Ecco la quinta puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto “Quattro camere e servizi”. Il protagonista ritorna in un palazzo punteggiato di ricordi per la sua infanzia… Qui il portiere chiacchierone lo conduce a vedere un appartamento da poter occupare  come annuncia il cartello all’ingresso… L’uomo appare loquace, finché non s’interrompe con un evidente imbarazzo… Dietro quelle pareti, un omicidio mai chiarito veramente…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di un romanzo “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” (edizioni scientifiche italiane). Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio.
QUINTA PUNTATA
Siamo entrati oh! se ci penso tremo ancora. La povera signora era a terra in un mare di sangue ma era ancora viva; si lamentava, cercava di dire qualcosa, sembrava che chiamasse il figlio. Non sapevamo cosa fare. Tutti urlavano; poi qualcuno è corso in ospedale a chiamare il marito.
Nella cucina c’era sangue ovunque, anche sul tavolo. Quando è arrivata la polizia  ha cacciato tutti ma, ormai, c’erano impronte di tante persone; anche il coltello non è servito a dare qualche indicazione utile alle indagini; era passato per troppe mani.
Il ragazzo per giorni è rimasto muto, tremava, non riusciva a parlare, emetteva solo lamenti senza significato.
Quando la madre è morta, come vi ho detto dopo quattordici giorni di agonia, il giudice ha deciso di rinchiuderlo in attesa del processo.
Durante le udienze molti testimoni dissero che la signora, chiamando il figlio, certo voleva indicare il nome del colpevole, insomma il figlio assassino.
Ma non tutti, io compreso, eravamo convinti. Certo anche a me era sembrato che chiamasse il figlio, ma che cosa vuol dire, dicevo. Forse era caduta e per farsi aiutare chiamava il figlio che, spaventato, era scappato per chiedere aiuto. Ma sul corpo della povera donna c’erano le ferite da taglio.
E comunque al processo io non sono stato creduto… nemmeno quando ho detto che ero sicuro che in casa con la madre non c’era soltanto il ragazzo perché quando ero entrato, avevo visto un altro fratello che usciva di corsa sul terrazzo; da lì, feci notare, si poteva scavalcare un muretto e scendere per un altro palazzo.
Non so perché ma il giudice e gli avvocati continuavano a dire che certo mi ero sbagliato, che ero terrorizzato e credevo di aver visto qualche altro in casa. Anche mia moglie piangeva e diceva che non potevo accusare un innocente. Ma io insistevo; ero convinto di quello che avevo visto-
– Ma scusi com’è possibile, avranno interrogato l’altro figlio?
– Sì; lui disse che quel giorno era a Roma da certi parenti che confermarono le sue parole. Io però continuavo a star male; la notte non dormivo; non so perché ma avevo l’impressione che anche la famiglia non volesse sapere la verità e non capivo la ragione.
Poi un giorno venne a trovarmi il dottore. Mi disse, piangendo, me lo ricordo come se fosse ieri, mi disse che così io rovinavo anche l’altro figlio. Disse proprio così: l’altro figlio. Allora  ho capito; mi ha fatto pena. Ho capito che era disperato ma che era costretto a fare una scelta. Cercava di salvare il figlio assassino sacrificando quello più debole. Non lo dovrei dire ma a me sembrava una cattiveria ed io ho il rimorso di non aver saputo difendere quel povero ragazzo. Andai a parlare anche con il parroco. Non era una confessione ma io volevo sapere come mi dovevo comportare, volevo un consiglio e invece…lui mi disse che, ormai, la signora era morta e che il figlio malato, sì ricordo bene che disse così, come del resto dicevano tutti, proprio perché malato poteva aver riconosciuta l’infermità mentale rischiando una pena minore; “sono sicuro, cercò di convincermi, che anche la mamma avrebbe voluto così”.
Ma io non ero contento, sono stato veramente male. Al processo tutti i conoscenti, anche gli amici, fecero a gara a ricordare le cattiverie del ragazzo. Non le dico i fratelli, quelli, se possibile, furono ancora più feroci
Povero ragazzo; ebbe tutti contro. Sono sicuro che, piano piano, si sarà convinto anche lui di essere il colpevole. Infine un medico, nominato dal Tribunale, fece una diagnosi che lo condannò definitivamente.
