Ecco la terza puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto “Quattro camere e servizi”. Il protagonista ritorna in un palazzo puteggiato di ricordi per la sua infanzia… Qui il portiere chiacchierone lo conduce a vedere un appartamento da poter occupare  come annuncia il cartello all’ingresso…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di un romanzo “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” (edizioni scientifiche italiane). Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio.
TERZA PUNTATA
Anche gli infissi, benché moderni, sono molto alti. Appena aperti, un cielo azzurro irrompe nella stanza. Al terzo piano, i rumori delle auto, giù nella strada, giungono attutiti mentre di fronte, il tetto di una chiesa, più basso rispetto al balcone, lascia libero l’orizzonte.
Alcune rondini impazzite volano confermando questo anticipo di primavera che, da qualche giorno, riscalda l’aria. Guardo verso destra nella strada che sale leggermente verso la collina. Dietro al muro della Concezione non si vedono più le cime degli alberi alla cui ombra ho trascorso tanti pomeriggi della mia infanzia. Quando li hanno tagliati abitavo ancora nel quartiere. Noi ragazzi dell’associazione cattolica perdemmo il nostro campo di calcio ma in realtà non fu una gran perdita perché per molti di noi era già passata quella stagione dell’adolescenza; ormai vi erano altre curiosità e interessi che ci portavano in altri luoghi, lontani, della città..
Alla fine della strada, in alto sulla collina, la Certosa con la sua aerea sagoma sovrasta l’intero rione. Anche dai balconi di casa mia si vedeva l’antico edificio. In realtà si vedeva solo una piccola parte della monumentale facciata ma era l’unica visione che, in un certo senso, ci ripagava rispetto all’angustia della strada con i palazzi così vicini da costituire quasi una intrusione nella vita privata degli altri.
Un giorno sentimmo urlare dal balcone della nostra dirimpettaia: il marito, operatore nel cinema rionale, aveva subito un incidente per l’incendio nella cabina di proiezione. Tutto il vicinato partecipò alla lunga degenza del poverino. Quando fu dimesso dall’ospedale, ogni mattina, mia madre dal balcone chiedeva alla moglie le condizioni di salute del marito. Le ustioni gli avevano sfigurato il volto e noi ragazzi avevamo quasi paura di incontrarlo. Solo il rispetto per il dolore di quel povero uomo impedì che, nella nostra mente, sostituisse il temuto “uomo nero”. Con il tempo, a sua insaputa, per noi ragazzi divenne il continuo avvertimento a non avventurarci in giochi pericolosi.
– Avete visto? Che vi dicevo? Da qua sopra si vede tutto il quartiere. Voi ora lo vedete così ma la signora ci teneva; questi balconi erano sempre pieni di piante; come si dice, la signora, buonanima, teneva il pollice verde. Tutte le signore del palazzo volevano sapere come faceva; ed anche in casa sempre piante e vasi pieni di fiori. Una persona proprio perbene. A volte penso che sia stato meglio che è morta, lo so non dovrei dire così ma almeno penso che non ha visto la cattiveria dei figli e la disperazione del povero dottore.
– Bene, dico, vogliamo vedere le altre stanze?
Interrompo questa continua descrizione della vicende personali del dottore. Non riesco a nascondere il mio fastidio per questa oltraggiosa più che indelicata intrusione nella vita di una famiglia della quale io non conosco nulla. Nelle parole del portiere colgo quasi una sottile cattiveria, come di un morboso compiacersi delle disgrazie altrui. Ed anche immaginare una possibile rivalsa sociale non mi conforta.
Se i figli non sono responsabili delle azioni dei genitori pensare che dall’educazione impartita dipendano le scelte dei figli mi è sempre sembrata una facile equazione. Niente è così semplice come spesso qualcuno pretende di stabilire.
Da quella parte c’è il corridoio con le altre camere ed il bagno. Le vediamo dopo. questa, invece, dice aprendo una porta scorrevole, è la cucina.
