C’è un libro che ha sorpreso la Francia. S’intitola “L’arte francese della guerra”. Uscito timidamente in poche migliaia di copie nel 2011 con la sigla Gallimard, il romanzo dell’esordiente (docente di biologia) Alexis Jenni ha conquistato molti lettori e un premio solenne come il Goncourt. Grazie alla forma narrativa, l’autore apre il sipario sulle pagine oscure della (de)colonizzazione, denudando l’ossessione nazionale militare che, dal secondo conflitto mondiale, passando per le guerre d’Indocina e Algeria, arriva a quello del golfo nel 1991.
Prosa sontuosa per un resa di conti con il passato rimosso, per un attraversamento doloroso della memoria, per un racconto d’avventura straordinario che affonda le parole nella realt .
Apre il bagaglio della storia il narratore, perso tra noia e bicchieri d’alcol, che incontra– per il caso voluto dalla letteratura- Victorien Salagnon, artista e navigatore della vita, in estenuante e annosa trasferta, come disegnatore paracadutista, con l’armata coloniale.
L’inizio del percorso di Salagnon parte dalla scuola, a Lione. In classe, padre Fobourdon, che con gli allievi legge e commenta il De Bello Gallico di Cesare, invita un anziano gesuita che ha trascorso la sua esistenza in Cina. E mostra ai ragazzi che obbedire agli ordini militari è una propriet  umana; disobbedire, invece, un’eccezione antropologica o addirittura un errore. Alla fine, cita un aneddoto. Il generale e filosofo cinese Sun Tsu pregò l’imperatore di affidargli un qualsiasi gruppo di contadini. Sarebbe stato in grado di addestrarli e farli marciare secondo i principi della guerra. L’imperatore lo sfidò a raggiungere lo stesso risultato con le sue concubine. Diventeranno soldati perfetti, gli promise lo stratega. Il primo tentativo fall per colpa delle loro risate. Sun Tsu si assunse la responsabilit  del fallimento e ci riprovò. Ma le donne continuavano a ridere e non ce la fece. Allora, chiese all’imperatore la testa della favorita che, a malincuore, gli fu concessa. Dopo la decapitazione, le donne in silenzio cominciarono la manovra, come i migliori soldati, serrando le file, unite dalla complicit  della paura che, spesso, è solo un pretesto per sottomettersi alla volont  di qualcun altro.
Napoli somiglia a quelle cortigiane. Si barcamena tra rinascita e declino, rassegnazione e ribellione, nostalgia e rinnovamento. Ride con un suono gutturale, disperato, grottesco. Asseconda i desideri dell’imperatore di turno, gli s’inchina per ottenerne i favori, lo segue dovunque, a volte lo tradisce con i subalterni, quando si vede messa in pericolo proprio dai luogotenenti imperiali. Eppure, è la stessa citt  che riesce a trovare la forza di sollevarsi contro chi le chiede di piegarsi. E’ la stessa citt  capace di emettere il grido del pensiero, una sollecitazione a prendere coscienza di ingiustizie, ottusi corporativismi, prepotenze. Quel grido risuona forte tra le sale di palazzo Serra di Cassano, sede dell’istituto italiano per gli studi filosofici. Invitando a imparare un’arte, l’arte della disobbedienza.

*Nasce a Napoli l’associazione amici dell’istituto italiano per gli studi filosofici e sollecita i cittadini napoletani a sostenerlo anche con un piccolo contributo finanziario in un momento di grave difficolt  per la sua stessa sopravvivenza, dopo i tagli alla cultura del governo.
Un patrimonio culturale immenso, quello custodito a Palazzo Serra di Cassano, sede del prestigioso crocevia culturale europeo fondato dall’avvocato Gerardo Marotta nel 1975. Intellettuali di tutto il mondo si stanno mobilitando per sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sulla necessit  di salvaguardare un baluardo del pensiero libero nel mondo e un patrimonio librario prezioso, in cerca di un’adeguata collocazione.
*Ilmondodisuk dedica questo numero agli “Amici del pensiero”, proponendo interventi di studiosi come Piero Barucci, Remo Bodei, Marc Fumaroli, Wolfgang Kaltenbacher,
Irving Lavin, Franoise-Hlène Massa-Pairault, Sebastian Schütze, che testimoniano quanto sia importante tutelarne l’esistenza. Pubblichiamo anche un’intervista, scritta nel 1992 da Donatella Gallone e pubblicata nel libro di Proimez editore, “Napoli verso il terzo millennio", a Hans Georg Gadamer, pap  dell’ermeneutica e cittadino onorario di Napoli, che fino all’ultimo, ormai centenario (è scomparso nel 2002), è stato uno dei docenti illustri dell’istituto. L’allievo di Heidegger spiega perch questa realt  è un modello da imitare.

In foto, Gerardo Marotta a Palazzo Serra di Cassano, ripreso da Enzo Barbieri