Il dottore assistette a tutto questo ma non poté o, come vi ho detto, non volle far niente. Ma da allora sembra un morto che cammina. Riuscì a farlo ricoverare in una struttura per malati di mente, ora non ricordo dove. Insomma adesso è un sepolto vivo ed è ancora così giovane.
Lo so forse faccio peccato ma credo che i fratelli gli hanno sottratto anche l’eredità. Il dottore, i primi tempi, lo andava a trovare mentre i fratelli mai.
Adesso il dottore non sta molto bene; quando sarà morto anche lui, mi chiedo che cosa sarà di questo povero figlio; spero quasi che muoia prima così avrà finito di soffrire.Scusi per lo sfogo ma come vi ho detto questa storia mi ha segnato. Volete sapere ancora della casa immagino. Prima, però, ditemi se vi interessa; Voi mi sembrate una persona intelligente. Le condizioni economiche sono ottime; sa, la gente del quartiere ha messo in giro certe voci; da allora la casa non è stata mai affittata. Fate un affare; pensateci bene, semmai volete tornare, non so, con vostra moglie. Però non le dite tutto quello che vi ho raccontato; sapete, le donne si impressionano. Io, come vi ho detto, la mattina fino a mezzogiorno sono sempre qui.
– Sì certo; ecco, facciamo così, ritorno un altro giorno con mia moglie, aggiungo in fretta. Ora però mi scusi ma devo proprio andare, ho un appuntamento.
Saluto il portiere e, di corsa, scendo le scale senza attendere l’ascensore. Forse avrei dovuto aggiungere qualche considerazione sulla casa ma ho sentito il bisogno di andar via. Dovevo uscire dal palazzo, uscire da quella storia che non mi appartiene. Volevo ritornare fra la gente, riprendere la mia vita fuggendo da quella tragedia nella quale mi sono ritrovato per una mia stupida idea; un’iniziativa della quale, ora, mi vergogno e della quale non so darmi una spiegazione.
Sono arrabbiato con me stesso per questa mia insensata curiosità. Ma che cosa credevo di fare? Inventarmi una gioventù in un quartiere del quale non rimpiango nulla se non la mia giovane età? I ricordi sono sempre sofferenza e volerli ritrovare, semmai per rivivere la propria adolescenza, è soltanto un’illusione. Non possiamo riprenderci il tempo trascorso. I frammenti di vita non possono mai ricomporsi e restituirci il tempo per intero. Ed ai momenti tristi, che pure abbiamo avuto nel corso degli anni, non c’è conforto.
Nella strada affollata, nonostante l’aria calda, ho freddo. Corpi che si sfiorano, senza mai venire veramente a contatto, mi spingono in un andare senza meta; i rumori e le voci mi stordiscono e non mi dispiace perché mi aiutano a non riflettere su quanto mi è appena accaduto. In realtà sono ancora frastornato; non riesco a pensare, non voglio pensare. Guardo i volti della gente che mi incrocia, mi supera, indifferente ai miei pensieri così come, del resto, anch’io resto impassibile, estraneo ai loro destini. Siamo tutti soli in una continua illusione di amore.

 

‘Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.” (Tolstoj)

                                                                                                             (5.fine)

 

 PRIMA PUNTATA
-Volete vedere la casa?
Non rispondo subito, perché non ho capito che l’invito è rivolto a me.
– Come? poi dico all’uomo che mi guarda con aria interrogativa.
– No. Vedo che state guardando il cartello. La casa è pulita. Sono quattro stanze e servizi. Se volete vederla; io ho le chiavi; è al terzo piano ma c’è l’ascensore.
Da molto tempo non passavo per questa strada della mia infanzia e ora, all’improvviso, mi ricordo che in quel palazzo abitava il nostro medico di famiglia. Forse potrei anche ricordare il nome. Ma tutto questo non lo dico all’uomo che aspetta una mia risposta.