Al nostro ingresso un colombo vola via attraverso una grande vetrata che occupa, quasi per intera, una parete. Sul pavimento tracce della presenza degli uccelli; a giudicare dallo sporco da molto tempo nessuno entrava in quella casa.
– Vorrei sapere chi ha lasciato i vetri aperti, dice il portiere mentre apre gli altri battenti.
– Ma tu guarda, esclama. Il dottore pensa che sia tutto facile; ora mi tocca ritornare per pulire. Mi dispiace ma non dovete preoccuparvi piuttosto guardate com’è spaziosa e poi da lì si va sul terrazzo. Non è molto grande però, d’estate, si può mangiare fuori perché è all’ombra.
Mi avvicino al lavello cercando di chiudere meglio la fontana che gocciola mentre guardo le impronte che anche qui hanno lasciato i vecchi elettrodomestici.
A parte la sporcizia sul pavimento nella stanza non c’è altro tranne un calendario. Noto che non è in corso ma che è vecchio di molti anni. Sul foglio, con il mese di giugno, due date sono segnate con una croce rossa: il cinque ed il diciannove.
Guardo con fare interrogativo il portiere.
-Ma da quanti anni la casa è vuota? Chiedo.
Mi sembra che, questa volta, il portiere ritardi a rispondermi. Ha perso la sua sicurezza. Forse non ricordava la presenza del calendario. Una prova inconfutabile di una lunga assenza umana da quella casa. Ora il suo lungo racconto mi appare meno credibile. Quale mistero nasconde tutta questa faccenda? Perché la casa è vuota da così tanto tempo? Fisso il portiere deciso ad avere una spiegazione e non di comodo.
– Ah! Il calendario voi dite? L’avrà dimenticato il dottore ma, come vedete, la casa è pulita; lui ha portato via tutto.
Non replico anche se ho notato una incertezza nella voce dell’uomo come se cercasse parole per far fronte a una situazione inaspettata.
                                                                                      (3.continua)

 

PRIMA PUNTATA
-Volete vedere la casa?
Non rispondo subito, perché non ho capito che l’invito è rivolto a me.
– Come? poi dico all’uomo che mi guarda con aria interrogativa.
– No. Vedo che state guardando il cartello. La casa è pulita. Sono quattro stanze e servizi. Se volete vederla; io ho le chiavi; è al terzo piano ma c’è l’ascensore.
Da molto tempo non passavo per questa strada della mia infanzia e ora, all’improvviso, mi ricordo che in quel palazzo abitava il nostro medico di famiglia. Forse potrei anche ricordare il nome. Ma tutto questo non lo dico all’uomo che aspetta una mia risposta.
Vorrei entrare nel cortile per vedere se altri particolari affiorano.
Rispetto alla maggior parte dei palazzi del quartiere, questo è uno dei pochi importanti. Forse l’unico, allora almeno, ad avere l’ascensore. Ricordo che quando venivo con mia madre, durante la mia infanzia funestata da tutte le malattie possibili, tipiche dell’età, quel cancello di ferro dell’ascensore, che si chiudeva rumorosamente, mi faceva immaginare di essere in una diversa zona della città. Ed ero contento perché, nonostante la naturale paura per la visita medica, il palazzo mi sembrava un’isola felice, una sorta di luogo al quale potevamo accedere solo per andare dal dottore.
Il grande cortile, con alte piante, oltre all’ascensore appunto, testimoniavano l’importanza dell’edificio e, purtroppo, anche degli inquilini. Almeno allora a me così sembrava. Dico purtroppo perché noi ragazzini provavamo una profonda invidia per il  nostro unico compagno che vi abitava. La mattina eravamo tutti nella stessa scuola elementare, anzi nella stessa classe ma, di pomeriggio, non potevamo frequentare casa sua. Non c’era un preciso divieto ma tutti capivamo che quello non era un luogo adatto a noi.  Già la presenza del portiere, che indossava anche la divisa, creava una sorta di barriera inviolabile.
