Fascino e mistero incutono le coste napoletane di Posillipo, dove si alternano grotte, antri e piccoli approdi. A ragione i Romani elessero questo magico lembo di terra a loro domicilio dilettevole.

Partendo dal porto di Napoli via mare e osservando la linea di costa, che dal Palazzo di Donn’Anna si spinge verso il Capo di Posillipo, s’incontra un’infinit  di ville. Ma l’occhio viene attratto da un’isoletta come divisa in due, che è poco distante da una minuscola spiaggia. Si tratta dell’Isola de La Gaiola, quasi un grande scoglio circondato dal mare, che suscita curiosit  proprio per la sua vicinanza alla terraferma. In origine doveva essere senz’altro legata ad essa. Sopra v’è una piccola costruzione. la più piccola delle isole napoletane, l’unica ad aver esteso il proprio nome alla vicina zona costiera, che sebbene prossima a Marechiaro, ha una propria e autonoma connotazione toponomastica.

Intorno all’origine del nome Gaiola vi sono due versioni, che sono entrambe complementari l’una dell’altra. Per alcuni deriverebbe dal latino «cavèola», “piccola grotta”, perch qui era la grotta, o cava, fatta scavare nel tufo da Lucullo per mettersi al sicuro dalle tempeste. Per altri molto più semplicemente – ci troviamo di fronte al termine napoletano Gaila, con la “o” rigorosamente chiusa. Il significato è quello di gabbiola, tanto che i napoletani d.o.c. chiamano la gabbia degli uccelli «a caiula». Tesi confortata da un accreditato strumento linguistico, il “Vocabolario Napoletano-Italiano” compilato da Raffaele Andreoli e pubblicato a Torino dall’editore Paravia nel 1887. L’etimologia conduce alla lingua spagnola in cui gabbia è detta «caja», quand’è piccola «cajola».

Le origini dell’impianto portuale di Marechiaro, verso la Gaiola, risalgono probabilmente ad epoca greco-fenicia e ne sono testimonianza i tanti rinvenimenti archeologici. In ultimo, l’epoca romana ha lasciato testimonianze che al primo scavo nel terreno saltano fuori. Prima tra queste fu il busto marmoreo dell’ultimo dei figli di Pollione, Asinius Gallus Salonius, la cui nascita fu celebrata da Virgilio con la famosa Egloga IV.

In antico l’isolotto era chiamato Euplea, appellativo greco di Venere, protettrice della navigazione, che qui aveva un tempietto. Ancora nel Quattrocento l’umanista Jacopo Sannazaro scriveva: «Pausipus totidem vitreis Eupla sub undis / servat adhuc». Posillipo conserva per me tante volte Euplea sotto le trasparenti onde.

Fino alla met  del Seicento vi erano su di essa ancora i resti di costruzioni romane. Ma nell’Ottocento, durante il decennio del regno bonapartista di Murat, installarono una batteria di cannoni per la difesa del golfo. Agli inizi dell’Ottocento fu abitata da un eremita devoto a san Francesco, la cui statua era posta sopra uno scoglio vicino. Nella mano del santo era una canna con appeso un piccolo cesto che raccoglieva le elemosine dei pescatori. Morto il monaco, verso la fine del predetto secolo, vi fu edificata una signorile dimora, che tuttora esiste deteriorata dal tempo. Si continuò a raccogliere le offerte nel cesto di san Francesco, ormai diventato il patrono dei pescatori di Marechiaro. Il danaro raccolto non serv più al sostentamento del monaco, ma impiegato per la celebrazione della festa del santo il 4 di ottobre di ogni anno. Ai riti religiosi si accompagnava una singolare vendita all’asta sulla spiaggia, a scopo di beneficenza. Si trattava di oggetti donati dagli abitanti e dai commercianti di Posillipo. Vari sono stati i proprietari dell’isola. Agli inizi del Novecento lo scrittore Norman Douglas. Dopo il 1920 la comprò il tedesco Hans Braun, che vi mor in circostanze misteriose; sparato alla testa, fu trovato cadavere e avvolto in un tappeto arrotolato. Non migliore sorte ebbe la sua compagna, che mor subito dopo annegata; il cavo d’acciaio della teleferica che collegava l’isola alla terraferma cedette, precipitandola in mare. Da quel momento tutti – o quasi i proprietari della casa fecero una brutta fine. Un industriale farmaceutico, Maurice Sandoz, mor suicida in Svizzera; Paul Karl Langheim, industriale tedesco dell’acciaio si rovinò contornato di giovani perversi di cui amava circondarsi, lo ridussero pressoch in miseria. Anche Gianni Agnelli, attratto dalla singolarit  dell’isola, a pochi passi da Partenope, ne fu proprietario. Fece costruire un eliporto sul quale atterrava quando veniva da Torino. Poi, passo a Paul Getty, il magnate del petrolio. Infine all’uomo d’affari Gianpasquale Grappone, che condusse la propriet  dell’isola nel dissesto finanziario della “Colombo Assicurazioni”, una compagnia a cui era legato il suo nome.

Rilevato dalla Regione Campania, nel Settembre 2008, il complesso della Gaiola è stato affidato in concessione di comodato d’uso gratuito alla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta, dato l’enorme interesse che desta il patrimonio archeologico anche sottomarino del territorio circostante. Ma la spazzatura lo sommerge…

Nelle foto (di Maria Vlpe Prignano) due immagini della Gaiola