Omero e Virgilio i primi cronisti a raccontare i perigliosi viaggi dei due leggendari uomini in fuga tra le onde del Mediterraneo. Ulisse, autore della strage, cerca l’oblio ed Enea, vittima, in viaggio per una nuova Patria.
La storia del “Mare nostrum” è densa del fenomeno dell’immigrazione di una umanit  segnata dal dolore.
L’ONU parla dell’immigrazione come sfida che i governi devono affrontare. Etienne Balibar parla di tale drammatico fenomeno come di un fatto politico che mette a nudo i limiti del nostro ordine sociale, politico, economico, giuridico e culturale. La Democrazia e la Civilt  sbarrano alle frontiere i rifugiati. Essi sono disambientati, obbligati a fuggire dalle proprie case e dai propri affetti, per tentare di guadagnarsi da vivere o di rendere sicure le loro vite e quelle dei propri figli in un altro luogo a loro estraneo. Sono poveri. Sono donne uomini bambini che cercano di vivere una propria conditio humana.
Sono pronti, spinti dalla disperazione, ad affrontare difficolt  e precariet , a cibarsi di altri cibi, a curarsi con altre medicine, a vestirsi con altri abiti, ad abitare in topaie, a camminare su vie chiassose tra lo smog. Molti inciampano nella realt  violenta della criminalit . Il loro sogno è di vivere non più da poveri nelle citt  del benessere.

Noi abbiamo paura del povero straniero.
Soffriamo la loro presenza. Ostacoliamo la loro integrazione. Eppure molti europei hanno cercato fortuna in altre terre. Una moltitudine ha vissuto “il viaggio della speranza” verso l’ America o l’Australia. Ogni popolo europeo “barbaro” ha invaso altri paesi confinanti.

Il “problema immigrazione” è solo in noi, nella nostra cultura, nella nostra legislazione,
nel nostro comportamento di fronte a chi si presenta malvestito triste denutrito solo e sfiduciato “sono immigrante”. Che vita lasciamo che conducano? Li aiutiamo o a loro rendiamo più difficile vivere da uomini tra noi? Con la nostra legislazione neghiamo loro persino i diritti fondamentali nel rispetto della dignit  umana scritta nella nostra religione.
Erano più credenti i popoli pagani di Nausica e di Didone o gli stessi Proci in Itaca?
I “rifugiati”, nell’era della globalizzazione, non hanno gli stessi diritti dei cittadini ai quali offrono il loro lavoro, l’assistenza ai vecchi e agli infermi, la loro cultura. Sono esclusi dalla vita sociale e politica in virtù di una esclusione istituzionalizzata che sancisce principi privi di giustizia e di equit  tra esseri umani diversi solo per essere nati in citt  lontane dall’Europa.
La globalizzazione tutela i propri interessi e degrada ogni relazione umana rendendo più poveri coloro che sono nati poveri o sono vittime di guerre civili volute dai governi che esportano la pace con le armi provocando massacri di innocenti e annientamento di culture.

Il diritto di “cittadinanza” si erge come frontiera.
Le nostre “societ  ricche” sono simili a un “Castello” di Kafka che risulta praticamente inaccessibile agli stranieri diseredati. Proviamo dolore, ma solo per pochi attimi, alle notizie di tragedie in cui donne bambini giovani muoiono in mare per avere rischiato la propria vita nel tentativo di entrare nel “Castello”.
La “frontiera della cittadinanza” uccide. Vieta a tanti di vivere una nuova vita pubblica nella pienezza dei propri diritti di cittadini in un’altra citt . I “rifugiati” scappano dalla violenza dei loro paesi “incivili” ma subiscono ancora violenza, però, legalizzata da noi “popolo civile”.

Sono definiti “invasori”, “non cristiani”, “violenti”.
Sono un pericolo per l’ordine pubblico e per la nostra tranquillit . Servono, però, per fare quei lavori che noi, pur essendo disoccupati, non vogliamo più fare perch in possesso di un titolo di studio, spesso avuto in regalo. La nostra generosit  ci induce a dare questo tipo di lavoro a loro che sono diplomati o laureati. Le istituzioni vigilano a tutela dei propri cittadini.
Gli “invasori” devono integrarsi. Noi “popolo civile e multiculturale” imponiamo la nostra lingua, la nostra religione, la nostra cultura, i nostri usi, in modo da cancellare le loro tradizioni, la loro storia, i loro costumi.
E’ anche questa violenza con cinismo. E’ il maltrattamento della dignit  creando situazione di malessere.
Si blocca ogni dialogo interculturale e di solidariet  escludendo con loro ogni condivisione con il loro mondo.
La convivenza si basa sull’ ospitalit  che prevede anche il dialogo e l’ascolto del loro dolore per aver vissuto l’abbandono della famiglia, dei luoghi di ricordi, della loro vita in patria ed ora da rifugiato, dei progetti sognati da realizzare nella “terra promessa”. Renderli protagonisti e non spettatori delusi della vita che altri conducono tra agi e affetti.
ncominciamo col dare loro lo stesso aiuto che hanno i terremotatiuna casa, acqua, gas, luce, asilo e scuole per i loro figli e botteghe per la vendita dei loro prodotti. Un tetto offre tranquillit , sicurezza di non essere preda de            6                 è« «    oè  á«si criminali, possibilit  di inserimento nel lavoro a essi adatto.

Invece di accoglierli con navi militari, guanti bianchi e mascherine, inviamo navi da crociera nei loro porti.
Oltre a mostrare una civile dovuta ospitalit , potr  essere una sicura lotta “ai mercanti di morte” ed anche si eviterebbe di tenerli bloccati e pigiati in campi di accoglienza alla merc di ignobili cooperative leghiste.

In foto, un barcone di immigrati