Vorrei entrare nel cortile per vedere se altri particolari affiorano.
Rispetto alla maggior parte dei palazzi del quartiere, questo è uno dei pochi importanti. Forse l’unico, allora almeno, ad avere l’ascensore. Ricordo che quando venivo con mia madre, durante la mia infanzia funestata da tutte le malattie possibili, tipiche dell’età, quel cancello di ferro dell’ascensore, che si chiudeva rumorosamente, mi faceva immaginare di essere in una diversa zona della città. Ed ero contento perché, nonostante la naturale paura per la visita medica, il palazzo mi sembrava un’isola felice, una sorta di luogo al quale potevamo accedere solo per andare dal dottore.
Il grande cortile, con alte piante, oltre all’ascensore appunto, testimoniavano l’importanza dell’edificio e, purtroppo, anche degli inquilini. Almeno allora a me così sembrava. Dico purtroppo perché noi ragazzini provavamo una profonda invidia per il  nostro unico compagno che vi abitava. La mattina eravamo tutti nella stessa scuola elementare, anzi nella stessa classe ma, di pomeriggio, non potevamo frequentare casa sua. Non c’era un preciso divieto ma tutti capivamo che quello non era un luogo adatto a noi.  Già la presenza del portiere, che indossava anche la divisa, creava una sorta di barriera inviolabile.
Poi un giorno, con mia madre, andai in casa di questo compagno per una visita di condoglianze. Non ricordo chi fosse il defunto ma nonostante l’evidente dolore del mio amico, io non riuscivo a entrare nel ruolo; ero troppo intento a guardarmi intorno. Ritornati a casa, lei mi rimproverò; ero troppo distratto, diceva, e questo non è corretto.
Ma il palazzo, per me, era soprattutto lo studio del mio pediatra. Sempre, alla fine della visita, costringevo mia madre a scendere le scale per il piacere di percorrere  quelle comode, ampie rampe di marmo. Sotto ogni gradino, fra la pedata e l’alzata, un giorno lei mi fece notare due anelli d’ottone che servivano, mi spiegò, per fermare il lungo tappeto rosso che si stendeva in occasione di importanti cerimonie.
Le scale del mio palazzo, come anche altre, comprese quelle, in piperno, della mia vecchia scuola, al contrario, dichiaravano, senza possibilità d’errore, la miseria della costruzione. Buie, quelle di casa mia si accartocciavano strette intorno ad un muro. Ricordo che qualche rampa era anche retta da travi di legno montate ai tempi della guerra ed in attesa di improbabili lavori di consolidamento dell’edificio..
Per un ragazzo, che ancora non aveva visitato edifici monumentali, i particolari del palazzo del dottore divennero la chiara percezione del concetto di lusso.
Ancora non sapevo che l’importanza architettonica di un edificio ha altri parametri per essere misurata; e quando in classe arrivava un nuovo compagno tutti gli chiedevamo se nel suo palazzo ci fossero l’ascensore e le scale di marmo.
Per noi era l’unico criterio per capire la sua appartenenza sociale anche se questo, naturalmente, non costituiva un’esclusione; l’amicizia richiedeva altre affinità o simpatie che si conquistavano sul campo.
Ora, dopo anni, sono di nuovo davanti a quel portone come proiettato all’indietro nel tempo di decenni. In apparenza tutto sembra identico anche se le proporzioni, ad un primo sguardo almeno, mi sembrano più ridotte e poi il portiere, se quest’uomo è il portiere, non indossa nessuna divisa. La bella giacca di panno grigio, con i bordi di velluto e il distintivo con le chiavi all’occhiello, rimarrà, insieme al cappello con visiera, sepolta nei miei ricordi.
– Sì, con piacere. Se fosse possibile vorrei vedere la casa.
Ho risposto all’invito perché ormai la corrente della memoria si è messa in moto e io voglio verificare quanto ancora sia rimasto di quei giorni lontani che mi legano alla mia infanzia, oltre che al quartiere ed a tanti amici dei quali, ormai, ho perso ogni traccia. In fondo noi viviamo soprattutto di ricordi che si accumulano negli anni formando esperienza. E quando cominciamo a perderli, allora, il declino è già in atto.
