Seconda parte

La seconda casa. Per i più fortunati che hanno potuto consentirsela o i più velleitari, adusi al vivere avventurosamente sopra le righe, la seconda casa è quella dello spostamento, della partenza, del viaggiare, quella presa con la scusa della necessit  di garantire ai bambini i benefici prolungati dell’effetto salsoiodico del mare a portata di mano. O a quelli tonici e fortificanti della montagna.un po’ come per il trenino, che da acquisto per il figlio diviene il passatempo preferito del pap . Quale che sia la location, la seconda casa è luogo di scambio di energia e di incontri, rappresenta il desiderio di agire fuori, oltre le barriere, di arricchire i propri rapporti umani, staccare dal ritmo quotidiano dell’attivit  produttiva, ricercare nuovi stimoli, ai laghi, ai monti al mare, non importa dove.
Tutti contenti? Solo per un pugno di anni. I figli divenuti adolescenti cominciano a contestare la solita casa che d  sul solito mare (foto), in cui si bagna la solita gente. Reclamano a viva voce il diritto di scegliere liberamente i luoghi di vacanza e gli amici. La mamma, a meno che non sia affrancata da un adeguato servizio domestico, si accorge, dopo l’entusiasmo dei primi anni, che del suo sfacchinare cambia lo sfondo, restando immutata la sostanza. Ora rimpiange la scelta fatta anni addietro, quando tra l’alternativa di una casetta propria che-magari-se-la-trovano-anche-i- ragazzi non ha optato per venti stupendi e oziosi giorni, da spendere ogni anno in un luogo diverso. Pensione completa, servizio lavanderia incluso.

Poi la diaspora dei figli, gli ambienti da loro tanto strenuamente voluti desolatamente vuoti.
Nella prima e nella seconda casa, le spoglie della loro presenza nell’inanimata congerie di abiti smessi, giochi desueti e cose, ostinatamente conservati intatti dalla affettivit  materna, pateticamente aggrappata alla valenza fantasmatica degli oggetti, evocative di care presenze assenti.

Infine la terza casa.
Il luogo del ripiego, il luogo dove arriviamo portandoci dietro tutto quello che è esistito, prima come memoria del vissuto e di noi stessi e, nel migliore dei casi, assieme al rimpianto di tutto il non fatto, la ferma intenzione di voler ancora fare. Spazi più contenuti e progetti più grandi e un po’ edonistici, coltivati in segreto, per vivere al meglio i reminds, quel che resta del giorno’,una volta affrancati dalla responsabilit  di traghettare i figli nella vita adulta e garantire loro, se non il futuro, almeno gli strumenti per affrontarlo.
la casa del ripiego del downsizing, del ridimensionamento. Giunti alla terza et  e oltre, si procede all’insegna del prosciugamento, della sottrazione. Ambienti ridotti di numero e di spazio, a misura del minore raggio di azione dei movimenti, qualche accessorio più comodo per l’angolo degli ozi e della lettura; meno pranzi faticosi e più cene fuori. Gli spazi finalmente progettati non solo per rispondere alle funzioni, ma anche alle emozioni. Partendo dalla constatazione che i vecchi-giovani d’oggi, o se si preferisce i giovani-vecchi, sono affamati di vita come mai prima era accaduto.
L’Italia è il secondo paese più longevo al mondo, dopo il Giappone. L il segreto della lunga vita è forse custodito nell’ampio spazio che l’alimentazione riserva all’uso del pesce. Qui da noi nella ricerca insistita della comodit , una volta tramontata la stagione dulcamara degli amori; la comodit  che può darti una casa meno grande ma più gestibile, meno panoramica ma più centrale, tale da rende l’uso dell’auto un optional. Una casa meno elegante ma più funzionale, dove i pensili siano più alla portata di un ridotto allungamento di braccia e la vasca meno hollywoodiana, ma resa più accessibile da una apertura di sportello che ti consente di prolungare negli anni la volutt  della immersione.

