Mi aggiravo in una citt  che non riconoscevo più.

Tra insegne cadenti, rifiuti in decomposizione e manifesti strappati, Napoli era l’immagine sbiadita del luogo in cui avevo abitato per anni prima di trovare lavoro a Roma.

E a Napoli ero ritornato durante l’esodo, indifferente alla fuga di massa avvenuta davanti ai miei occhi.

Solo, in una citt  abbandonata da tutti, persino da coloro che ne avevano sfruttato ogni possibile risorsa, ripercorrevo le strade della mia giovinezza con ben altro spirito nella speranza di imbattermi in qualche povero illuso incapace di mettere radici altrove.

Nulla.

Durante il mio girovagare disordinato non notai anima viva.

Ai cani, mollati senza troppe remore dai padroni fuggiti all’estero, mi ero ormai abituato. Bastava non dare loro confidenza e rigare diritto senza guardarli troppo negli occhi; s, perch alcuni di quei randagi, dietro l’aspetto remissivo, nascondevano mille insidie, peggio degli uomini alla
cui crudelt  ero ormai avvezzo ma sapevo difendermi.

In passato, all’innocenza degli animali avevo creduto quasi come a quella dei bambini ma, dopo la morte di Gius, non la
pensavo allo stesso modo.

N mi aspettavo solidariet  dai pochi rimasti che, invece di unire le forze, badavano a se stessi e spesso si vendicavano delle ingiustizie subite appropriandosi di ciò che fino a quel momento non si erano potuti permettere capi firmati, orologi, costosi accessori.

Li avevo visti avanzare in piccoli gruppi, spartirsi la roba o barattarla ignobilmente come al mercato. Una volta, adocchiato un vecchio sul punto di tirare le cuoia, lo avevano denudato di tutto, anche degli occhiali. La coppola, in uno slancio di generosit , me l’aveva offerta una ragazza dalla corporatura massiccia e il volto butterato.

Subito la sua immagine si era sovrapposta a quella del gatto soriano dalla coda mozzata, compagno di giochi della mia infanzia.

Non ero stato più capace di accarezzarlo dal giorno in cui mi aveva portato, nel tentativo maldestro di ringraziarmi, un grosso topo catturato in giardino.

Da allora mi limitavo a fargli trovare il cibo nella ciotola ma, non appena lo vedevo correre verso di me, gli chiudevo la porta in faccia.

Continuavo ad avanzare, turbato dal desolante spettacolo dei negozi saccheggiati che erano stati il vanto del mio quartiere, il Vomero.

All’improvviso me lo vidi comparire davanti.

Camminava spedito, con le mani penzoloni sui fianchi e sul volto la paura di chi è stato abbandonato.

Per una frazione di secondo non ci scontrammo.

Matteo non somigliava affatto a Gius ma mi piacque lo stesso.

– Scusa… – balbettò incerto.

– Dove sei diretto? gli chiesi a bruciapelo.

Mi rispose con un’eloquente alzata di spalle. Probabilmente non lo sapeva neppure lui.

Ci incamminammo in silenzio, fianco a fianco, lasciandoci il Vomero alle spalle. Superammo Piazza Medaglie d’Oro e ci inoltrammo in via Orsi.

Ovunque regnava lo stesso sfacelo. Come un assassino ero tornato sul luogo del delitto e di nuovo avvertivo quel senso di impotenza ormai familiare che mi spingeva a chiedermi a cosa servisse la mia presenza in quel luogo dimenticato da Dio. Fu Matteo a ricordarmelo.

– Senza te mi sentirei solo.
Lo sfiorai leggermente in segno d’affetto.

E fu la volta del nostro primo incontro.
Un anziano, troppo vestito per una giornata cos calda, si accostò a Matteo per chiedergli un sorso d’acqua.

Istintivamente il bambino si girò verso di me e mi domandò se ne avessi.

– Non prendermi in giro, ragazzino. Sono zoppo ma ci vedo benissimo.

Matteo mi guardò intensamente in una muta richiesta d’aiuto.

– D qualcosa. – mi supplicò.

– Smettila, ho detto. Non sono ancora impazzito.

Con tristezza vidi Matteo reclinare il capo rassegnato, come chi è abituato a non essere preso sul serio.

– Dunque non vuoi aiutarmi. Del resto non ne ho per molto, è questo che stai pensando?

Indifferente alle invettive dell’uomo, Matteo lo sorpassò e, per il resto del cammino, si comportò come se anch’io non ci fossi.

Ma lui, a differenza del vecchio, poteva vedermi.

Gi  cominciavo a sentirmi in colpa. Come se anche stavolta dovessi fallire, quasi il destino di una persona fosse il replicare le azioni passate, persino gli errori.

Giunto nei pressi dell’Arenella, Matteo aveva ripreso a parlarmi.

– Devo farti vedere una cosa.

Una profonda agitazione era impressa sul viso fattosi serio.

Attraversò via Piscicelli e si fermò davanti ad un garage in disuso che, tempo addietro, ospitava una lavanderia ed un laboratorio fotografico.

– Aspettami qui. Torno subito.

Vidi la sua sagoma allontanarsi fino a scomparire. Nonostante la curiosit  rimasi ad attenderlo come mi aveva chiesto.