Nell’androne passo davanti alla guardiola sbarrata con assi di legno.
– Ma non c’è il portiere? Chiedo.
– Sono io, risponde l’uomo il quale seguendo il mio sguardo, continua: – Però non abito più nel palazzo. Vengo la mattina, distribuisco la posta e tre volte la settimana faccio le pulizie. Che volete, hanno voluto risparmiare e a me conviene pure così il pomeriggio aiuto mio figlio nel negozio qui all’angolo. E poi, diciamo la verità, una volta ero necessario quando abitavano professionisti ma oggi… no ma per carità tutta gente perbene –aggiunge subito nel timore di deprezzare la casa; -e poi avete visto, hanno messo pure il video citofono ma io dico che non c’era bisogno, il palazzo è tranquillo. Anche adesso è abitato da persone perbene, tutte persone anche modeste ma educate, tranquille, Escono la mattina e rientrano la sera. Sapete quasi tutti hanno il negozio o l’impiego qui nella zona.
Sorrido alle sue parole. Il timore di perdere la mancia in caso di mancata locazione dell’appartamento, gli suggerisce tutta una litania sugli inquilini, che si interrompe solo mentre attraversiamo il cortile che ricordavo più ampio. Non ci sono più nemmeno le piante della mia infanzia. Non saprei dirne il nome ma ricordo che avevano ampie foglie che oscillavano ad ogni leggera brezza di vento. Non chiedo delle piante; evidentemente la mancata presenza di un portiere ha suggerito di eliminarle. Anch’esse, insieme all’ascensore ed alla scala di marmo, facevano dell’edificio un palazzo signorile dove tutti noi ragazzi avremmo voluto abitare.
Ma si sa, la prospettiva cambia con gli anni. Crescendo ho capito che gli abitanti del quartiere appena potevano, il che significava soprattutto per le migliorate condizioni economiche, preferivano andar via dalla zona e non già cambiare per abitare, semmai, in quel palazzo. Il che significava cercare casa in altri quartieri, lontani; semmai in collina o sul lungomare.

                                                                                                 (1. continua)

 


SECONDA PUNTATA
Noto che l’ascensore ha conservato il cancello in ferro battuto ma la cabina non è più quella che ricordavo. Quella aveva le porte con i vetri in modo che mentre salivi potevi guardare giù nel cortile. Ora, evidentemente, l’avranno dovuta cambiare per le nuove norme di sicurezza.
Smontiamo su un ampio ballatoio affacciato sul cortile. Forse anche qui c’erano piante ma di questo non sono sicuro; quello che ricordo bene era la mia meraviglia per tanto spazio; su ogni piano, infatti, si aprono solo due porte sia pure molto alte ed imponenti.
Ora il portiere mi guarda sorridendo.
-Vedrete la casa è bella, è grande, affaccia tutta sulla strada, ma è silenziosa.
A quest’altezza non si sente il traffico. Voi abitate lontano? Avete famiglia? Bambini? Perché qui nella zona vi sono negozi importanti, ma anche quelli più economici e poi alla strada appresso, c’è pure un mercatino.
Poiché non rispondo a nessuna delle sue domande, si gira ed apre prima uno e poi l’altro battente di legno massiccio della porta. Poi si ferma. Forse aspetta una mia reazione di meraviglia per la seconda porta formata da un solo battente con, al centro, un vetro, ovale, sul quale sono incisi due caratteri; insomma una porta importante come si usava una volta. Questo particolare, purtroppo, non aggiunge nulla ai miei ricordi. In realtà non sono sicuro che sia proprio questa la casa del dottore. Troppo piccola, penso. Mi sembra di ricordare, infatti, che lui avesse una numerosa famiglia e che anche lo studio fosse sistemato in un’ala dell’appartamento.
– Avete visto che bella porta, monumentale; commenta il portiere.
Sorrido non sapendo che cosa aggiungere. Anche questo è il passato; oggi una porta blindata è la regola.
Una finestra illumina l’ampio ambiente in cui entriamo.