PRIMA PARTE

La casa è riparo, guscio protettivo, diaframma da opporre al disordine del mondo, calore, contenitore di sentimenti, specchio dell’anima di chi la abita. Prima ancora che elegante, la si vorrebbe solida, forte, stabile, sicura. A queste caratteristiche, tuttavia, si accompagna la rigidit , per altri versi inconciliabile con ilfluire ininterrotto delle nostre sempre mutevoli esigenze di vita. In allegra e spensierata contraddizione con noi stessi, non esitiamo a desiderare anche il valore aggiunto della flessibilit  sarebbe l’ideale, se potesse anche allungarsi o accorciarsi, allargarsi e restringersi.
nel corso naturale delle cose il taglio del cordone ombelicale con la famiglia di origine, anche se di questi tempi si fa sempre più raro e in ritardo, non più solo peril mammismo ancora imperante nel nostro profondo Sud, ma anche e soprattutto per la crisi che da anni ci ha investito e ci accompagna tuttora,con il suo tragico corollario di disoccupazione giovanile e il protrarsi forzato dell’adolescenza oltre il trentesimo anno. Il segno tangibile             6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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E, anche quando si manifesta, l’esigenza di andare a vivere da soli si traduce in possibilit  concreta solo se ci si rassegna a spostarsi in periferia o nell’abitare case scomode e non riattate dei centri storici; o ancora se la coppia si accontentarsi di un numero sempre più striminzito di metri quadri e il singolo di sistemarsi in spazio ampio poco più di un loculo. Questa condizione che da congiunturale si è fatta strutturale, ha finito per scatenare un effettodomino nell’ambito dell’industria del mobile e dell’arredamento miniaturizzazione degli arredi con funzione multiuso e acrobazie degli interior designer nel creare soluzioni per camere sempre più piccole e affollate. Lontani i tempi in cui i parvenu, vittime dell’horror vacui , affollavano di preziose inutilit  gli ampi spazi che avevano a disposizione.
Il ricordo vola verso tempi dai colori più vividi, quelli della prima e della seconda casa.
La prima casa.quella del mettere su casa’, quella del progetto che avviamo quando lasciamo la casa di origine e ci accingiamo a dare all’ingresso nella vita adulta anche una collocazione spaziale, non ultimo per il bisogno di negare i modi e degli stili della famiglia parentale. Un modo estrinseco e tremendamente più facile di trovare sul piano della esteriorit  la differenziazione dall’imprinting genitoriale e dai modelli paterni e materni di comportamento e pur tuttavia necessario per il consolidamento della personalit  Prima di muovere il grande passo, viviamo la parentesi felice dell’immaginazione spazi ariosi e luminosi, buona esposizione, camere con vista, dovizia di accessori, combinazioni di arredamento perfettamente armonizzate dai pavimenti ai tendaggi. Nell’immaginario sentiamo che quella casa è per sempre, è il segno materico, terragno della nostra appartenenza alla realt . Poi, nel concreto, il piccolo nido d’amore, all’insegna del parva sed apta mihi, piccola ma adatta a me.

Poi il matrimonio o la convivenza, i figli…
gli spazi che divengono inevitabilmente angusti il letto a castello, il divano o la poltrona che si fanno letto; il guardaroba piegato che si fa angolare, l’ambiente pranzoridotto da camera ad un angolo del salotto tavolo e sedie la servante nel migliore dei casi. E quando la casa, piena come un uovo, è in procinto di scoppiare, il trasloco diviene una “indifferibile” necessit , per l’unico bagno che ospita inadeguatamente le urgenze colitiche del padre, il rituale interminabile del trucco della componente femminile della famiglia, l’insufficienza dell’ unica scarpiera e la presenza della scarpiera che lo rende più angusto; per gli armadi stracolmi, sopraffatti dalla compulsivit  degli acquisti fatti un po’ da tutti ,fatta eccezione per l’angustiato e rassegnato capofamiglia monoreddito; per la microconflittualit  dei figli, ciascuno dei quali aspirerebbe a una camera tutta per s. La casa, troppo affollata di persone e cose, diventa piena come un uovo.
La casa più grande si configura ottimisticamente come la soluzione di tutti i problemi, la condizione della pacificazione familiare. E invece no. La scelta, onerosa per la tasca e sofferta per gli abitudinari, si rivela avara di risultati, regala solo un pugno di anni di tranquillit , inframezzata da manutenzione ordinaria e straordinaria, ritocchi, spostamenti, ambienti cui viene cambiata la destinazione d’uso. Non esiste una casa «finita», perch grandi o piccoli che siano, i lavori in corso sono pressoch perenni. Viviamo nella costante sensazione di vivere in un luogo inadeguato. Ancora una volta ci vengono in soccorso le infinite risorse autoconsolatorie della saggezza popolare napoletana, sempre condite con un pizzico di superstizione guai a finire una casa, sarebbe la morte. Anzi è buona norma scaramantica lasciare qualcosa di incompiuto, quand’anche in presenza di copertura economica. Il non finito come scongiuro, augurio di lunga vita. Nei casi estremi, l’acquisto di un contenitore’ più adeguato, pagato a caro prezzo con un mutuo-per-la-vita-a-tasso-variabile e, anche stavolta, non del tutto ultimato.

marted 3 marzo 2015