Cara incomparabile citt ,

sono passati ben oltre due secoli da quando ti ho vista e subito amata. Spesso mi sussurravo che dovevo scriverti per confessarti i miei sentimenti più profondi., ma non trovavo mai il momento adatto a rivelarti la mia sconfinata ammirazione. Qui, nel mare dell’eternit , i ritmi umani sono annullati nella saggezza di una riflessione infinita. Perciò, forse, mi concedevo ogni giorno altro tempo, cercando di trovare le parole giuste a esprimere un amore vero. Sono certo che adesso starai pensando “Ma come? Proprio lui, Goethe, genio della poesia, sicuro di se stesso, politico altolocato oltre che letterato, scienziato e filosofo, adorato dalla fortuna, celebrato dall’umanit , conteso dalle donne anche per quei suoi occhi neri bellissimi, cos italiani, malgrado la nascita tedesca, si è lasciato sopraffare dalla timidezza?”.
No, non mi sono fatto intimorire dall’intensit  della passione. Ambivo, piuttosto, a cercare tono efficaci contro chi usava in maniera impropria i miei pensieri. Spesso mi sentivo citare quando si parlava di te Pure Goethe considerava Napoli invivibile… Un paradiso abitato da diavoli….”. E ogni volta che mi giungeva l’eco di questa fraintendimento, mi assaliva una rabbia tale da spingermi a invettive che preferivo evitare perch io ho sempre inseguito la bellezza. Adesso, però, mi sento pronto a renderti giustizia, sgombrando dalle menzogne i sentieri della Storia. E Storia è la mia fuga in Italia.
La vita da pluriministro a Weimar accanto al granduca Carlo Augusto (un caro amico) cominciava a soffocare il mio spirito libero. Sognavo tanto l’Italia da arrivarci quasi clandestinamente, nascondendo la mia partenza anche alle persone più vicine. Correva l’anno 1786.
L’ Italia mi era familiare sin dall’infanzia. Pap  Caspar, esigente e pedante, s’illuminava di felicit  quando parlava del suo viaggio a Sud e ne insegnò la lingua a mia sorella Cornelia . Io ascoltavo in disparte, imparandola quasi senza accorgermene. L’Italia diventò simbolo di liberazione e gioia. Quando ci misi piede, le mie aspettative non andarono deluse. Gi  toccando il lago di Garda m’invase un incredibile senso di leggerezza. Poi Padova, Venezia, Bologna. E Roma . Qui ho vissuto il periodo più esaltante della mia esistenza terrena. che non mi ha impedito di scendere nel tuo Regno. Rammento cosa ho annotato sulle mie pagine di diario non appena mi sono avvicinato alla tua magnificenza “Napoli è un paradiso, ciascuno ci vive in un inebriato oblio di se stesso”. Sonora, colorata, teatrale si è manifestata al mio sguardo la scena quotidiana del tuo popolo che si muoveva tra bassi e vicoli, scalinatelle e chiese. Mai ho assecondato quella vile letteratura che voleva i tuoi figli pigri e sfaticati i napoletani lavorano come nessun altra popolazione al mondo ma contemporaneamente sono capaci di godersi lo scorrere dei giorni, non si accontentano, come quelli del Nord, di vivere. Abili, invece, a trasformare ciascun istante in una festa, persino la sepoltura di un bambino. Credo che non sarebbero cos se non si sentissero incastrati tra Dio e Satana che ha il volto del Vesuvio. Prima di andarmene, l’ultimo saluto lo affidai al tuo demonico vulcano. Dalla finestra della reggia di Capodimonte, ospite della duchessa Giuliana Di Giovane, ne contemplai l’eruzione, assistendo a ciò che nella vita si vede una volta sola.
Mia amata citt , non ti ho mai dimenticata. Noi due ci somigliamo tu sei paradisiaca sul fuoco di un cratere che sonnecchia. Io sono stato effigiato (da vecchio) sereno come Giove olimpico, placato come un mediterraneo cielo d’estate. In realt  dentro di me non si è mai spenta quella fiamma amorosa che incendiò il petto del giovane Werther . Tuttavia, ho imparato a domarla… A te affido il mio segreto.

Tuo devoto
Volfango Goethe
Dal Reame degli immortali, 29 settembre 2008

In alto, Goethe