-Questo è l’ingresso- dice il portiere. -Come vedete è grande ed è pure luminoso. Qui aspettavano i clienti del dottore.
So bene che, a Napoli, il titolo dottore non si nega a nessuno per cui non giungo a nessuna conclusione. E poi, da un immediato calcolo anagrafico, concludo che di certo si riferisce ad un’altra persona.
Il portiere mi fa strada nella camera successiva dove, appena entrati, apre il balcone.
– Vedete che stanze grandi. Eh! Le case di una volta e mo’ le fanno più. Questo poi era un palazzo importante; ci ha abitato pure un onorevole, ora non mi ricordo più il nome ma fuori al palazzo, all’angolo del vicolo, qualche tempo fa hanno messo pure una targa di marmo.
Al centro della camera mi guardo intorno. Le case, sono convinto, conservano sempre l’anima di chi le ha abitate. Vedere una casa vuota, proprio per questo mi mette a disagio. Quasi temo di disturbare anche se, non conoscendo nulla dei precedenti inquilini, non saprei dire chi. In questo caso, poi, non avendo nessuna necessità di prendere la casa, il mio comportamento mi sembra di grande arroganza. Ora, però, non posso spiegare al portiere le mie vere intenzioni. La volontà o meglio l’illusione di ritrovare momenti della mia infanzia, per questo povero uomo non hanno nessuna importanza, sono solo una perdita di tempo  e quella di un possibile  guadagno.
Mi ero distratto –mi scusi- diceva?
-Vi volevo far vedere, dice il portiere, mentre mi mostra il perfetto funzionamento degli infissi.
-Il dottore li aveva fatti cambiare da poco perché la moglie era freddolosa poi la povera signora è morta e lui non ha avuto il coraggio di rimanere più nella casa; ora abita in un altro appartamento, sempre in questo palazzo, al secondo piano. Qui quasi tutte le case sono sue. Il palazzo era della famiglia; qualcosa, però pure l’hanno venduta; sapete i figli crescono, le esigenze aumentano e quindi….eh! il dottore non è stato fortunato con nessuno dei due figli; hanno solo preteso, non c’erano soldi che bastavano; ora per fortuna stanno lontano ma lui spesso li va a trovare; sapete, i nipoti… Ora seguitemi, vi faccio vedere le altre stanze.
E’ proprio vero, penso infastidito, che i portieri sanno tutto di tutti. Che diritto ho di entrare nella vita privata di una persona? È una situazione incresciosa nella quale faccio fatica a districarmi. Tutta questa storia mi lascia interdetto. Mi sento un intruso. La seconda camera è completamente vuota; il pavimento sembra lavato da poco ed anche negli angoli poca polvere. Sembrerebbe quasi una disperata pulizia nel tentativo di cancellare ogni segno di una precedente presenza. Ma è solo un mio pensiero fastidioso anche se tutto mi trasmette una strana sensazione. Di solito nelle case abbandonate resta sempre qualcosa: non so, suppellettili non più utili, stracci, pile di giornali vecchi o soprammobili dei quali ci si vuole disfare. Testimonianze di una vita che si ritiene ormai conclusa. Questo vuoto è inquietante. Come la volontà di non lasciare nulla del passato che, evidentemente, qualcuno avrà voluto dimenticare, certo un periodo non felice di una vita che ha provocato strascichi amari, risentimenti che però, temo, continueranno ad angosciare i protagonisti di questa storia.
Mi accorgo, con disappunto, che le parole del portiere mi hanno suggestionato. Mi sono invischiato in una situazione che non riesco a dominare. E non sono per niente contento del mio comportamento.
Sagome più chiare, sui vecchi parati, testimoniano la precedente distribuzione dei mobili. Labile prova della vita di chi, in quelle stanze, avrà gioito o sofferto come del resto capita a tutti.
Sulle pareti noto anche l’orma geometrica lasciata dai quadri. Ma saranno stati quadri? Potrebbero essere state anche fotografie di famiglia, diplomi di laurea o attestati di qualche associazione. Non lo saprò mai. Ombre di un’altra vita, tracce negative di storie che non mi appartengono. Mi guardo intorno con rispetto; che cosa c’entro io con quelle stanze? Sono pentito di essere salito; che stupida idea ho avuto; ed ora cerco di nascondere il mio disagio.