Poi un giorno, con mia madre, andai in casa di questo compagno per una visita di condoglianze. Non ricordo chi fosse il defunto ma nonostante l’evidente dolore del mio amico, io non riuscivo a entrare nel ruolo; ero troppo intento a guardarmi intorno. Ritornati a casa, lei mi rimproverò; ero troppo distratto, diceva, e questo non è corretto.
Ma il palazzo, per me, era soprattutto lo studio del mio pediatra. Sempre, alla fine della visita, costringevo mia madre a scendere le scale per il piacere di percorrere  quelle comode, ampie rampe di marmo. Sotto ogni gradino, fra la pedata e l’alzata, un giorno lei mi fece notare due anelli d’ottone che servivano, mi spiegò, per fermare il lungo tappeto rosso che si stendeva in occasione di importanti cerimonie.
Le scale del mio palazzo, come anche altre, comprese quelle, in piperno, della mia vecchia scuola, al contrario, dichiaravano, senza possibilità d’errore, la miseria della costruzione. Buie, quelle di casa mia si accartocciavano strette intorno ad un muro. Ricordo che qualche rampa era anche retta da travi di legno montate ai tempi della guerra ed in attesa di improbabili lavori di consolidamento dell’edificio..
Per un ragazzo, che ancora non aveva visitato edifici monumentali, i particolari del palazzo del dottore divennero la chiara percezione del concetto di lusso.
Ancora non sapevo che l’importanza architettonica di un edificio ha altri parametri per essere misurata; e quando in classe arrivava un nuovo compagno tutti gli chiedevamo se nel suo palazzo ci fossero l’ascensore e le scale di marmo.
Per noi era l’unico criterio per capire la sua appartenenza sociale anche se questo, naturalmente, non costituiva un’esclusione; l’amicizia richiedeva altre affinità o simpatie che si conquistavano sul campo.
Ora, dopo anni, sono di nuovo davanti a quel portone come proiettato all’indietro nel tempo di decenni. In apparenza tutto sembra identico anche se le proporzioni, ad un primo sguardo almeno, mi sembrano più ridotte e poi il portiere, se quest’uomo è il portiere, non indossa nessuna divisa. La bella giacca di panno grigio, con i bordi di velluto e il distintivo con le chiavi all’occhiello, rimarrà, insieme al cappello con visiera, sepolta nei miei ricordi.
– Sì, con piacere. Se fosse possibile vorrei vedere la casa.
Ho risposto all’invito perché ormai la corrente della memoria si è messa in moto e io voglio verificare quanto ancora sia rimasto di quei giorni lontani che mi legano alla mia infanzia, oltre che al quartiere ed a tanti amici dei quali, ormai, ho perso ogni traccia. In fondo noi viviamo soprattutto di ricordi che si accumulano negli anni formando esperienza. E quando cominciamo a perderli, allora, il declino è già in atto.
Nell’androne passo davanti alla guardiola sbarrata con assi di legno.
– Ma non c’è il portiere? Chiedo.
– Sono io, risponde l’uomo il quale seguendo il mio sguardo, continua: – Però non abito più nel palazzo. Vengo la mattina, distribuisco la posta e tre volte la settimana faccio le pulizie. Che volete, hanno voluto risparmiare e a me conviene pure così il pomeriggio aiuto mio figlio nel negozio qui all’angolo. E poi, diciamo la verità, una volta ero necessario quando abitavano professionisti ma oggi… no ma per carità tutta gente perbene –aggiunge subito nel timore di deprezzare la casa; -e poi avete visto, hanno messo pure il video citofono ma io dico che non c’era bisogno, il palazzo è tranquillo. Anche adesso è abitato da persone perbene, tutte persone anche modeste ma educate, tranquille, Escono la mattina e rientrano la sera. Sapete quasi tutti hanno il negozio o l’impiego qui nella zona.