Una ventina di minuti dopo ricomparve con un colombo dall’ala spezzata tra le braccia. Gli aveva lavato la ferita ed intendeva portarlo via con s perch senza cure sarebbe morto.

Brandelli di memoria riemersero, mostrandomi l’immagine di             6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7eEèHlèNO» OJe
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Intanto, seduta sui gradini di una chiesa, una donna pregava. Senza aspettare il nostro invito si un a noi.

Ci accampammo nei giardinetti di via Ruoppolo. Mi imposi di fare la guardia mentre Matteo riposava con la testa poggiata sulla spalla della forestiera.

Senza accorgermene, mi appisolai alle prime ore del mattino.

Fu l’odore di carne bruciata a svegliarmi.

Esther stava mangiando gli ultimi resti del suo pasto attorno ad un fuoco.

– Ci sono dei biscotti al formaggio se li vuoi. lanciò un pacchetto di TUC a Matteo che si era appena destato.

Mi alzai in piedi e mi diressi verso il tratto di terreno dove la nostra compagna poco prima aveva banchettato.

Un lembo bianco di stoffa striato di sangue sporgeva leggermente dal terriccio.

Udii Matteo piagnucolare.

– Non può essere scappato, era ferito. Devo trovarlo.

Esther stava preparando lo zaino per rimettersi in viaggio.

– Muoviti o ti lascio qui.

Di fronte all’inutilit  di quella morte inorridii. Con tanti distributori in circolazione da cui poter attingere di certo non eravamo a corto di provviste.

Ma forse non spettava a me giudicare.

Dal giorno in cui mi ero sparato un colpo alla tempia non avevo toccato alcun cibo.

In seguito alla scomparsa del colombo Matteo si era chiuso in un silenzio ostile come se ci ritenesse responsabili.

Una parte di me poteva comprenderlo.

Dopo la morte di Gius persino il mio doloroso peregrinare mi sembrava un modo per espiare il male che indirettamente avevo commesso.

Approfittando dell’assenza di Esther, mi avvicinai a lui per parlargli.

– Dove è la tua famiglia? gli chiesi, allacciandogli la stringa di una scarpa da ginnastica.

– Mamma e pap  sono in viaggio. La nonna è morta qualche giorno fa.

Lo rassicurai pur sapendo di mentirgli. In una Napoli dal tasso di produttivit  pari allo zero, il grosso della popolazione non aveva esitato, nel trasferirsi a altrove, a sacrificare i pesi morti gli animali e i vecchi.

Ai bambini non era toccata una sorte migliore ma restava almeno l’illusione di potersi ricongiungere, prima o poi, ai genitori. Io stesso nutrivo un barlume di speranza per quei piccoli combattenti rimasti al fronte.

Ingannai il tempo passeggiando con Matteo in una Villa Comunale mai cos deserta come in quella mattinata di maggio.

Passarono le ore senza che Esther si facesse viva.

Ci avviammo alla fine verso i cancelli.
Come dei reduci vagavamo senza sosta in quello che, in altro tempo e luogo, sarebbe sembrato un giro turistico tra le rovine di una citt .

E il silenzio che ci accompagnava, cos raro pure d’estate quando la citt  in parte si spopolava, mi apparve talmente doloroso da rimpiangere gli ingorghi stradali e le inevitabili baruffe tra automobilisti.

Con l’esodo Napoli si era liberata anche di quell’umanit  abietta che, come un cancro, aveva resistito ad ogni cura per estinguersi miracolosamente da sola.
Tuttavia, senza il caos infernale la metropoli appariva spenta, vittima di un incantesimo malvagio che l’aveva pietrificata e ridotta ad un rudere inanimato.

Avevo perso ogni speranza quando su una panchina, vicino alla fermata del tram, vidi un ragazzo che si versava acqua da un thermos.

Prima di avvicinarmi lo studiai a lungo capelli ricci, un giubbotto con qualche scritta di troppo, gli auricolari nelle orecchie.

Il ritratto del tipico adolescente troppo concentrato su se stesso per prendersi cura di qualcun altro.

Più di un dubbio mi attraversò la mente nel vedere Matteo sistemare lo zaino accanto a quello, decisamente più grande, del ragazzo e poi allontanarsi insieme a lui, mano nella mano.

Stavo perdendo il bene più prezioso e non facevo nulla per impedirlo.

All’improvviso vidi i due fermarsi e voltarsi indietro.

Matteo si stava incamminando lentamente nella mia direzione, quasi si aspettasse di trovarmi l ad attenderlo. Stranamente, però, era tallonato dal ragazzo che, dopo averlo raggiunto, mi
tese la mano in segno di amicizia, ben sapendo di avere di fronte a s un fantasma.

Quella che un tempo era stata la mia mano ricambiò il suo gesto in un’inverosimile pantomima. Libero dall’angoscia, potevo finalmente assaporare la pace tanto agognata, sorretto dal pensiero che, se un ragazzo può credere alle fantasie di un bambino, allora è degno di lui.

E, inaspettatamente, mi rallegrai all’idea di aver avuto torto.

Perch è bello ricredersi, anche da morti.

(foto di Maria Volpe Prignano)