– Il dottore ha detto -riprende il portiere seguendo il mio sguardo- che lui può far cambiare i parati ma che preferisce che sia l’inquilino a decidere perché, se volete, si può anche far dipingere le pareti; oggi, capisco, i parati nessuno li vuole più, hanno ragione, pure a me non piacciono, non lo so, fanno tristezza, siete d’accordo?
Mi rendo conto che parla solo lui; ma così non può continuare, devo pur dire qualcosa.
– Dove affacciano i balconi? Lei ha detto sulla strada, vero?
– Sì sì venite a vedere.
                                                                                              (2.continua)


TERZA PUNTATA
Anche gli infissi, benché moderni, sono molto alti. Appena aperti, un cielo azzurro irrompe nella stanza. Al terzo piano, i rumori delle auto, giù nella strada, giungono attutiti mentre di fronte, il tetto di una chiesa, più basso rispetto al balcone, lascia libero l’orizzonte.
Alcune rondini impazzite volano confermando questo anticipo di primavera che, da qualche giorno, riscalda l’aria. Guardo verso destra nella strada che sale leggermente verso la collina. Dietro al muro della Concezione non si vedono più le cime degli alberi alla cui ombra ho trascorso tanti pomeriggi della mia infanzia. Quando li hanno tagliati abitavo ancora nel quartiere. Noi ragazzi dell’associazione cattolica perdemmo il nostro campo di calcio ma in realtà non fu una gran perdita perché per molti di noi era già passata quella stagione dell’adolescenza; ormai vi erano altre curiosità e interessi che ci portavano in altri luoghi, lontani, della città..
Alla fine della strada, in alto sulla collina, la Certosa con la sua aerea sagoma sovrasta l’intero rione. Anche dai balconi di casa mia si vedeva l’antico edificio. In realtà si vedeva solo una piccola parte della monumentale facciata ma era l’unica visione che, in un certo senso, ci ripagava rispetto all’angustia della strada con i palazzi così vicini da costituire quasi una intrusione nella vita privata degli altri.
Un giorno sentimmo urlare dal balcone della nostra dirimpettaia: il marito, operatore nel cinema rionale, aveva subito un incidente per l’incendio nella cabina di proiezione. Tutto il vicinato partecipò alla lunga degenza del poverino. Quando fu dimesso dall’ospedale, ogni mattina, mia madre dal balcone chiedeva alla moglie le condizioni di salute del marito. Le ustioni gli avevano sfigurato il volto e noi ragazzi avevamo quasi paura di incontrarlo. Solo il rispetto per il dolore di quel povero uomo impedì che, nella nostra mente, sostituisse il temuto “uomo nero”. Con il tempo, a sua insaputa, per noi ragazzi divenne il continuo avvertimento a non avventurarci in giochi pericolosi.
– Avete visto? Che vi dicevo? Da qua sopra si vede tutto il quartiere. Voi ora lo vedete così ma la signora ci teneva; questi balconi erano sempre pieni di piante; come si dice, la signora, buonanima, teneva il pollice verde. Tutte le signore del palazzo volevano sapere come faceva; ed anche in casa sempre piante e vasi pieni di fiori. Una persona proprio perbene. A volte penso che sia stato meglio che è morta, lo so non dovrei dire così ma almeno penso che non ha visto la cattiveria dei figli e la disperazione del povero dottore.
– Bene, dico, vogliamo vedere le altre stanze?
Interrompo questa continua descrizione della vicende personali del dottore. Non riesco a nascondere il mio fastidio per questa oltraggiosa più che indelicata intrusione nella vita di una famiglia della quale io non conosco nulla. Nelle parole del portiere colgo quasi una sottile cattiveria, come di un morboso compiacersi delle disgrazie altrui. Ed anche immaginare una possibile rivalsa sociale non mi conforta.