Sorrido alle sue parole. Il timore di perdere la mancia in caso di mancata locazione dell’appartamento, gli suggerisce tutta una litania sugli inquilini, che si interrompe solo mentre attraversiamo il cortile che ricordavo più ampio. Non ci sono più nemmeno le piante della mia infanzia. Non saprei dirne il nome ma ricordo che avevano ampie foglie che oscillavano ad ogni leggera brezza di vento. Non chiedo delle piante; evidentemente la mancata presenza di un portiere ha suggerito di eliminarle. Anch’esse, insieme all’ascensore ed alla scala di marmo, facevano dell’edificio un palazzo signorile dove tutti noi ragazzi avremmo voluto abitare.
Ma si sa, la prospettiva cambia con gli anni. Crescendo ho capito che gli abitanti del quartiere appena potevano, il che significava soprattutto per le migliorate condizioni economiche, preferivano andar via dalla zona e non già cambiare per abitare, semmai, in quel palazzo. Il che significava cercare casa in altri quartieri, lontani; semmai in collina o sul lungomare.

                                                                                                 (1. continua)

 


SECONDA PUNTATA
Noto che l’ascensore ha conservato il cancello in ferro battuto ma la cabina non è più quella che ricordavo. Quella aveva le porte con i vetri in modo che mentre salivi potevi guardare giù nel cortile. Ora, evidentemente, l’avranno dovuta cambiare per le nuove norme di sicurezza.
Smontiamo su un ampio ballatoio affacciato sul cortile. Forse anche qui c’erano piante ma di questo non sono sicuro; quello che ricordo bene era la mia meraviglia per tanto spazio; su ogni piano, infatti, si aprono solo due porte sia pure molto alte ed imponenti.
Ora il portiere mi guarda sorridendo.
-Vedrete la casa è bella, è grande, affaccia tutta sulla strada, ma è silenziosa.
A quest’altezza non si sente il traffico. Voi abitate lontano? Avete famiglia? Bambini? Perché qui nella zona vi sono negozi importanti, ma anche quelli più economici e poi alla strada appresso, c’è pure un mercatino.
Poiché non rispondo a nessuna delle sue domande, si gira ed apre prima uno e poi l’altro battente di legno massiccio della porta. Poi si ferma. Forse aspetta una mia reazione di meraviglia per la seconda porta formata da un solo battente con, al centro, un vetro, ovale, sul quale sono incisi due caratteri; insomma una porta importante come si usava una volta. Questo particolare, purtroppo, non aggiunge nulla ai miei ricordi. In realtà non sono sicuro che sia proprio questa la casa del dottore. Troppo piccola, penso. Mi sembra di ricordare, infatti, che lui avesse una numerosa famiglia e che anche lo studio fosse sistemato in un’ala dell’appartamento.
– Avete visto che bella porta, monumentale; commenta il portiere.
Sorrido non sapendo che cosa aggiungere. Anche questo è il passato; oggi una porta blindata è la regola.
Una finestra illumina l’ampio ambiente in cui entriamo.
-Questo è l’ingresso- dice il portiere. -Come vedete è grande ed è pure luminoso. Qui aspettavano i clienti del dottore.
So bene che, a Napoli, il titolo dottore non si nega a nessuno per cui non giungo a nessuna conclusione. E poi, da un immediato calcolo anagrafico, concludo che di certo si riferisce ad un’altra persona.
Il portiere mi fa strada nella camera successiva dove, appena entrati, apre il balcone.
– Vedete che stanze grandi. Eh! Le case di una volta e mo’ le fanno più. Questo poi era un palazzo importante; ci ha abitato pure un onorevole, ora non mi ricordo più il nome ma fuori al palazzo, all’angolo del vicolo, qualche tempo fa hanno messo pure una targa di marmo.
