora in preda allo shock, mi diede una risposta balorda – Al è dentro di me. piagnucolava e intanto si leccava le labbra – Buono fino all’ultimo. –
Nel complesso la faccenda mi è parsa abbastanza misteriosa. Un dubbio mi frulla spesso in testa – Ma dove è finito Al?

*Monica Florio, napoletana, è Press Office/Communication & PR Manager. Giornalista pubblicista, collabora con quotidiani
e periodici. Ha pubblicato il saggio “Il guappo nella storia, nell’arte, nel costume” (Kairòs Edizioni, 2004).Suoi racconti sono apparsi in diverse antologie