Se i figli non sono responsabili delle azioni dei genitori pensare che dall’educazione impartita dipendano le scelte dei figli mi è sempre sembrata una facile equazione. Niente è così semplice come spesso qualcuno pretende di stabilire.
Da quella parte c’è il corridoio con le altre camere ed il bagno. Le vediamo dopo. questa, invece, dice aprendo una porta scorrevole, è la cucina.
Al nostro ingresso un colombo vola via attraverso una grande vetrata che occupa, quasi per intera, una parete. Sul pavimento tracce della presenza degli uccelli; a giudicare dallo sporco da molto tempo nessuno entrava in quella casa.
– Vorrei sapere chi ha lasciato i vetri aperti, dice il portiere mentre apre gli altri battenti.
– Ma tu guarda, esclama. Il dottore pensa che sia tutto facile; ora mi tocca ritornare per pulire. Mi dispiace ma non dovete preoccuparvi piuttosto guardate com’è spaziosa e poi da lì si va sul terrazzo. Non è molto grande però, d’estate, si può mangiare fuori perché è all’ombra.
Mi avvicino al lavello cercando di chiudere meglio la fontana che gocciola mentre guardo le impronte che anche qui hanno lasciato i vecchi elettrodomestici.
A parte la sporcizia sul pavimento nella stanza non c’è altro tranne un calendario. Noto che non è in corso ma che è vecchio di molti anni. Sul foglio, con il mese di giugno, due date sono segnate con una croce rossa: il cinque ed il diciannove.
Guardo con fare interrogativo il portiere.
-Ma da quanti anni la casa è vuota? Chiedo.
Mi sembra che, questa volta, il portiere ritardi a rispondermi. Ha perso la sua sicurezza. Forse non ricordava la presenza del calendario. Una prova inconfutabile di una lunga assenza umana da quella casa. Ora il suo lungo racconto mi appare meno credibile. Quale mistero nasconde tutta questa faccenda? Perché la casa è vuota da così tanto tempo? Fisso il portiere deciso ad avere una spiegazione e non di comodo.
– Ah! Il calendario voi dite? L’avrà dimenticato il dottore ma, come vedete, la casa è pulita; lui ha portato via tutto.
Non replico anche se ho notato una incertezza nella voce dell’uomo come se cercasse parole per far fronte a una situazione inaspettata.
                                                                                      (3.continua)


QUARTA PUNTATA
Poco dopo, senza alcuna sollecitazione da parte mia, riprende a raccontare. Certo il desiderio di parlare della vita degli altri appartiene al suo modo di vivere e non ammette eccezioni.
Fermo davanti al calendario, il portiere mi guarda e poiché io non chiedo altro, riprende quasi a convincersi di un suo pensiero.
– E’  inutile, un figlio anche se non lo approvi, non lo puoi eliminare, non puoi fingere che non esiste.
Eh! La mamma lo aveva amato più degli altri ma non è servito a niente. Quando il destino si accanisce non c’è niente da fare.
– Ma perché c’è un terzo figlio?  Chiedo.
Anziché rispondere alla mia domanda l’uomo riprende il suo racconto.
– La  mamma lo difendeva sempre, diceva che non era colpa sua ma dei medici che lo avevano fatto nascere; diceva che gli avevano lesionato il cervello, ma io non vi so spiegare meglio. Al marito nascondeva tutto, e spesso, per giustificarlo, diceva che il figlio era geniale e, come tutti i geni, un po’ pazzo ma lo diceva ridendo.
Povera donna, forse ne era convinta lei stessa. Lei diceva che anche i medici avevano dato una diagnosi, ora non mi ricordo come diceva, ah! Ecco sì, diceva che era dissociato; ma io non vi so dire meglio. Il padre, invece, diceva che era cattivo e i fratelli, poi, non vi so dire; era una lotta continua Ma il ragazzo non era stupido sapete, no, per niente; solo che era, come posso dire, ecco, sì forse è brutto dirlo di un ragazzo ma è la verità: era malvagio. Da piccolo tormentava tutti gli animali del palazzo e una volta,  figuratevi, ha buttato il suo gatto dal balcone.
