Antonio Luiso, è nato a Napoli nel 1956. Laureato in Filosofia all’Universit  “Federico II”, ha poi conseguito il baccellierato in Teologia alla “Pontificia Facolt  Teologica dell’Italia Meridionale”. Nel 2011 ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale. Insegna Filosofia e Storia in un liceo di Napoli. I suoi libri Piccolo concerto metafisico e, successivamente, Il grande Koan, su argomenti al limite tra filosofia e teologia.
E ora “O vangelo cuntato a Santu Marco vutato a llengua nosta” (Controcorrente, pagg. 128, euro 10) è, come indica il titolo , la sua traduzione in napoletano del Vangelo di Marco. Il Vangelo di Marco è la predicazione di Gesù come portatrice di gioia e letizia per tutti. Il contenuto è la signoria di Dio che viene e si realizza tramite grandi opere di salvezza. Fu composto probabilmente a Roma in un periodo anteriore al 70 dopo Cristo, destinato ai cristiani provenienti dal paganesimo.
Le ragioni per cui la scelta di scrivere un Vangelo in napoletano è caduta su Marco non sono solo di carattere teologico. Essendo, tra i quattro Vangeli, quello a carattere più narrativo, e dunque letterario, si è voluto mettere alla prova la lingua napoletana su un testo di alto livello spirituale. Si è scelto ci di iniziare dal Vangelo che, per quella sua natura, avrebbe comportato di meno il rischio di mandare in crisi la nostra parlata. Quello di Matteo è anche il Vangelo in cui si legge una lezione di piet . La lingua ha retto più che bene, tanto che, dopo questa traduzione, l’Autore ha manifestato l’intenzione di cimentarsi con altre opere. Lingua e non dialetto perch il nostro dialetto è una lingua per musicalit , per ricchezza di parole, per sintassi e per espressivit .
Colorito e severo, incalzante e schietto, allusivo e icastico, delicato e solenne, il testo rende giustizia alla ricchezza della lingua napoletana cos come il napoletano conferisce una dimensione se possibile maggiormente umana alla narrazione.

Quest’opera introduce, dunque, un’inedita prospettiva di lettura e costituisce un passo significativo nella direzione del rilancio della lingua napoletana,
che, per la sua ricchezza, la sua musicalit  e la sua espressivit  merita di essere rivalutata e amata non solo rileggendone i grandi classici, ma anche raccogliendo le sfide della traduzione e della creazione.

L’opera di Antonio Luiso costituisce una nuova prospettiva, un passo in avanti nella rivalutazione della lingua napoletana. Citiamo alcuni passi che rendono concretamente la riuscita dell’operazione

nella parabola dei “vignaioli perfidi”, il “Vineam pastinavit homo..” viene reso con “Nu crestiano pastenaie na vigna”, dove il verbo “pasten ” sta per “piantare” come il latino “pastino”.

La parola “parabola” viene tradotta con il termine “paraustiello”
derivante dallo spagnolo “para usted” (per voi) indica un ragionamento che viene elaborato per uso altrui, in modo a volte pretestuoso. Tanti altri stralci potrebbero essere riportati, a dimostrazione di una capacit  dell’idioma napoletano e del traduttore/autore di restituire la profondit  e la potenza del messaggio, esaltandone la sacralit  e il mistero, rendendo allo stesso tempo l’umanit , la forza e la speranza del testo. Ma si toglierebbe al lettore il piacere di leggerlo per intero.

In foto, la copertina del libro

luned 2 giugno 2014