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Bellini, Melchionna e piacere teatrale |
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di Gaia Martignetti
Chi di recente avesse avuto la fortuna di frequentare il Bellini di Napoli, sa di cosa stiamo parlando: platea esplosa, palcoscenico abbandonato a se stesso e attori indisciplinati che occupano i palchetti destinati agli spettatori. Eppure sul biglietto c’è scritto chiaramente che quella poltrona, di diritto, appartiene al pubblico. Accantonata ogni forma di resistenza e guadagnata la platea si attende che qualcuno risolva il problema, dica agli attori di tornare dietro il sipario. Ma cominciano a farfugliare strane storie sulla crisi, sul teatro stagnante e punitivo fino a delineare i concetti di dignità, autonomia e prostituzione. Se Eduardo fosse ancora vivo urlerebbe “fujitevenne”.
LA FUGA DAL PALCO
L’unica fuga che si consuma però è quella dal palco. Gli attori iniziano a spingere spettatori in stanze improbabili per rilasciare la loro pillola di piacere teatrale, contrattando, invadendo spazi, rendendo oggetti e persone parte della loro performance. Camerini, toilette e uffici del personale creano nuovi spazi per esprimere arte prima di rigettare gli spettatori in una platea da terza guerra mondiale. La chiamano casa chiusa dell’arte, e il responsabile è Luciano Melchionna. Anche lui sembra non andare a braccetto con il vademecum del buon regista. Eppure è diplomato alla Silvio D’Amico, è tra i 12 talenti cinematografici più interessanti d’Europa. Se non bastasse è pure il direttore artistico dell’Accademia d’arte drammatica del Teatro Bellini. Dovrebbe sapere che il regista non abbandona le quinte, non si concede così al pubblico. Nel suo personale decalogo però, non è questa l’unica eccezione. INTERVISTA DURANTE LO SPETTACOLO Melchionna abbandona i suoi Dignitosi per concedere interviste durante lo spettacolo. Volge le spalle alla platea per dirigersi verso i divanetti dove tutto è cominciato. “All’inizio mi guardavano come se fossi un pazzo, uno psicopatico. Non c’era neanche una stanza per me, lavoravo su un divano in fondo al corridoio, ricevendo ogni ora attori, valutando, capendo. Iniziavo a scegliere gli artisti con cui avrei voluto lavorare. Anche se devo dire che il rapporto con loro è di odio - amore. Sono un dittatore, ma mi amano profondamente perché sanno che non li mollo mai. Sanno che se li mando in scena è perché sono fiero di loro”.
GAVETTA A TEMPO INDETERMINATO
Spiega che essere così severo gli costa molto, soprattutto con gli allievi dell’ Accademia ma che è necessario, perché è spaventato. “Ho il terrore di sfornare nuove prostitute in mezzo alla strada, ma se ti distruggo e tu continui vuol dire che il fuoco sacro che porti dentro non si può spegnere, ed è un po’ la mia storia”, quella del teatro e del cinema contemporaneo, di chi è destinato a una gavetta a tempo indeterminato. Proprio come Melchionna. “Un mio amico dice sempre: hai fatto questo spettacolo perché non sai cos’è la dignità, l’autonomia non ce l’hai mai avuta… ti rimane solo la prostituzione”. E proprio su questo ha costruito, con l’aiuto di Elisabetta Cianchini, quella che chiama l’isola che non c’è, un postribolo per artisti e avventori, la casa chiusa dell’arte. Il risultato è uno spettacolo itinerante, premiato da pubblico e critica, per quella che in futuro è destinata a diventare una vera e propria Accademia di Prostituzione. “Ai miei artisti sto insegnando a svendersi dignitosamente, a ridefinire il concetto di prostituzione donandogli un’accezione positiva”.
PROSTITUZIONE, UNA COSA SERIA
L’idea è che il talento vada preservato, che lo scambio sia autonomo e dignitoso. La prostituzione è una questione seria, anzi, serissima. Proprio per questo un’Accademia è necessaria, perché garantirebbe una formazione per scrittori, attori, cantanti che la sera andrebbero in scena, per testare la reazione del pubblico ed elaborare nuove formule di piacere teatrale. Per liberare il palcoscenico del suo aspetto punitivo, scardinare, cercare nuove strade. E per fare questo la dignità è fondamentale. “Attorno a me ho delle attrici clamorose, che hanno passato la vita a fare le sartine chiuse nei negozietti a infilare i bottoni, e attori meravigliosi che servono le pizze ai tavoli dalla mattina alla sera”. Questo implica abbandonare l’esercizio quotidiano che un meccanismo come” Dignità Autonome Di Prostituzione” richiede, significa perdere la dignità di artista e la possibilità di autonomia. E questi due aspetti non possono essere scissi.