Veniva cacciato da tutte le scuole ma la madre non volle mai chiuderlo in un collegio; diceva che solo lei poteva capirlo. Pure prese il diploma e si iscrisse all’Università. Ve l’ho detto quello era intelligente, molto intelligente ma chissà che gli passava nella testa. I ragazzi del palazzo erano terrorizzati; dicevano che li guardava con due occhi di fuoco per spaventarli. Ma forse voleva solo giocare; si sentiva solo, chissà. Con i fratelli, poi, un vero dittatore, voleva essere sempre lui il primo. Però devo dire che con me era educato, gentile; passando mi salutava sempre. Anche se ero distratto lui mi chiamava proprio per salutarmi.
Le discussioni del dottore con la moglie incominciarono da quando era ragazzino. Forse la mamma non aveva tutti i torti; il ragazzo aveva un demonio dentro e nessuno ha potuto salvarlo. Sì perché quando poi c’è stata la tragedia il dottore e gli altri due figli lo hanno abbandonato e la mamma…eh! povera donna lei, ormai, non poteva fare più niente per lui.
Basta, ormai è inutile parlarne; doveva finire così; che vi credete, quello ognuno nasce con un destino e non c’è niente da fare. Volete vedere il resto della casa?
La disinvoltura con la quale quest’uomo rientra nel suo ruolo è sconcertante. Degno della migliore commedia dialettale. Ma questa resta soltanto un’amara tragedia familiare della quale ora io sono l’unico spettatore.
Ma scusi cosa c’entra il calendario? Non capisco, chiedo per interrompere il racconto ma senza forse nemmeno riflettere troppo; inconsciamente sono anch’io entrato in un ruolo: ora sono la spalla del portiere.
– Già; il calendario, voi dite; è rimasto li in cucina e nessuno ha cambiato nemmeno il mese; quel maledetto giugno. Forse il dottore, che come ha visto ha portato via tutto, lasciando questo calendario, avrà voluto chiudere con il passato come se avesse deciso di cancellare quell’anno e quei giorni in particolare. Per lui non deve essere stato facile, pover’uomo. Ma se ha l’lasciato qui allora io credo che ci è riuscito; speriamo almeno che così, annullando ogni cosa che gli ricordava quel figlio sciagurato, finalmente avrà trovato pace. Come vi ho detto una tragedia che ha sconvolto tutto il quartiere. É passato tanto tempo, quasi quattro anni, ma tutti ne parlano ancora. Quattordici giorni è rimasta in coma povera signora.
Quattordici giorni, ha detto il portiere, ossia lo stesso tempo segnato sul calendario fra i due segni rossi penso senza parlare. Ora è tutto più chiaro ma mi chiedo perché sarebbe stata una tragedia. Per quanto dolorosa la morte appartiene al nostro destino; che cosa mi nasconde ancora quest’uomo? Non si può interrompere il racconto di un giallo perché, ormai sono convinto, deve esserci stato qualcosa che ancora non conosco.
– Ma lei non mi ha detto com’è morta la signora e che cosa c’entra il figlio.
Sono consapevole di aver fatto una domanda pericolosa: un invito al portiere perché riprenda il suo morboso racconto. Ma ora voglio sapere.
– Era un giovedì; quel maledetto giorno di giugno faceva caldo; saranno state le tre del pomeriggio. Nel palazzo c’era solo silenzio. Io stavo seduto, nella guardiola, con la testa appoggiato ad una sedia. Mi ero quasi addormentato perché, come vi ho detto, faceva molto caldo.
A un tratto ho sentito gridare. Prima piano poi più forte; una voce strozzata come se qualcuno le impedisse di gridare. Sono corso nel cortile. Affacciato al ballatoio il ragazzo si agitava urlando ma non si capiva che cosa diceva. Sono corso sopra insieme ad altri inquilini; la porta era aperta; qualcuno ha cercato di calmare il ragazzo che era tutto sporco di sangue e teneva ancora un coltello in mano.
(4.continua)

 

 


In foto, il celebre palazzo dello Spagnuolo, nel quartiere Sanità a Napoli