S. Angelo dei Lombardi, Lioni, Teora, Pescopagano. Presepi naturali rasi al suolo. Conza, Romagnano e Ricigliano furono addirittura “rilocalizzati”. I centri dei Comuni dell’alta Valle del Sele completamente distrutti Laviano, Santomenna, Castelnuovo di Conza, Senerchia, Calabritto, Caposele. Ed ancora paesini distrutti a met  Torella dei Lombardi, Morra De Santis, Volturara Irpina, S. Mango sul Calore.

Amministratori locali impreparati ed in mala fede lasciarono molti dubbi sulla ripresa socio-economica delle localit  montanare che rappresentavano. E non mancano casi limite pesantemente indagati come i tecnici del Comune di Caposele in Provincia di Avellino, nati come “convenzionati” a supporto dei Comuni privi di strutture tecniche idonee a fronteggiare l’eccezionalit  del momento, che si fecero assumere direttamente dal Municipio. Una cittadina di 4000 abitanti circa si ritrovò con ben otto tecnici. Quest’ultimi monopolizzarono l’attivit  di progettazione accumulando centinaia di deleghe in pochi studi professionali.

Cos come la storia dei piani di recupero del Comune di Palomonte. Il sindaco nel 1977 dispose le demolizioni di ruderi e case cadenti per poi virare clamorosamente, a terremoto avvenuto, prevedendo di recuperare quegli stessi elementi urbani, regalando un diritto ai proprietari altrimenti negato dalla legge 219/81. Peraltro affidava il recupero ad un architetto, a sua volta sindaco di Santomenna, con a carico numerosi precedenti penali per reati contro la pubblica amministrazione connessi alla sua funzione.

L’esempio ancora più evidente riguarda il Comune di Laviano, un presepe vivente di 1700 abitanti, Medaglia d’oro al Merito Civile riconosciuta dalla Repubblica Italiana, che perse circa un quinto dei suoi abitanti sotto le macerie.

Nonostante ciò dopo dieci anni dal terremoto, nel 1990, dopo aver speso 42 miliardi di lire per l’edilizia privata, 107 miliardi di lire per opere pubbliche, 11 miliardi di “spese varie”, trecento famiglie rimanevano ancora nei prefabbricati. Il sindaco dell’epoca affermava che “la gente si trova benissimo e non avverte l’esigenza di trasferirsi in una casa”. Quindi non fa altro che dirottare i soldi in altre direzioni piuttosto che per le abitazioni civili. Insomma, dopo dieci anni e 2 miliardi e 857 milioni spesi a chilometro quadrato (56 kmq) occorrevano, ancora, altri 30 miliardi per l’edilizia privata e 100 miliardi per il completamento delle opere pubbliche.

Nell’unica frazione riconosciuta di Laviano, Campo di Piano, vi sono 197 abitanti in prefabbricati, a 354 metri sopra il livello del mare, adibiti a villaggio antistress e sede di seconda casa di non pochi napoletani, per poco meno di mille euro all’anno, che nel periodo estivo “scappano” dai gas combusti della caotica citt  per “posizionarsi” a meditare e lasciarsi a gustose pietanze a base di prodotti caseari acquistati nei Comuni contigui di Caposele, Valva, etc.

E lo sviluppo, le industrie, l’occupazione?

Un grande vuoto urbano progettato dall’IRI e dalla Fiat e “costruito” per l’80% da imprese del nord e da appena il 10% di imprenditori meridionali, a cui vanno aggiunti, però, gli “oneri straordinari” della camorra degli anni ’80.

Paesini fantasma che non aggregano più gente nelle piccole piazze centrali, dove non si vedono giovani n luoghi di socializzazione tipici di quelle localit  in altura “strette” tra montagne impervie. Ed ancora tante rovine.

Dove case e piazze hanno perso i caratteri urbani ottocenteschi ed “acquistato” l’ambiente razionalista fatto da casermoni a schiera ed opere pubbliche avveniristiche finanche nei colori.

Ma più di tutto è stato distrutto il concetto di comunit  fatto da rapporti di vicinato, di scambi di fiducia. Dove la vita scorreva secondo consuetudini pacifiche, amabilit  comportamentale forti di precisi codici umani fondati sulla morale, l’onore ed il rispetto della vita. Oggi quei presepi vivono della loro stessa solitudine. Ritornati ad una normalit  di vita che nulla o poco ha preservato della memoria antica delle loro radici, relegandoli ad una identificazione che ha perso il sapore di una identit  che sappia riconoscerli. Nonostante centinaia di miliardi spesi mai nessuno riporter  a nuova luce quegli elementi naturali e quelle storie generazionali fatte di piccoli ma significativi gesti di umanit .

Di Napoli si è gi  detto, va aggiunto solo che qualche tubo innocente è ancora l.

Nella foto, un presepe reale