Al centro della camera mi guardo intorno. Le case, sono convinto, conservano sempre l’anima di chi le ha abitate. Vedere una casa vuota, proprio per questo mi mette a disagio. Quasi temo di disturbare anche se, non conoscendo nulla dei precedenti inquilini, non saprei dire chi. In questo caso, poi, non avendo nessuna necessità di prendere la casa, il mio comportamento mi sembra di grande arroganza. Ora, però, non posso spiegare al portiere le mie vere intenzioni. La volontà o meglio l’illusione di ritrovare momenti della mia infanzia, per questo povero uomo non hanno nessuna importanza, sono solo una perdita di tempo  e quella di un possibile  guadagno.
Mi ero distratto –mi scusi- diceva?
-Vi volevo far vedere, dice il portiere, mentre mi mostra il perfetto funzionamento degli infissi.
-Il dottore li aveva fatti cambiare da poco perché la moglie era freddolosa poi la povera signora è morta e lui non ha avuto il coraggio di rimanere più nella casa; ora abita in un altro appartamento, sempre in questo palazzo, al secondo piano. Qui quasi tutte le case sono sue. Il palazzo era della famiglia; qualcosa, però pure l’hanno venduta; sapete i figli crescono, le esigenze aumentano e quindi….eh! il dottore non è stato fortunato con nessuno dei due figli; hanno solo preteso, non c’erano soldi che bastavano; ora per fortuna stanno lontano ma lui spesso li va a trovare; sapete, i nipoti… Ora seguitemi, vi faccio vedere le altre stanze.
E’ proprio vero, penso infastidito, che i portieri sanno tutto di tutti. Che diritto ho di entrare nella vita privata di una persona? È una situazione incresciosa nella quale faccio fatica a districarmi. Tutta questa storia mi lascia interdetto. Mi sento un intruso. La seconda camera è completamente vuota; il pavimento sembra lavato da poco ed anche negli angoli poca polvere. Sembrerebbe quasi una disperata pulizia nel tentativo di cancellare ogni segno di una precedente presenza. Ma è solo un mio pensiero fastidioso anche se tutto mi trasmette una strana sensazione. Di solito nelle case abbandonate resta sempre qualcosa: non so, suppellettili non più utili, stracci, pile di giornali vecchi o soprammobili dei quali ci si vuole disfare. Testimonianze di una vita che si ritiene ormai conclusa. Questo vuoto è inquietante. Come la volontà di non lasciare nulla del passato che, evidentemente, qualcuno avrà voluto dimenticare, certo un periodo non felice di una vita che ha provocato strascichi amari, risentimenti che però, temo, continueranno ad angosciare i protagonisti di questa storia.
Mi accorgo, con disappunto, che le parole del portiere mi hanno suggestionato. Mi sono invischiato in una situazione che non riesco a dominare. E non sono per niente contento del mio comportamento.
Sagome più chiare, sui vecchi parati, testimoniano la precedente distribuzione dei mobili. Labile prova della vita di chi, in quelle stanze, avrà gioito o sofferto come del resto capita a tutti.
Sulle pareti noto anche l’orma geometrica lasciata dai quadri. Ma saranno stati quadri? Potrebbero essere state anche fotografie di famiglia, diplomi di laurea o attestati di qualche associazione. Non lo saprò mai. Ombre di un’altra vita, tracce negative di storie che non mi appartengono. Mi guardo intorno con rispetto; che cosa c’entro io con quelle stanze? Sono pentito di essere salito; che stupida idea ho avuto; ed ora cerco di nascondere il mio disagio.
– Il dottore ha detto -riprende il portiere seguendo il mio sguardo- che lui può far cambiare i parati ma che preferisce che sia l’inquilino a decidere perché, se volete, si può anche far dipingere le pareti; oggi, capisco, i parati nessuno li vuole più, hanno ragione, pure a me non piacciono, non lo so, fanno tristezza, siete d’accordo?
Mi rendo conto che parla solo lui; ma così non può continuare, devo pur dire qualcosa.
– Dove affacciano i balconi? Lei ha detto sulla strada, vero?
– Sì sì venite a vedere.
                                                                                              (2.continua)

 


In foto, il celebre palazzo dello Spagnuolo, nel quartiere Sanità a Napoli