LA CASA CHIUSA DELL’ARTE
“L’Italia trabocca di artisti e stanno tutti per strada, costretti a guardare la loro dignità schiacciata”, continua raccontando di come l’arte e la cultura siano le uniche armi conosciute con un valore reale. Ecco perché in soccorso della dignità arriva l’autonomia, la sua infinita gavetta e incontri ispirati. Nasce così D.A.D.P. , “una casa chiusa protetta, per lavorare con gli artisti con cui ho sempre desiderato collaborare… e poi intanto magari si accorgono pure che esistiamo”. Nel corso di questi cinque fortunati anni sono 170 gli artisti che avvicendatisi in questo vero e proprio teatro itinerante, e più della metà del cast è napoletano. È qui che Melchionna ha trovato le principali qualità artistiche e umane per costruire questo baluardo dell’arte, che si regge su leggi ferree. “Costruisco tutti i tasselli, studio tutte le stanze, preparo ogni attore con un ritmo preciso lasciando spazio alla variazione che scatta quasi spontanea. Dentro le stanze è tutto studiato, ma non chiudo il lavoro, non stringo il pacchetto. Tocco tutte le corde e consento loro di andare in scena”, donando in realtà ai proprio artisti la dignità di un’autonomia artistica originale. RICORDA CON RABBIA
Confessa che se dovesse scegliere una parola chiave per quest’architettura perfetta sceglierebbe “fluire”, che cela una critica non troppo sottile per la fissazione tutta italiana per l’etichetta. “Da quando ho fatto Dignità ormai sono bollato, è come se non facessi altro”. Invece tra i suoi progetti troviamo il debutto al Festival di Todi il 27 agosto con “Parole Incatenate” con Claudia Pandolfi, un progetto cinematografico, il saggio spettacolo di fine anno con i suoi allievi dell’Accademia del 27 maggio e soprattutto “Ricorda con rabbia”, con i due dignitosi Stefania Rocca e Daniele Russo “più classico ma comunque frutto di un esperimento per non punire lo spettatore, renderlo partecipe” ridare dignità anche all’altra parte del palcoscenico. “Non trovo giusto che il trombone di turno si masturbi in scena torturando i presenti”, perché per lui il teatro è vivo. Comincia a descrivere quanto sia gratificante riuscire a dar vita a oggetti e luoghi dimenticati all’interno del teatro, soffermandosi sul suo segreto: la ricerca della bellezza, di come e quanti frammenti del suo lavoro trovino spazio in ogni stanza, permettendogli di delineare un teatro nuovo, senza sentirsi un intellettuale. “Preferisco essere Mangiafuoco” racconta ridendo, giusto in tempo perché anche l’ultima stanza indenne dal caos creativo diventi un luogo di piacere teatrale, e che Frigida e le Liette lo richiamino all’ordine “amministratore, dobbiamo chiamare il finale”.
L’INCANTESIMO DI FRIGIDA
“Dignità mi ha cambiato tantissimo – racconta – mi ha fatto comprendere il senso profondo dell’unione degli artisti, dell’energia che fluisce, mi ha donato una bellezza pazzesca”. Alzandosi trascina l’aiuto regista sulla poltrona ed esclama “ e poi Dignità mi ha permesso di lavorare con Frigida. Prova a spiegare un po’ tu cosa vuol dire essere Dignitosi”. Frigida si toglie la maschera, torna Gaia Benassi, smette i panni dell’intransigente e intoccabile maître e prova a spiegare come nasce la magia. “Artisticamente e umanamente Dignità è un banco di prova durissimo, il personaggio che improvvisi negli anni cresce con te”. Accavalla le gambe e guadagna una seduta più comoda, come se stesse per rivelare qualcosa di segreto, quasi di inaspettato: “stasera (il 10 maggio ndr) è successa una cosa stranissima. C’erano tre persone che parlavano, tre donne una più matura e due più giovani. Mi sono avvicinata da personaggio, interrompendo la conversazione come spesso accade durante lo spettacolo “ma si dai, facciamoci quattro chiacchiere tra donne”, pensando parlassero dello spettacolo. Mi hanno fatto una confidenza intima e l’hanno raccontata alla Frigida pretendendo una sua opinione. È meraviglioso”.
ARCHITETTURA DI UN SUCCESSO
C’è da sentirsi enormemente in debito dopo un’intervista del genere, una vera e propria pillola di piacere teatrale che Melchionna ha improvvisato senza esitazioni. Il suo monologo potrebbe intitolarsi “architettura di un successo” ed è solo il preludio al vero spettacolo: le mani degli spettatori ormai prive di dollarini ma colme di ben altro, vengono accompagnate all’uscita da una schiera di attori pronti a donarsi ancora una volta con dignità. E in quel viavai di abbracci e di frammenti che si perdono in giro per il teatro, sembra quasi di vederlo, Eduardo. Le sue di mani incontrano quelle de La mio fratello, abbracciano la Frigida mentre gli occhi sono tutti per il Fantasma. “Fujitevenne, fujitevenne”, ripete in continuazione. “Fujitevenne” se l’autonomia di prostituirsi non è concessa con dignità. Se il teatro non si mette e non vi mette in discussione. “Fujitevenne” se quello che vedete non è all’altezza di Dignità Autonome di Prostituzione.
Per saperne di più sul progetto e sulla programmazione
www.dadp.it
Nelle foto, in alto, e in homepage "Dignità Autonome di Prostituzione" al Bellini, ovvero "Attori alla mercè dell'avventore"; nello scatto a destra, un'interprete con Luciano Melchionna. In basso, clicca ilvideo
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