Leonardo Sciascia scriveva che le cose che non si sanno non sono. Di conseguenza anche le cose che non si vedono non sono. Ma in una rappresentazione teatrale avviene che sia possibile sapere senza vedere, per una sorta d’osservazione deduttiva. quanto accade assistendo a «Cani di bancata», una rappresentazione teatrale di Emma Dante, una delle massime rappresentanti della drammaturgia italiana, che riesce sapientemente a mettere in luce la verit  latente attraverso lo spirito degli attori. Lo spettacolo è una sorta di rito liturgico al rovescio, studiato in modo puntuale nel suo divenire da Linda Dalisi, napoletana, trentaquattro anni, che ha pubblicato recentemente nella Collana Teatro e Memoria, «Messa in scena della mafia». Libreria Dante & Descartes, Napoli 2009. (€ 10). Sottotitolo “Cani di bancata il metodo maieutico di Emma Dante”.

La Dalisi nel 1999, mentre studiava chimica all’Universit , ha scoperto il magnetico mondo del teatro incontrando Leo de Berardinis, che l’ha condizionata piacevolmente nella scelta di lasciare Napoli per trasferirsi a Bologna. Dopo il volontariato, nel 2002, ha cominciato a fare l’aiuto e l’assistente alla regia. Ha lavorato a spettacoli con artisti del calibro di Renato Carpentieri e Pierpaolo Sepe. Ha realizzato varie drammaturgie. Nel 2004 «Il persecutore» di Julio Cortzar, nel 2005 «Bartleby lo scrivano» di Herman Melville, nel 2008 «Mattatoio n 5» di Karl Vonnegut. Come assistente alla regia e alla drammaturgia ha seguito Per Amleto, uno spettacolo per la regia di Michelangelo Dalisi, vincitore del Premio "Dante Cappelletti". Scrive su riviste specializzate e dal 2008 lavora con Marina Rippa al progetto "Arti sceniche, racconto e autobiografia", indirizzato a donne e ragazzine di Forcella e altri quartieri disagiati di Napoli.

Linda Dalisi ha seguito lo spettacolo “Cani di bancata” come i cronisti di una volta, annotando giorno per giorno sul suo taccuino lo sviluppo dinamico dell’idea drammaturgica. Continuando, poi, a registrare la progressione dello spettacolo attraverso il dinamismo del corpo e della voce degli undici attori, interagenti tra loro e con Emma Dante.

La storia rappresentata sul palcoscenico inizia da quella di Liborio Paglino, un ferroviere che ha causato la morte di un suo collega per una svista dovuta agli spessi occhiali che indossava per simulare un grave difetto visivo, che gli aveva consentito di ottenere il posto di lavoro. Una grave colpa nascosta da lui e dai suoi conniventi.

L’idea iniziale della composizione teatrale è quella di un’Italia capovolta e nella sua costruzione si genera lo scontro tra mafia, ndrangheta e camorra per il controllo del Ponte sullo Stretto, un percorso iniziatico in cui la Madre Mafia detta Mammasantissima, invita nella sua “Casa Santa” i suoi figli per spogliarli di ogni potere e di ogni simbolo gerarchico, rendendoli funzionali a un sistema oltremodo invisibile. La pratica è quella di fare adepti e fiancheggiatori regolarmente inseriti nei vari contesti della societ  civile. Persone apparentemente perbene per il ruolo ufficiale che svolgono, che qualche modo hanno una doppia vita, indossando la maschera della rispettabilit . Sono assessori, dottori, onorevoli, giornalisti, colonnelli e perfino alti prelati, un vescovo.

A ben riflettere, portare in scena la Messa della mafia denota innanzitutto un impegno civile contro la criminalit  organizzata. Dimostra come il teatro possa servire a illustrare i meccanismi di una ben altra teatralit , purtroppo vera e drammatica dell’et  nostra.

Nelle foto, due momenti dello spettacolo