Ilmondodisuk torner  con gli aggiornamenti marted 29 marzo. Vi lasciamo in compagnia di un personaggio storico poco analizzato, messo a fuoco nel suo nuovo saggio da Guido D’Agostino. A tutti i nostri lettori auguriamo una Pasqua serena.

Sergio Pautasso individua nell’ossequio e sudditanza al potere, e nella richiesta di un proprio potere, le colpe più gravi dei critici contemporanei. Una tesi da scartare e tranquillamente da ignorare, dal momento che se il lavoro esegetico si fosse svolto entro questi limiti, al critico non rimarrebbe che tacere oppure risolversi a scrivere omelie in chiave moralistica, certificando in tal modo la morte della stessa critica. Ma se ci accostiamo al capezzale di questa illustre malata, rileviamo condizioni di salute non poi cos gravi come certi consulti vorrebbero far intendere. La conferma a tale tesi l’offre l’ultimo lavoro di Guido D’Agostino, (gi  Ordinario di Storia moderna, Storia e istituzioni del Mezzogiorno medioevale e moderno e Storia delle Istituzioni Parlamentari nella Universit  Federico II di Napoli e in quella di Camerino), Ferrando d’Aragona, Duca di Calabria e Vicerè di Valenza (ultimo mancato re aragonese di Napoli), che le Edizioni Scientifiche Italiane hanno di recente mandato in libreria.
Lungo l’arco di sette capitoli, dalla nascita (1488) al forzato trasferimento in Spagna fino alla morte avvenuta il 26 ottobre del 1550, l’autore ricostruisce con rigore storico le vicende di Ferrando d’Aragona, duca di Calabria, figlio dell’ultimo re aragonese di Napoli. Dall’infanzia felice all’adolescenza, dal trasferimento forzato in Spagna in un clima di semiprigionia dorata al coinvolgimento nella cospirazione antispagnola in Navarra, dal carcere fino alla liberazione ed alle nozze con Germana de Foix, dalla ventennale esperienza del viceregno di Valencia nella Spagna di Carlo V fino alla fine dei suoi giorni, da “emblematico uomo del Rinascimento.”
Ma quale il ruolo da attribuire a D’Agostino nell’affrontare la vicenda di Ferrando d’Aragona? Quello di critico storico o di biografo? Nell’opera presa in esame pare che li ricopra entrambi. Ci ricorda Simon Saint-Beuve che in fatto di critica e storia, non vi è lettura più ricreativa, più amena e insieme più feconda d’insegnamenti d’ogni genere, che le biografie ben fatte dei grandi uomini. Non quelle biografie brevi, quelle notizie esigue e pur preziose in cui lo scrittore si propone lo scopo di brillare, ma di quelle ampie e diffuse storie dell’uomo e delle sue opere. A parere del critico transalpino è necessario immedesimarsi nell’autore, installarvisi, presentarlo sotto i diversi aspetti, farlo vivere, muovere e parlare, come deve aver fatto in realt , seguirlo nel suo intimo e ricollegarlo da tutti i lati a questa terra, a questa esistenza reale che è il vero fondo da dove partono per elevarsi e dove ricadono incessantemente.
E’ quanto si propone e porta a sintesi Guido D’Agostino in Ferrando d’Aragona, non affidandosi ai puri dati esteriori della sua biografia, ma innestando sul lacerto biografico la propria intelligenza interpretativa, capace di annodare vita e testo in un unico discorso critico, plasmando una sequenza di avvenimenti biografici con molteplici letture critiche.
Memore della lezione pasoliniana, a D’Agostino, anche sulla scia di Gramsci, non sfugge la concezione che un testo non è mai un’entit  casuale, un oggetto astratto, bens un prodotto fortemente legato alle idee del suo autore. Chi scrive ricopre un ruolo e attraverso la scrittura interpreta i fatti storici, politici, religiosi e sociali del suo tempo, mosso da una tensione morale che gli consente di focalizzare le contraddizioni del contesto storico nel quale opera. E’ l’Autore stesso a confermare tale tesi quando riferisce che è sempre piuttosto difficile rendere espliciti i motivi che spingono a determinare l’oggetto di un lavoro di ricerca.
Nel caso personale, e lasciando fuori la sfera, ininfluente per chi legge, degli stimoli più privati e soggettivi, potrei qui indicare comunque la passione per la Spagna, la sua lingua, la sua cultura, che mi è nata e cresciuta dentro sin dal primo giovanile contatto fisico con questo Paese….Di seguito, il concretizzrsi dell’ambito privilegiato d’interesse, stavolta in senso più decisamente scientifico e professionale, per Napoli e il Mezzogiorno in et  aragonese, individuata quest’ultima come la più felice tappa della multisecolare vicenda storica meridionale, a cui ho finito per dedicare negli anni gi  tanta e ricorrente attenzione, rinforzata, peraltro, e non sviata, dal personale concomitante impegno civile e politico-culturale più generale.
E’ un modo per D’Agostino, attraverso la lettura delle vicende di Fernando d’Aragona, di focalizzare le contraddizioni del contesto storico contemporaneo di Napoli a fronte della storia del Mezzogiorno in et  aragonese, quale tappa felice della multisecolare vicenda storica meridionale? Pare proprio di s! Una presa d’atto che allo storico napoletano gli deriva da quel suo concomitante impegno civile e politico-culturale che l’hanno visto negli anni un instancabile protagonista.
D’Agostino assume la scrittura, come ci ricorda Roland Barthes, come atto di solidariet  storica, come funzione, come rapporto interattivo tra creazione letteraria e societ , come linguaggio capace di esprimere il destino di una societ . Soprattutto in questa capacit  è da individuare il merito maggiore dell’opera dello storico napoletano.

Nella foto la coeprtina del libro