Il Parlamento europeo, unitamente al Consiglio, ha emanato il Regolamento UE n. 223 dell’11 marzo 2014. Titolo Fondo di aiuti europei agli indigenti.
Si tratta di uno stanziamento di 3,5 miliardi di euro per il settennato 2014/2020. L’Italia è il paese economicamente più suffragato di tutti i 27 Stati membri, 595 milioni assegnati.
Per una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva, proposito tracciato nel programma denominato “strategia Europa 2020”, l’Unione e gli Stati membri si pongono l’obiettivo di ridurre di almeno 20 milioni le persone a rischio povert  e di esclusione sociale entro il 2020.

Nel 2011 l’8,8% dei cittadini europei, pari a 44,264 milioni, viveva in condizioni di grave deprivazione materiale e alimentare, un dato a tutt’oggi in aumento.
Mentre 124,4 milioni di europei sono a rischio povert  ed esclusione (25% dell’intera UE).
Negli Stati membri l’infanzia rappresenta il gruppo sociale più critico.

Un bambino su 5 è a rischio povert .
I dati Eurostat si fondano sugli effetti delle misure di austerity e della forte contrazione, nell’ultimo decennio, della spesa pubblica nel settore del welfare. I tre principali indicatori di povert  su cui si basa lo studio riguardano la povert  economica, la grave deprivazione materiale e la presenza di famiglie definite a “bassa intensit  lavorativa”.

A febbraio 2013 l’Eurostat contava 26,3 milioni di disoccupati, 76.000 mila in più rispetto al mese precedente.

Dall’incrocio delle fonti citate emerge innanzitutto la debolezza dell’agire della UE nei confronti dei gi  poveri ed esclusi, siano essi bambini o adulti, nessuna superficie di contrasto è immaginabile per le povert  emergenti, n tantomeno per le nuove dipendenze importate proprio dall’UE (ludopatia, neknominate, etc.).
Come ci si può arrendere gi  negli obiettivi?Ovvero, in sette anni non si è in grado di togliere dalla miserrima condizione esistenziale un quarto degli europei, a fronte di 3,5 miliardi in gioco. Una povert  “strutturale” stratificata in ceti e categorie sociali ridotti a schiavitù da questo sistema di relazioni europee che impone restrizioni economiche attraverso quella combinazione di elementi quali il fiscal compact, il patto di stabilit  europeo e, a cascata, quello interno ai paesi membri.

Per l’Italia il patto di bilancio europeo, grazie al Governo Monti, significa ridurre di un ventesimo il rapporto debito pubblico/PIL. In cifre significa fare una finanziaria di almeno 50 miliardi di euro all’anno.

In buona sostanza, al di l  degli artifizi contabili emerge che i tecnocrati europei, con i quali l’Italia si è impegnata, sono quelli che hanno le vite in mano di milioni di indigenti, esclusi, deprivati. Quegli euro-burocrati che decidono che un cittadino europeo può fare un pranzo completo ogni due giorni, oppure non si deve comprare le medicine o, peggio ancora, deve privarsi di beni di prima necessit  e di vestiario da indossare per fronteggiare il clima quotidiano.

Nella UE a 27 solo in Italia e in Grecia non esiste un sussidio di disoccupazione o un
reddito garantito per chi si trova senza lavoro.
Belgio (Minimax), Lussemburgo (Revenue Minimum Guaranti), Austria (Sozialhilfe), Scandinavia (Stnad til livsopphold), Olanda (Beinstand e il Wik), Germania (Arbeitslosengeld II), Gran Bretagna (Income Based Jobseeker’s Allowance), Francia (Revenu de solidarit active), accompagnano i propri concittadini con misure che intervengono sulla condizione individuale e familiare, un reddito di “esistenza in vita” comprendente varie misure cibo, riscaldamento, trasporti per gli studenti, affitto.

L’idea di un mercato unico europeo lanciato dalla Commissione Europea ad aprile del 2011, ipotizzando 12 leve per stimolare la crescita e rafforzare la fiducia, francamente non risulta pervenuta.
La “normalizzazione” della circolazione delle merci, la tutela brevettuale unitaria, il riconoscimento delle qualifiche professionali, la “mobilit ” europea di venture capital, assomigliano ad affermazioni tonanti prive di un significato vero e dalle non interpretabili ricadute negli Stati membri.

Come potrebbe dirsi un’Europa dalla crescita sostenibile, intelligente ed inclusiva, con questi titoli altisonanti? Chi risponde a quei disoccupati (in et  lavorativa) o a quei minori “fuori” dall’ingranaggio sociale, ai margini del sistema economico, esclusi dai livelli essenziali socio-sanitari.

Non è più tempo di parlare di economia sociale, ovvero quella teoria che coniuga libert  di mercato e giustizia sociale.
FED, BCE, FMI, hanno fallito, hanno impoverito l’Europa, hanno osannato il mercato e relegato ai margini i sistemi di protezione sociale.

Individui, famiglie e comunit  hanno perso l’orizzonte del presente, la sferza liberista della troika non ha tolto ai ricchi per dare ai poveri, ma ha permesso a questi di sottrarre miliardi dai bilanci pubblici, ha fatto “ingrassare” i sistemi bancari, ha mortificato il lavoro e creato disoccupati, ha immiserito istituzioni locali ed ha consentito una mobilit  sociale al ribasso.

Siamo nell’era della post-politica, non decidono più Stati, governi, enti locali, ma un manipolo di potenti che assoggettano le decisioni nazionali
fuori da ogni ambito democratico, con una governance socialmente irresponsabile.
Perciò non possiamo più affidarci a questi che ci hanno affondato.
Democrazia, fiducia, capitale umano, cambiamento. questa l’Europa che vogliamo.

In foto, la bandiera dell’Europa